Fu considerato da Cicerone come il «padre della storia».Cicerone, De legibus, I, I, 5. Nella sua opera, ispirata a quella dei logografi (in particolare Ecateo di Mileto), egli cerca di individuare le cause che hanno portato alla guerra fra le poleis unite della Grecia e l'Impero persiano, ponendosi in una prospettiva storica, utilizzando l'inchiesta e diffidando degli incerti resoconti dei suoi predecessori.
Biografia Erodoto nacque, presumibilmente, nel 484 a.C.Aulo Gellio, XV 23, 1 ss. da una famiglia aristocratica di Alicarnasso (Asia minore), città della Caria (colonizzata fin dall'XI secolo a.C. dai Dori), da madre greca, Dryò, e padre asiatico, Lyxes. Politicamente fu sempre avverso, assieme al cugino Paniassi,Suda, η 536. a Ligdami II, tiranno di Alicarnasso, che governava la città grazie all'appoggio del Gran Re di Persia Dario I.
Paniassi, anzi, accusato da Ligdami di aver preso parte a una congiura di aristocratici per eliminarlo, fu messo a morte, mentre Erodoto riuscì a fuggire a Samo, città aderente alla Lega delio-attica di orientamento antipersiano (457 a.C. circa), dove ebbe la possibilità di perfezionare la sua conoscenza del dialetto ionico.H. R. Immerwahr, Storiografia. 1. Erodoto, in Letteratura Greca Cambridge, Milano, Mondadori, 2005, vol. 2, p. 3. Ritornò in patria intorno al 455 a.C. vedendo così la cacciata di Ligdami II, dopo la quale, nel 454 a.C., Alicarnasso entrò nella lega ateniese, divenendo tributaria della città attica.
Erodoto viaggiò e visitò gran parte del Mediterraneo, in particolar modo l'Egitto dove, affascinato da quella civiltà, rimase per quattro mesi.H. R. Immerwahr, Storiografia. 1. Erodoto, in Letteratura Greca Cambridge, Milano, Mondadori, 2005, vol. 2, p. 4. I viaggi gli avrebbero fornito materiali utili destinati alla stesura della sua opera (le Storie). Dal 447 a.C. soggiornò ad Atene, dove conobbe Pericle, il poeta tragico Sofocle,Plutarco, An seni res publica gerenda sit, 3, 785b. l'architetto Ippodamo di Mileto, i sofisti Eutidemo e Protagora. Nel 445 a.C. partecipò alle Panatenee, durante le quali lesse pubblicamente brani della sua opera, ricevendone in premio la notevole somma di 10 talenti.Plutarco, De Herodoti malignitate, 26, 862b.
Lo scrittore si stabilì, infine, nella colonia panellenica di Thurii (in Magna Grecia, nel luogo dove sorgeva l'antica Sibari), alla cui fondazione collaborò intorno al 444 a.C. ottenendone la cittadinanza. La tradizione vuole che vi morisse negli anni successivi allo scoppio della Guerra del Peloponneso, alla quale accenna nella sua opera.Plutarco, De exilio, 13, 604f.
Il mondo concettuale di Erodoto
Per capire bene la grande rivoluzione operata da Erodoto, considerato, come detto, "padre della storiografia", va premesso che il concetto di storia nell'antica Grecia era leggermente diverso da quello moderno, ossia una sequenza cronologica di avvenimenti descritta in modo obiettivo e con metodo scientifico, tanto che per molto tempo Tucidide fu considerato il più vero e antico storiografo greco, per quanto riguarda la scientificità della narrazione.
Nell'antica Grecia la storia era considerata anzitutto come magistra vitae e aveva quindi un fine pedagogico e solo secondariamente scientifico. Il fine della narrazione erodotea, come è possibile desumere dalla dichiarazione proemiale, era quello di raccontare «gesta degli eroi», anche se poi tale premessa sarà solo parzialmente mantenuta.
L'ottica con la quale Erodoto considera gli avvenimenti, i valori della storia e le azioni umane è analoga e paragonabile a quella dominante nel mondo dell'epos (epica), in cui gli uomini agiscono spinti dal desiderio di gloria nell'intento di lasciare un ricordo imperituro di sé. Sebbene la ricerca storiografica tenda alla razionalizzazione del presente nella ricerca di una dinamica cause-conseguenze, la composizione erodotea non può fare a meno di ammettere l'esistenza di un'entità divina, terribile e sconvolgente cui, in ultima istanza, andavano ricondotti i rovesci del destino.
