Il campo di concentramento di Sforzacosta, allestito nell'omonima frazione del comune di Macerata, rappresentò uno dei nodi logistico-repressivi di maggior rilievo dell'Italia centrale durante la seconda guerra mondiale. La parabola storica della struttura si articolò in due fasi distinte ma strettamente interconnesse sul piano infrastrutturale: dapprima come uno dei più vasti campi di prigionia per militari alleati gestiti dal Regio Esercito (PG 53) tra l'ottobre 1942 e l'armistizio dell'8 settembre 1943, e successivamente come campo di concentramento civile provinciale, centro di raccolta per gli ebrei destinati alla deportazione e luogo di detenzione per oppositori politici e renitenti alla leva sotto il controllo della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e delle forze d'occupazione tedesche.

Inquadramento geografico e questioni toponomastiche La frazione di Sforzacosta sorge nella valle del fiume Chienti, a circa 6 chilometri a sud-ovest dal centro urbano di Macerata. La scelta del sito fu dettata dalla sua posizione viaria e ferroviaria favorevole, situandosi all'intersezione tra la strada statale 78 Picena e le direttrici verso Tolentino e Foligno, a breve distanza da un piccolo campo d'aviazione e dalla stazione ferroviaria lungo la linea Civitanova Marche-Fabriano.

L'identificazione della struttura nei documenti d'archivio dell'epoca ha generato un'articolata confusione toponomastica. Negli atti ufficiali del Ministero della Guerra italiano, nei verbali del Comitato Internazionale della Croce Rossa e nelle relazioni della liberazione compilate dai prigionieri britannici, il sito viene alternativamente denominato Urbisaglia, Macerata, Sforzacosta, oppure indicato semplicemente con il numero convenzionale di Posta Militare 3200 o con la sigla PG 53. Questa sovrapposizione fu causata principalmente dalla denominazione della stazione ferroviaria di riferimento, registrata come Urbisaglia-Bonservizi o Urbisaglia-Sforzacosta, che indusse le burocrazie militari a catalogare il PG 53 sotto il nome del comune limitrofo di Urbisaglia.

A complicare il quadro contribuì anche il tentativo di allestimento di un secondo campo contiguo, identificato dal Ministero della Guerra come PG 56 Sforzacosta. Concepito nel settembre 1942 come struttura attendata destinata ad accogliere migliaia di prigionieri, il PG 56 non entrò mai in funzione in modo autonomo a causa di un violento nubifragio verificatosi il 22 settembre 1942, che allagò completamente i terreni attigui al fiume Chienti e costrinse le autorità a smontare le tende per il periodo invernale. Nell'estate del 1943, di fronte all'afflusso massiccio di prigionieri evacuati dai campi del sud Italia, l'area attendata venne ripristinata ma fu incorporata direttamente nella giurisdizione del PG 53.

La struttura e le condizioni igienico-sanitarie Il complesso destinato al campo di prigionia fu ricavato riadattando un grande opificio industriale dismesso, identificato dalle fonti storiche come un linificio e canapificio oppure come uno stabilimento destinato alla raffinazione dello zucchero di barbabietola e alla lavorazione del tabacco.

La struttura edilizia, disposta secondo una pianta assimilabile a una grande lettera "E", era dominata da quattro o cinque imponenti capannoni in mattoni e cemento armato con pavimentazione in cemento grezzo, privi di finestre e originariamente adibiti a magazzini. I due edifici più alti, sviluppati su due piani, ospitavano la massa dei detenuti in saloni privi di divisori interni, dove vennero montate lunghe file di letti a castello in legno a tre livelli. Lo spazio tra i castelli era talmente ridotto da non consentire il passaggio simultaneo di due uomini affiancati. Al centro del complesso sorgevano due palazzine minori, precedentemente adibite a uffici direzionali dell'opificio, riadattate per la reclusione dei prigionieri e per gli alloggi del comando italiano.

Il sistema repressivo e di contenzione esterna si componeva di un muro di cinta e di un doppio reticolato di filo spinato alto oltre 3 metri, distanziato da una fascia d'isolamento interna lungo la quale correva un cavo metallico collegato a spolette di mine antiuomo. Lungo il perimetro e agli angoli della recinzione erano dislocate sei altane in legno dotate di riflettori e postazioni di mitragliatrice, presidiate da sentinelle che avevano l'ordine tassativo di sparare a vista contro chiunque tentasse di oltrepassare il filo di rispetto. Due cancelli in ferro battuto regolavano gli accessi principali e la divisione interna tra i settori di detenzione e il quartiere di guardia presidiato da Carabinieri Reali, contingenti della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e cani da guardia.

Sebbene la capienza teorica del complesso fosse stata stimata tra gli e i posti, la struttura si rivelò drammaticamente inadeguata sul piano igienico-sanitario fin dalla sua apertura nell'ottobre del 1942. Per una popolazione che superò rapidamente le presenze, il campo disponeva soltanto di dodici latrine alla turca e di tre rubinetti di acqua potabile. I difetti di costruzione dei tetti provocavano continue infiltrazioni d'acqua, mentre l'assenza di impianti di riscaldamento e le carenze della rete fognaria resero le docce quasi del tutto inutilizzabili.

La promiscuità, il freddo intenso e la denutrizione favorirono la proliferazione cronica dei parassiti e l'insorgere di malattie polmonari ed enteriche. Tra il novembre 1942 e il maggio 1943 si registrarono all'interno del PG 53 almeno 52 decessi tra i militari alleati, 39 dei quali causati da forme severe di polmonite e broncopolmonite. Le memorie dei prigionieri reclusi, come quelle del soldato britannico Raymond Ellis, descrivono una quotidianità segnata dalla monotonia degli appelli nel piazzale polveroso, dalla scarsità di libri e dall'ingegno degli internati nel fabbricare carte da gioco e giochi da tavolo per far scorrere il tempo.

Il campo per prigionieri di guerra alleati PG 53 (1942-1943) Attivato ufficialmente nell'ottobre del 1942 sotto la giurisdizione del IX Corpo d'Armata, il campo PG 53 venne impiegato dal Regio Esercito come luogo di concentramento per sottufficiali e soldati di truppa delle forze britanniche e del Commonwealth catturati sul fronte nordafricano. La direzione della struttura fu affidata al Colonnello Salvatore Cilotti fino al luglio 1943, affiancato e poi sostituito dal Colonnello Massimiliano Capurso e, negli ultimi mesi prima dell'armistizio, dal Colonnello Enrico Getragnani.

L'andamento demografico dei detenuti all'interno del PG 53 evidenzia le continue fluttuazioni legate alle esigenze logistiche del Regio Esercito e all'andamento delle operazioni belliche:

+ Popolazione detenuta nel campo PG 53 (1942-1943) Data Generali Ufficiali Sottufficiali Truppa Totale 31/10/1942 0 0 111 30/11/1942 0 8 363 31/12/1942 0 8 364 31/01/1943 0 8 420 28/02/1943 0 18 481 31/03/1943 0 8 516 30/04/1943 0 7 492 31/05/1943 0 7 494 30/06/1943 0 8 659 31/08/1943 0 11 803

Il netto calo della popolazione carceraria registrato nel maggio 1943 fu determinato dall'invio di circa uomini verso i distaccamenti di lavoro coatto e i campi situati nell'Italia settentrionale. Nel mese di luglio 1943, Sforzacosta assunse la funzione di centro di selezione e smistamento per il lavoro coatto nel Terzo Reich: circa prigionieri con qualifiche operaie o artigianali, prelevati da Sforzacosta e da altri campi marchigiani e abruzzesi come Servigliano e Sulmona, furono trasferiti in Germania. Nel corso dell'estate il campo tornò a riempirsi saturandosi nuovamente a causa dell'evacuazione dei complessi detentivi del sud Italia, accogliendo migliaia di uomini trasferiti da Gravina, Capua e Foggia, molti dei quali già gravemente debilitati dalla malaria.

In questo periodo si verificarono anche gravi episodi di violenza da parte del personale di custodia. Il 24 febbraio 1943, il soldato britannico Arthur Aaron venne ucciso da una sentinella italiana. Nel marzo 1946, la Sezione Speciale della Corte d'Assise giudicò i responsabili dell'evento, condannando l'ex comandante Colonnello Massimiliano Capurso a 8 anni di reclusione e il soldato Clemente Fantacci a 15 anni; la sentenza nei confronti di Capurso venne tuttavia annullata poco tempo dopo, mentre la pena di Fantacci fu notevolmente ridotta.

