Tarquinia (in etrusco Tarch(u)na, in latino Tarquinii). fu una delle principali città etrusche, tradizionalmente annoverata fra i centri egemoni della dodecapoli etrusca. Sorgeva sul pianoro della Civita, un'altura calcarea a circa 6 chilometri dal mar Tirreno e una novantina di chilometri a nord-ovest di Roma, separata dall'attuale abitato di Tarquinia dal contiguo pianoro dei Monterozzi, sede della celebre necropoli dipinta inserita nel 2004 fra i patrimoni dell'umanità UNESCO.. La tradizione antica le attribuiva un ruolo fondativo per l'intera civiltà etrusca, attraverso le figure dell'eroe eponimo Tarconte e del fanciullo veggente Tagete, e la storia arcaica di Roma la legava alla dinastia dei Tarquini. Dopo la conquista romana, compiutasi nel corso del III secolo a.C., la città continuò a vivere come municipio romano fino alla tarda antichità, per poi spopolarsi progressivamente a vantaggio del vicino centro medievale di Corneto, l'odierna Tarquinia.

Toponimo Le liste dei nomi etruschi di città elaborate dalla letteratura scientifica registrano per Tarquinia la forma Tarch(u)na, con vocale interna oscillante, precisando al contempo che le forme etrusche dei nomi delle città restano oggetto di costante discussione; la manualistica corrente registra il nome anche nella variante più semplice Tarchna.; ; . Le fonti greche e latine restituiscono numerose varianti del toponimo (fra le altre Tarkynia, Tarkounai, Tarchonion, Tarquinii), tutte riconducibili a una stessa base etrusca tarch-, che gli antichi collegavano a Tarconte, fondatore ed eponimo della città, figlio o fratello di Tirreno.; Strabone, Geografia, V, 2, 2. Secondo la leggenda riferita da Cicerone e da altri autori, fu nelle campagne di Tarquinia che dalla terra arata emerse Tagete, il fanciullo dall'aspetto di vecchio che rivelò agli Etruschi la disciplina etrusca; per questo la tradizione antica considerava la città la culla della religione etrusca. In età medievale il nome antico sopravvisse solo come toponimo rurale, mentre l'abitato si spostò sul colle di Corneto: il comune moderno riprese la denominazione di Corneto Tarquinia nel 1872 e quella di Tarquinia nel 1922.

Fonti antiche e leggende di fondazione

Tarquinia è fra le città etrusche più presenti nelle fonti greche e latine, ma quasi sempre in funzione della storia di Roma: l'annalistica, con Livio e Dionigi di Alicarnasso, la ricorda per la vicenda di Demarato e della dinastia dei Tarquini e per le guerre del IV secolo a.C.; Cicerone la cita come patria della disciplina etrusca e come urbs Etruriae florentissima; geografi e itinerari, da Strabone a Plinio, da Tolomeo alla Tabula Peutingeriana, ne registrano il toponimo e la posizione lungo la via Clodia. Non mancano notizie di carattere economico e naturalistico, dagli allevamenti e dalle riserve di caccia ricordati da Plinio e Varrone alle cave di selce presso il lago di Bolsena, fino alla banca che i tarquiniesi Fulcinii tenevano a Roma e alle due isole galleggianti che Plinio colloca nel «lago di Tarquinia»..

Le leggende di fondazione ruotano attorno a Tarconte, fondatore ed eponimo della città, che la tradizione erudita greca, da Strabone agli scoli a Licofrone, presenta come fratello o delegato di Tirreno, mentre un'altra versione lo diceva figlio di Telefo, re dei Misi; la figura è del resto tramandata in modo frammentario e discorde, con notizie non sempre conciliabili fra loro.; . La tradizione etrusca ne faceva inoltre il fondatore, oltre che di Tarquinia, della dodecapoli e di altre città, e nellEneide egli compare alla guida degli Etruschi alleati di Enea.; ; Virgilio, Eneide, VIII, 505 e sgg. Tradizioni minori, riferite da Pompeo Trogo e da Plinio, attribuivano invece alla città un'origine greca o tessalica.. Al territorio tarquiniese le fonti legano poi il mito di Tagete, il fanciullo dal sapere di vecchio emerso da un solco arato che rivelò agli Etruschi le regole della disciplina, la cui nascita è localizzata nei dintorni della città da Cicerone fino a Giovanni Lido.; Cicerone, De divinatione, II, 23, 50.

La critica moderna tratta questi racconti come miti e costruzioni identitarie, non come memoria di eventi reali: per Camporeale si tratta di tradizioni elaborate probabilmente in ambito tarquiniese, che dovettero però godere di pieno credito nella cultura ufficiale per essere accolte da autori di primo piano.. Il mito di Tagete è stato letto da Ilaria Domenici come una «ierofania simbolica» radicata nel patrimonio di valori agrario degli Etruschi, imperniata sullo slittamento di senso dell'aratro «da strumento agricolo a strumento di fondazione»: ne è spia la ricostruzione tarda di Giovanni Lido, in cui l'aratore non è un contadino qualsiasi ma lo stesso Tarconte.. Già Massimo Pallottino, analizzando il cosiddetto specchio di Tarconte da Tuscania, osservava che, quale che fosse l'origine delle credenze tagetiche, la loro localizzazione presso Tarquinia dovette coinvolgere assai presto l'eponimo della città, e che la figura del Tarconte sacerdote e aruspice discende da quella, insieme religiosa e politica, del fondatore e re. Anche la genesi della leggenda è oggetto di datazioni divergenti, che ne presuppongono comunque l'origine tarquiniese: per Dominique Briquel essa nacque e si diffuse al tempo dei Tarquini, quando la città esercitava la propria supremazia sulla dodecapoli, Mario Torelli ne colloca l'elaborazione nel V-IV secolo a.C. e Filippo Coarelli, riprendendo il dossier nel 2009, ha proposto di risalire alla fine del VII secolo, in rapporto con la figura di Tarquinio Prisco.. Gli scavi hanno d'altra parte mostrato quanto queste credenze fossero radicate nella città storica: la venerazione plurisecolare tributata nel «complesso monumentale» al bambino prodigioso sepolto presso la cavità sacra è stata proposta come possibile retroterra rituale della leggenda di Tagete, mentre la cassa litica dell'Ara della Regina è stata interpretata come cenotafio di Tarconte; ciò che l'archeologia documenta, in questa lettura, non è la storicità del fondatore, ma la fede che i Tarquiniesi riponevano in lui.; ; .

Storia delle ricerche

La riscoperta di Tarquinia si intreccia fin dall'inizio con quella delle sue tombe dipinte, e comincia assai presto: un poemetto dell'umanista Lorenzo Vitelli accenna già nel 1454 a tombe con «immagini di dei e semidei», un breve di Innocenzo VIII del 1489 riferisce di un tumulo con ricco corredo aureo, subito disperso, e Annio da Viterbo ricorda un ipogeo ornato di pitture e di iscrizioni; nei primi decenni del Cinquecento Antonio da Sangallo il Giovane schizzava i resti della Civita, mentre nel 1546 i Tarquiniesi estinsero un debito verso il pontefice con seimila libbre di bronzi antichi, fusi per rivestire le colonne di San Giovanni in Laterano.. Il De Etruria regali di Thomas Dempster registra poi un ipogeo dipinto rinvenuto nel 1699 presso Corneto, e nel Settecento le scoperte si moltiplicarono, dalla tomba del Cardinale (1760) agli scavi dell'inglese Thomas Jenkins (1761), fino alle copie degli affreschi eseguite fra il 1764 e il 1766 dal pittore polacco Franciszek Smuglewicz per l'opera progettata da James Byres.. Nel 1827 la scoperta ai Monterozzi delle tombe delle Bighe, delle Iscrizioni e del Barone indusse la Commissione pontificia di antichità a proteggere gli ipogei con porte e a istituire un custode, nel quadro della tutela inaugurata dall'editto Pacca del 1820.. Con la fondazione dell'Instituto di corrispondenza archeologica (1828) le scoperte cornetane entrarono stabilmente nei repertori scientifici europei, mentre alla Civita gli scavi di Pietro Manzi e Melchiade Fossati mettevano in luce le terme romane e i primi resti dell'Ara della Regina, allora interpretata come monumento sepolcrale o come fortificazione.. Nella seconda metà del secolo le scoperte si susseguirono al ritmo dei rapporti di Wolfgang Helbig sul Bullettino: fra le altre, nel 1869 la Tomba dell'Orco e il sarcofago delle Amazzoni, nel 1876 la tomba dei Partunu con i suoi quindici sarcofagi; nel 1869 la contessa Giustina Bruschi istituì a Corneto un museo di antichità patrie, il cui ingente patrimonio sarebbe stato acquisito dallo Stato italiano nel 1913.. Dal 1874 il Comune di Corneto, con il concorso dell'Università Agraria, condusse scavi sistematici sui Monterozzi destinati ad alimentare il nascente museo cittadino; in questo quadro il 16 novembre 1881 vennero identificate alle Arcatelle le prime tombe villanoviane, esplorate fino al 1885 sotto la vigilanza della Direzione generale delle antichità di Giuseppe Fiorelli, con i sopralluoghi del giovane Gherardo Ghirardini e i resoconti di Helbig; nel 1882 una scelta di corredi fu donata al Museo Pigorini di Roma su richiesta di Luigi Pigorini.. La riscoperta delle tombe dipinte alimentò intanto la fortuna europea degli Etruschi: fra il 1842 e il 1847 George Dennis visitò Tarquinia con il disegnatore Samuel Ainsley per le sue Cities and Cemeteries of Etruria, mentre nel 1842 Lady Hamilton Gray favoriva la pubblicazione postuma dell'opera di Byres.. All'inizio del Novecento furono esplorate le necropoli villanoviane dei Poggi orientali, e Massimo Pallottino dedicò alla città la monografia del 1937 nei Monumenti Antichi; fra il 1934 e il 1948 Pietro Romanelli, direttore del museo di Tarquinia dal 1930, identificò definitivamente l'abitato etrusco-romano, scavando la cinta muraria, la porta settentrionale con gli edifici attigui, resti di abitazioni arcaiche e tratti stradali, un basamento semicircolare con votivi fittili di IV-III secolo sul fianco meridionale del colle e il tempio dell'Ara della Regina, dove nel 1938 venne in luce l'altorilievo dei Cavalli alati.. Dal 1956 le prospezioni geofisiche della Fondazione Lerici rivoluzionarono l'esplorazione dei Monterozzi, portando fra l'altro alla scoperta della tomba delle Olimpiadi (1958); fra il 1975 e il 1977 i saggi della stessa Fondazione in località Calvario portarono alla scoperta del villaggio villanoviano sepolto sotto la necropoli;. nel 1969 iniziarono gli scavi di Mario Torelli a Gravisca e i saggi all'Ara della Regina che condussero alla ricomposizione degli Elogia Tarquiniensia.. Dal 1982, infine, il Progetto Tarquinia dell'Università degli Studi di Milano, avviato da Maria Bonghi Jovino e proseguito da Giovanna Bagnasco Gianni, indaga sistematicamente l'abitato della Civita, il «complesso monumentale» e, dal 1983, le fasi arcaiche dell'Ara della Regina.; .

Storia Le origini e il periodo villanoviano