L'opera era destinata a una lettura pubblica e questa fu certo una delle prime forme di trasmissione del testo; per questa ragione lo stile adottava espressioni formulari di carattere epico e procede secondo una dinamica circolare, sempre cercando di rimanere a suo modo impersonale e oggettivo nonostante attinga a piene mani dal materiale epico e dalla logografia (termine che indicava originariamente la "scrittura in prosa", i cui autori raccolsero in opere organicamente strutturate descrizioni di paesi stranieri, leggende locali eroiche, ecc.), Erodoto sarà il primo a ricercare un filo logico nella successione degli eventi, che si traduce nel rapporto causa-effetto.
La storia non è considerata da Erodoto come una semplice serie di avvenimenti che si susseguono nel tempo, ma come un insieme di fatti collegati fra loro da una complessa rete di rapporti logici, ben intelligibile. I principi chiave su cui si fonda la metodologia erodotea sono l'ὄψις (vista), la ἀκοή (ascolto) e la γνώμη (criterio con il quale seleziona i dati raccolti da vista e ascolto nel caso in cui essi siano in contraddizione, o li divide fra quelli visti da lui e quelli che ha sentito raccontare).H. R. Immerwahr, Storiografia. 1. Erodoto, in Letteratura Greca Cambridge, Milano, Mondadori, 2005, vol. 2, pp. 24-28.
Erodoto, quindi, dichiara espressamente l'uso di un metodo che rende i suoi racconti veridici, anche se accosta in maniera asistematica dati autentici a fatti palesemente favolistici, al fine di pilotare l'attenzione degli spettatori, quindi trovandosi ancora in una via di mezzo fra il logografo e lo storico, un narratore di storie più che uno storico in senso moderno. Qualora gli si prospettino due versioni diverse e non abbia elementi per decidere, si basa su un criterio di logica e verosimiglianza; talvolta lascia al lettore la scelta o respinge una determinata notizia, ritenendola incredibile.
Erodoto introduce nel suo pensiero anche quella che noi oggi potremmo chiamare filosofia della storia. Secondo Erodoto, infatti, protagonista della storia è la divinità, che è garante dell'ordine universale ed è quindi una divinità conservatrice. Nell'attimo stesso in cui l'ordine viene compromesso la divinità interviene, in base a quel principio che l'autore definisce come φθόνος θεῶν ("invidia degli dèi"). Tale principio filosofico si basa su una concezione arcaica della divinità: nell'antica Grecia, gli dei possedevano caratteristiche umane ed erano gelosi della propria gloria e del proprio potere. L'uomo che ottiene troppa fortuna, ὄλβος (òlbos, "felicità" o "fortuna") compie un atto di ὕβρις (hýbris, "tracotanza") incorrendo nello φθόνος θεῶν (phthònos theṑn, "invidia degli dèi"), e di conseguenza deve ricevere una punizione da parte degli dèi, che può essere morte, sofferenza o perdita della κλέος (klèos, "gloria").
Gli uomini devono quindi adeguarsi alla loro volontà, cercando di capirla con le divinazioni, gli oracoli e l'oniromanzia (interpretazione dei sogni). Con questa convinzione Erodoto riproduce uno schema mentale di asservimento alla divinità, tipico dell'età arcaica. Una visione della Storia mescolata, secondo la logica dei tempi dell'autore, alla religione, ma di cui Erodoto supera i tranelli grazie alla sua limpida onestà e logica intellettuale.H. R. Immerwahr, Storiografia. 1. Erodoto, in Letteratura Greca Cambridge, Milano, Mondadori, 2005, vol. 2, pp. 25-26.
