Il parco nazionale Gran Paradiso () è il parco nazionale più antico d'Italia, istituito il 3 dicembre del 1922Il Parco Nazionale Gran Paradiso è stato istituito ufficialmente con il Regio decreto-legge 3 dicembre 1922, n. 1584 (G.U. 13 dicembre 1922, n.291) . Il secondo Parco Nazionale italiano, di poco posteriore, è quello d'Abruzzo, istituito ufficialmente con Regio decreto-legge dell'11 gennaio 1923, n. 257 (G.U. 22 febbraio 1923, n.44) , situato a cavallo delle regioni Valle d'Aosta e Piemonte, attorno al massiccio del Gran Paradiso, gestito dallEnte Parco Nazionale Gran Paradiso, con sede a Torino. Esteso per una superficie di ettariDi cui 33.862 ha in territorio piemontese, cfr. "Parco nazionale del Gran Paradiso", I parchi del Piemonte. Ambiente e itinerari, a cura della Regione Piemonte, Cuneo: L'Arciere, 1999, p.213., su un terreno prevalentemente montuoso, dal lato francese confina con il Parco nazionale della Vanoise.
Storia La storia del parco nazionale Gran Paradiso è strettamente legata alla salvaguardia del suo animale simbolo: lo stambecco (Capra ibex). Questo ungulato, un tempo largamente diffuso a quote elevate, oltre il limite del bosco, su tutto l'arco alpino è stato oggetto di caccia indiscriminata per secoli. I motivi per cui lo stambecco era una preda così ambita dai cacciatori erano i più disparati, tra cui la succulenza della sua carne. Nei primi anni del XIX secolo,
Il 21 settembre 1821 il re di Sardegna Carlo Felice emanò le Regie patenti con le quali ordinava: «Rimane fin d'ora proibita in qualsivoglia parte de' regni domini la caccia degli stambecchi». Questo decreto, che salvò lo stambecco dall'estinzione, non fu ispirato da valori di protezionismo ambientale, non contemplati nella mentalità dell'epoca, bensì da mere speculazioni venatorie. La rarità di questi esemplari ne rendeva la caccia un lusso che il sovrano concedeva solo a se stesso.
Nel 1850, il giovane re Vittorio Emanuele II, incuriosito dai racconti del fratello Fernando, che durante una visita alle miniere di Cogne era stato a caccia, volle percorrere di persona le valli valdostane. Partì dalla valle di Champorcher, valicò a cavallo la Fenêtre de Champorcher e raggiunse Cogne; lungo questo tragitto, uccise sei camosci ed uno stambecco. Il re rimase colpito dalla abbondanza di fauna e decise di costituire in quelle valli una Riserva reale di caccia.
Furono necessari alcuni anni affinché i funzionari di Casa Savoia riuscissero a stipulare centinaia di contratti con cui i valligiani e i comuni cedettero al sovrano l'utilizzo esclusivo dei diritti venatori relativi alla caccia al camoscio ed ai volatili, poiché la caccia allo stambecco era vietata ai valligiani già da un trentennio, ed in alcuni casi persino dei diritti di pesca e di pascolo. I montanari non poterono più portare ovini, bovini e caprini sui pascoli d'alta quota, che furono riservati alla selvaggina.
Nasce ufficialmente, nel 1856, la Riserva Reale di Caccia del Gran Paradiso, il cui territorio era più ampio dell'attuale parco nazionale; infatti comprendeva anche alcuni comuni valdostani (Champorcher, Champdepraz, Fénis, Valgrisenche e Brissogne) che in seguito non furono inseriti entro i confini dell'area protetta. I valligiani, dopo i primi malumori, cedettero volentieri i loro diritti al sovrano, comprendendo che la presenza dei sovrani in quelle valli avrebbe portato benessere per la popolazione locale. Re Vittorio promise che avrebbe fatto "trottare i quattrini sui sentieri del Gran Paradiso".