La proclamazione dell'armistizio dell'8 settembre 1943 condusse al definitivo sfaldamento della struttura. Dopo giorni di incertezza in cui il comando mantenne i prigionieri serrati all'interno della cinta muraria, il 15 settembre 1943, di fronte alla fuga dei sorveglianti italiani, migliaia di detenuti forzarono i cancelli e si dispersero nel territorio circostante. La popolazione contadina delle campagne maceratesi fornì ai fuggiaschi abiti civili, cibo e rifugio, consentendo a molti di essi di raggiungere il fronte alleato o di aggregarsi alle formazioni partigiane. Tuttavia, oltre militari alleati rimasti bloccati nel campo o ricatturati dalle pattuglie tedesche vennero presi in consegna dalle truppe della Wehrmacht e deportati verso i campi di prigionia in Germania.

Il campo civile della RSI (1943-1944) Dopo l'occupazione militare tedesca, l'ex opificio di Sforzacosta venne requisito e rimesso in funzione sotto l'autorità della Questura di Macerata della RSI, venendo trasformato nell'ottobre 1943 in un campo di concentramento provinciale per civili.

In seguito all'emanazione dell'Ordinanza di Polizia n° 5 del 30 novembre 1943 da parte del Ministero dell'Interno della RSI, che stabiliva l'arresto immediato e l'internamento di tutti gli ebrei, Sforzacosta divenne il principale centro d'ammassamento della provincia. La struttura accolse i 58 ebrei stranieri precedentemente internati a Urbisaglia, le 19 internate di Petriolo, le 50 internate di Pollenza e numerosi nuclei familiari prelevati dai comuni di internamento coatto libero come Caldarola, Corridonia, Tolentino, Mogliano e Treia. Nel complesso vennero accentrati anche tutti i beni e le coperte requisiti negli altri campi dismessi della zona. Tra il gennaio e il marzo del 1944, le SS e le autorità di polizia italiane organizzarono lo sgombero progressivo dei detenuti ebrei, trasferendoli al campo di transito di Fossoli, da dove furono successivamente deportati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Quasi la totalità dei deportati passati per Sforzacosta trovò la morte nelle camere a gas naziste.

Parallelamente alla persecuzione antiebraica, il campo fu impiegato come centro di reclusione per circa 80 civili slavi, molti dei quali affetti da tubercolosi e trasferiti anch'essi a Fossoli nel febbraio 1944, e per centinaia di antifascisti, ostaggi civili e giovani renitenti alla leva rastrellati nella provincia di Macerata, in particolare nell'area di Tolentino. Gli internati destinati al lavoro coatto venivano catalogati dalle commissioni tedesche in abili da inviare nei lager in Germania (passando per il campo di Suzzara), abili da impiegare nei cantieri della Todt in Italia e inabili.

La struttura fu anche teatro dell'esecuzione dei partigiani Livio Cicalè e Giuseppe Biagiotti, avvenuta il 17 aprile 1944. Amici d'infanzia cresciuti nell'orfanotrofio maschile di Macerata, Cicalè (allievo finanziere nato a Buenos Aires nel 1925) e Biagiotti (nato a Macerata nel 1925) rifiutarono di rispondere alla chiamata alle armi di Salò e si unirono al Gruppo 201 della Brigata Spartaco, guidato dal comandante Emanuele Lena ("Acciaio"). Il 15 aprile 1944, durante un tentativo di catturare il Capo della Provincia Ferazzani lungo la strada statale 77 nei pressi di Tolentino, la formazione cadde in un'imboscata. Biagiotti rimase ferito a una gamba e Cicalè tornò indietro per caricarlo sulle spalle nel tentativo di salvarlo. Catturati dai Carabinieri, i due giovani furono interrogati e torturati nella caserma Corridoni di Macerata e infine condotti a Sforzacosta, dove la Guardia Nazionale Repubblicana li costrinse a scavarsi la fossa prima di fucilarli.