L'ambiente con cui viene a contatto lo storico è l'Atene di Pericle, nella quale i valori tradizionali dell'aristocrazia naturale vengono contestati veementemente dai sofisti, intellettuali polemici che fondano la propria critica nella condanna dei νόμοι ("nòmoi", "costumi") convenzionali, ovvero artificiali e quindi non degni di rispetto, importanza e interesse. Si tratta quindi di elementi critici anche dell'impianto periegetico di Erodoto che analizza e studia proprio i nomoi delle popolazioni barbare, che, se da una parte venivano criticate da un altro dittico di sofisti, come Ippia, o Antifonte, legati al Diritto Naturale, proprio per la loro non corrispondenza alla φῦσις (phýsis, "natura"), venivano anche osteggiati dagli esponenti del cosiddetto tradizionalismo etico, che vedevano nel nomos propriamente greco l'unica fonte di verità, giustizia e sicurezza.
Erodoto risponde unendo e facendo propri alcuni aspetti contrari delle due visioni, riuscendo a sfuggire alle critiche e dando significato proprio alla sua ricerca. Egli, attraverso il relativismo di Protagora rifiuta di riconoscere come unica degna di attenzione la tradizione greca, affermando che a ogni uomo i propri costumi appariranno sempre i migliori, e contesta ai sofisti l'inutilità o la dannosità dei nomoi affermando che essi meritano attenzione e rispetto in quanto espressione per ciascun popolo della propria tradizione e cultura. La modernità di Erodoto è chiara proprio in questo passaggio culturale e storiografico.Sul tema, cfr. A. Dihle, I Greci e il mondo antico, Firenze, Giunti, 1997, pp. 38-43.
Le Storie
L'opera storiografica di Erodoto, le Storie (), è divisa in 9 libri, secondo una divisione operata dai grammatici alessandrini.
Nel proemio, dopo aver indicato il proprio nome e quello della città natale, Erodoto presenta la sua opera, illustrandone lo scopo generale e il tema:
Erodoto presenta l'opera come "ἱστορίης ἀπόδεξις", "esposizione della ricerca", che ha riguardato sia le imprese umane (τὰ γενόμενα ἐξ ἀνθρώπων) che non devono essere dimenticate, sia le gesta grandi e meravigliose (ἔργα μεγάλα τε καὶ θωυμαστά), compiute "sia da Elleni sia da Barbari".
In Persia il re Ciro il Grande intende conquistare tutti i possedimenti degli altri governatori tra i quali Candaule, Gige e Creso. Nel primo libro Erodoto narra di vari episodi fantastici come quello della moglie di Candaule scoperta nuda da Gige e un aneddoto pieno di coraggio e onore raccontato da Solone a Creso riguardo alla felicità umana. Quando Ciro sconfisse Creso, divenne il sovrano assoluto della Persia, conquistando poi anche Babilonia (539 a.C.).
Nel secondo libro sono esposte tutte le qualità e le curiosità della terra d'Egitto, dove ora governa Cambise II. Facendo riferimenti ai suoi viaggi compiuti in giovinezza, Erodoto fornisce una dettagliata descrizione dei luoghi, dei paesaggi, delle usanze popolari e delle tradizioni dell'Egitto, sottolineando in particolare le funzioni del fiume Nilo.
Nei libri III e IV si narra come Cambise conquisti con ripetuti assalti l'Egitto, terra dei faraoni, e di come Dario I gli succeda alla sua morte. Egli immediatamente nota che la Grecia è un punto strategico dove fondare nuove città e insediamenti perché costituisce la cerniera commerciale tra l'Oriente e l'Occidente mediante il Mar Mediterraneo. Immediatamente Dario comincia a conquistare le colonie greche ioniche dell'Asia Minore (odierna Turchia) e a dividerle in satrapie ponendo a capo di ciascuna un governatore.
Nel V libro alcune città ioniche guidate da Aristagora insorgono contro il dominio di Dario I, sostenute poi anche in Ellade dai politici Milziade e Aristide i quali formano un esercito oplita. La battaglia si svolge nel 490 a.C. a Maratona e l'esercito greco, pur di gran lunga inferiore di numero a quello nemico, riesce tuttavia a sconfiggere Dario. La vittoria si deve all'unione delle poleis Sparta e Atene e al coraggio e alla superiorità degli uomini ellenici nella disciplina militare.
Non molti anni dopo il figlio di Dario Serse riprende il progetto espansionistico del padre e assalta alcune città ioniche come Mileto (libro VII). Ora veramente l'intera Grecia è minacciata e tutte le poleis, dopo il sacrificio dello spartano Leonida alle Termopili, si uniscono politicamente e militarmente per fronteggiare il copioso esercito di Serse.