Fu istituito un corpo di vigilanza composto di circa cinquanta addetti denominati Reali Cacciatori Guardie, furono restaurate chiese, argini e case comunali, costruiti casotti per i guardaparco e case di caccia più grandi utilizzando manovalanza locale. Tuttavia, l'opera più importante che cambiò il volto delle valli valdostane e canavesane fu la fittissima rete di mulattiere selciate fatte costruire per collegare i paesi con le case di caccia, coprendo una distanza di oltre 300 km. Queste strade furono progettate per permettere al re ed al suo seguito di spostarsi comodamente a cavallo all'interno della riserva. La maggior parte di esse è ancor oggi percorribile. Superano dei ripidi versanti con innumerevoli, ampissimi tornanti mantenendo sempre una lieve e costante pendenza. Si snodano in buona parte oltre i duemila metri ed in taluni casi superano i tremila (Col du Loson 3296 m e Colle della Porta 3002 m). I punti più impervi sono stati superati scavando il tracciato nella roccia. La carreggiata è lastricata di pietre, sostenuta da muri a secco costruiti con notevole perizia e presenta una larghezza variabile da un metro ad un metro e mezzo.
Il tratto meglio conservato si trova in Valle Orco; dal Colle del Nivolet, dopo un primo tratto a mezza costa, la mulattiera reale scavalca i colli della Terra e della Porta, tocca la casa di caccia del Gran Piano (recuperata di recente come rifugio) per poi scendere al paese di Noasca.Case di caccia e mulattiere reali sul sito del Parco nazionale del Gran Paradiso.
Le battute di caccia del re
Re Vittorio si recava nella riserva del Gran Paradiso di solito nel mese di agosto e vi si fermava da due a quattro settimane. I giornali e le pubblicazioni dell'epoca erano esaltate per il carattere bonario del re, che conversa e discute con grande affabilità, in lingua piemontese, con la popolazione locale e lo descrivono come un baldo cavaliere ed un fucile infallibile. In realtà le campagne di caccia erano organizzate in modo che il re potesse fare il tiro a segno sulle prede stando comodamente ad aspettare in una delle poste di avvistamento costruite lungo i sentieri.
Il seguito del Re era composto da circa 250 uomini, ingaggiati tra gli abitanti delle valli, che svolgevano le mansioni di battitori e portatori. Per questi ultimi, la caccia cominciava già nella notte. Si recavano nei luoghi frequentati dalla selvaggina, formavano un enorme cerchio attorno agli animali e poi con urla e spari li spaventavano in modo da spingerli verso la conca dove il Re era in attesa dietro una vedetta semicircolare di pietre. Soltanto il sovrano poteva sparare agli ungulati; alle sue spalle stava il "grand veneur" che aveva l'ordine di dare il colpo di grazia agli esemplari feriti o sfuggiti al tiro del Re. Oggetto della caccia erano i maschi di stambecco e camoscio adulti. Ne venivano abbattuti diverse decine al giorno, tuttavi la scelta di risparmiare le femmine ed i cuccioli favorì l'aumento del numero degli ungulati e le cacce reali divennero di anno in anno più abbondanti.
Il giorno dopo la caccia, il Re ed il suo seguito si trasferivano alla successiva casa di caccia. La domenica era di riposo per i battitori e, dai paesi, qualche prete saliva a celebrare la messa all'aperto. Il percorso maggiormente battuto dal Re durante i suoi tours del Gran Paradiso era il seguente: partiva da Champorcher, valicava la Fenêtre de Champorcher (2828 m), scendeva a Cogne, raggiungeva Valsavarenche passando dal Col du Loson (3296 m), saliva al Colle del Nivolet (2612 m) e da qui si inoltrava nel territorio canavesano passando sopra Ceresole Reale per poi scendere fino al paese di Noasca (1058 m) lungo il vallone di Ciamosseretto (come dice il nome, ricchissimo di camosci). Le case di caccia maggiormente utilizzate furono quelle di Dondena (2186 m), del Lauson (2584 m, oggi rifugio Vittorio Sella), di Orvieille e del Gran Piano di Noasca (anche quest'ultima recentemente recuperata come rifugio).
Anche i successori di Re Vittorio, Umberto I e Vittorio Emanuele III, intrapresero lunghe campagne venatorie nella riserva. L'ultima caccia reale si svolse nel 1913. Vittorio Emanuele III, più colto e meno affabile con i valligiani del nonno, cambiò orientamento e decise, nel 1919, di cedere allo Stato i territori del Gran Paradiso di sua proprietà con i relativi diritti, indicando come condizione che si prendesse in considerazione l'idea di istituire un parco nazionale per la protezione della flora e della fauna alpina.
Il parco nazionale
Il 3 dicembre 1922 re Vittorio Emanuele III, nei primi giorni del governo Mussolini, firmava il decreto legge che istituiva il Parco Nazionale del Gran Paradiso. L'articolo 1 del decreto sancisce che la finalità del parco è quella di "conservare la fauna e la flora e di preservare le speciali formazioni geologiche, nonché la bellezza del paesaggio". L'articolo 4 sancisce che la gestione è affidata alla Commissione Reale del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Seguono una serie di norme: nel perimetro del parco sono vietate la caccia e la pesca, l'accesso con cani, armi ed ordigni che servano a tali scopi, la Commissione può sospendere e regolare il pascolo in alcune località. Il servizio di vigilanza venne affidato al Corpo Reale delle foreste che reintegrò tutti i guardaparco della vecchia riserva che ne fecero richiesta. Vennero poi gli anni bui del parco.
Nel 1933 fu abolita con regio decreto la Commissione Reale e la gestione del parco passò al ministero per l'Agricoltura e Foreste. La sorveglianza, affidata alla Milizia Nazionale Forestale, divenne una sorta di servizio punitivo: venivano mandati dei malfattori o degli antagonistici politici, spesso non abituati alla rigidità della montagna, ad espiare le proprie pene (una specie di "piccola Siberia" italiana). La vigilanza perse d'efficacia, riprese il bracconaggio e a volte fu persino ordinato ai guardaparco di uccidere esemplari di stambecchi e di camosci della miglior specie per farne dono alle autorità militari. Durante la guerra, data l'assoluta scarsità di viveri, il bracconaggio si rese necessario anche per la popolazione locale,con lo scopo di sopravvivere.
Tornata la pace gli stambecchi erano ridotti ad appena 400 capi. Il 5 agosto 1947, con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, venne istituito lEnte Parco Nazionale Gran Paradiso con un consiglio di amministrazione composto da 13 elementi ed un corpo di guardie giurate alle sue dirette dipendenze. Fu nominato direttore soprintendente (lo sarà sino al 1969) il prof. Renzo Videsott che l'anno successivo, nel 1948, vi costituirà nel castello di Sarre la prima associazione ambientalista italiana, la Federazione Nazionale Pro Natura. Terminava così il lungo percorso di passaggio, durato quasi un trentennio, dalla riserva di caccia al parco nazionale.
Tra il 1950 e il 1953 venne assunto come guardiaparco Anacleto Verrecchia, il filosofo che diverrà celebre per i libri su Schopenhauer, Nietzsche e Giordano Bruno e che descriverà la sua esperienza come la "scuola" più formativa della propria vita.
Negli anni duemila il Parco nazionale è riconosciuto anche come sito di interesse comunitario (cod. SIC/ZPS: IT1201000) e fa parte dell'Important Bird Area "Gran Paradiso" (cod. IBA: IT008). Nel 2006 è stato insignito del Diploma europeo delle aree protette, rinnovato nel 2012 insieme al Parco nazionale della Vanoise.
Nel 2007, il Consiglio direttivo dell'Ente Parco, con deliberazione n. 16 del 27 luglio 2007, ha stabilito una modifica dei confini del parco, dandone comunicazione al Ministero dell'Ambiente e per la Tutela del Territorio e del Mare il 30 ottobre 2007. Per Decreto del Presidente della Repubblica 27 maggio 2009, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 235 del 9 ottobre 2009, il parco è stato quindi riperimetrato, con una riduzione della superficie complessiva totale pari allo 0,07 per cento del territorio. Il Presidente della Repubblica ha comunque ritenuto positivo l'intervento perché la selezione delle aree periferiche da includere nel parco è stata compiuta in base alla loro valenza naturalistica, per esempio sono state cedute aree fortemente antropizzate e incluse aree maggiormente naturali, mentre per il nuovo perimetro del parco è stata data la priorità alla presenza dei confini naturali per permetterne una gestione più razionale del territorio: