Biografia Dino Campana nacque a Marradi, un borgo della Romagna fiorentina, il 20 agosto del 1885, figlio di Giovanni Campana, insegnante di scuola elementare, poi direttore didattico, descritto come un uomo perbene ma di carattere debole e remissivo, e di Francesca Luti, detta Fanny, una donna severa e compulsiva, affetta da mania deambulatoria e fervente credente cattolica. Fanny era attaccata in modo morboso al figlio Manlio, più giovane di due anni di Dino.
Trascorse l'infanzia in modo apparentemente sereno, sebbene in crescente contrasto con la figura materna, secondo testimonianze di persone vicine alla famiglia, poiché trascurato dopo la nascita del secondogenito. Intorno all'età dei quindici anni gli vennero diagnosticati i primi disturbi nervosi, che - nonostante tutto - non gli avrebbero impedito comunque di frequentare i vari cicli di scuola.
Frequentò le elementari a Marradi (dove ebbe come compagno di classe il futuro commediografo e paroliere Anacleto Francini), poi la terza, quarta e quinta ginnasio presso il collegio dei Salesiani di Faenza. Intraprese gli studi liceali dapprima presso il Liceo Torricelli della stessa città e, conseguentemente a peggioramento del rendimento scolastico, a Carmagnola (in provincia di Torino), presso il regio liceo Baldessano, dove conseguì la maturità nel luglio del 1903. Rientrato a Marradi, le crisi nervose si acutizzarono, come pure i frequenti sbalzi di umore, sintomi dei difficili rapporti con la famiglia (soprattutto con la madre) e il paese natío.
Dopo il conseguimento del diploma di maturità, Dino, all'età di diciotto anni, si iscrisse, nell'autunno del 1903, presso l'Università di Bologna, al corso di laurea in Chimica pura, e nel gennaio dell'anno successivo entrò a far parte della scuola per gli ufficiali di complemento di Bologna. Non riuscì però a superare l'esame per il ruolo di sergente, e venne quindi prosciolto dal servizio e in seguito congedato. Nel 1905 passò alla Facoltà di Chimica farmaceutica presso l'Università di Firenze, ma dopo pochi mesi Campana decise di trasferirsi nuovamente a Bologna.
Il poeta espresse il suo "male oscuro" con un irrefrenabile bisogno di fuggire e dedicarsi a una vita errabonda: la prima reazione della famiglia, del paese e successivamente anche dell'autorità pubblica, fu quella di considerare le stranezze di Campana come segni lampanti della sua pazzia. Ad ogni sua fuga, che si realizzava con viaggi in paesi stranieri, dove si dedicava ai mestieri più disparati per sostentarsi, seguiva, da parte della polizia (in conformità con il sistema psichiatrico del tempo, e a seguito delle incertezze dei familiari) il ricovero in manicomio. Inoltre, veniva visto con sospetto per i tratti somatici giudicati "germanici" e per l'impeto con cui discuteva di poesia e filosofia.
Internato per la prima volta nel manicomio di Imola (in provincia di Bologna), nel settembre del 1905, ne tentò una fuga già tra il maggio e il luglio del 1906, per raggiungere la Svizzera e da lì la Francia. Arrestato a Bardonecchia (in provincia di Torino) e di nuovo ricoverato presso l'istituto di Imola, ne uscì nel 1907 per l'interessamento della famiglia a cui era stato affidato.
Risale intorno al 1907 un suo viaggio in Argentina, presso una famiglia di lontani parenti emigrati, caldeggiato dagli stessi genitori per liberarlo dal tanto odiato paese natìo, e probabilmente perché il conflitto con la madre si era fatto ormai insanabile. Attratto probabilmente dalla nuova meta, Dino accettò forse di partire anche (o soprattutto) per lasciarsi alle spalle l'esperienza del manicomio.
Il viaggio in Sudamerica rappresenta comunque un punto particolarmente oscuro della biografia del poeta marradese: se alcuni infatti arrivarono a chiamarlo "il poeta dei due mondi", c'è anche chi, come per esempio Ungaretti, sostiene invece che in Argentina Campana non ci andò. Regna una certa confusione anche sulle varie versioni intorno alla datazione e alle modalità del viaggio e sul tragitto del ritorno. Tra le varie ipotesi, si crede che sia partito nell'autunno del 1907 da Genova, ed abbia vagabondato per l'Argentina fino alla primavera del 1909, quando ricomparve a Marradi, dove venne arrestato.
Dopo un breve internamento all'Ospedale Psichiatrico San Salvi di Firenze, ripartì per un viaggio in Belgio, ma venne nuovamente arrestato a Bruxelles e quindi internato presso la maison de santé di Tournay all'inizio del 1910. A questo punto, si rivolse in cerca di aiuto alla famiglia e venne rimandato in Italia, a Marradi, dove trascorse un periodo più tranquillo. Nell'autunno del 1910 andò in pellegrinaggio al Santuario della Verna: l'esperienza sarà rievocata in alcune poesie dei Canti Orfici. Tra il 1912 e il 1913 si immatricolò per la seconda volta presso l'ateneo bolognese, ma soltanto dopo due mesi chiese il trasferimento per Genova. Durante il soggiorno universitario nel capoluogo emiliano ebbe però modo di frequentarne i circoli letterari legati ai goliardi locali, con i quali riuscì a stringere dei solidi rapporti d'amicizia, e alcuni appassionati di letteratura della sua età. Proprio su fogli pubblicati dai goliardi bolognesi (Il Papiro, 1912 e Il Goliardo, 1913) uscirono le sue prime prove poetiche: in tutto quattro testi che, rielaborati, sarebbero poi stati tutti inclusi nei Canti Orfici.
I Canti Orfici
Nel 1913 Campana si recò a Firenze, presentandosi alla redazione della rivista Lacerba di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, suo lontano parente, a cui consegnò il suo manoscritto intitolato Il più lungo giorno. Non venne però preso in considerazione e il manoscritto andò ben presto perduto (sarà ritrovato solamente sessant'anni dopo, nel 1971, dopo la morte di Soffici, tra le sue carte nella casa di Poggio a Caiano, probabilmente nello stesso posto in cui era stato riposto e subito dimenticato).
Dopo qualche mese di attesa irrisposta, Campana scese da Marradi a Firenze per recuperare il manoscritto. Papini non lo possedeva più e lo indirizzò da Soffici, che però sostenne di non esserne mai entrato in possesso. Il giovane, già mentalmente labile, fu preda, a seguito di questo episodio, di rabbia e disperazione, poiché aveva consegnato, ingenuamente, l'unica copia esistente dell'opera. Scrisse e implorò insistentemente senza altro risultato che il disprezzo e l'indifferenza di tutto l'ambiente culturale che gravitava intorno alle "Giubbe Rosse". Infine, esasperato, minacciò di presentarsi con il coltello per farsi giustizia dell'"infame" Soffici e dei suoi soci, che definì "sciacalli".
A proposito del dissidio tra Campana e l'ambiente letterario fiorentino si leggano le parole che Campana scrisse a Papini in una lettera del maggio del 1913: "(...) E se di arte non capite più niente cavatevi da quel focolaio di càncheri che è Firenze e venite qua a Genova: e se siete un uomo d'azione la vita ve lo dirà e se siete artista il mare ve lo dirà. Ma se voi avete un qualsiasi bisogno di creazione non sentite che monta attorno a voi l'energia primordiale di cui inossare i vostri fantasmi? Accademia della Crusca. Accademia dei Lincei. Accademia del mantellaccio: sì, voi siete l'accademia del Mantellaccio; con questo nome ora vi dico in confidenza, io vi chiamo se non rispettate di più l'arte. Mandate via quella redazione che a me sembrano tutti cialtroni. Essi sono ignari del «numero che governa i bei pensieri». La vostra speranza sia fondare l'alta coltura italiana. Fondarla sul violento groviglio delle forze nelle città elettriche sul groviglio delle selvagge anime del popolo, del vero popolo, non di una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze. Sapete, essendo voi filosofo sono in diritto di dire tutto: del resto vi sarete accorto che sono un'intelligenza superiore alla media. Per finire, il vostro giornale è monotono, molto monotono: l'immancabile Palazzeschi, il fatale Soffici: come novità: Le cose che fanno la Primavera. In verità vi dico tutte queste cose non fanno la Primavera ma l'inverno. Ma scrivete un po' a Marinetti che è un ingegno superiore, scrivetegli che vi mandi qualche cosa di buono: e finitela colla critica".
Nell'inverno del 1914, persa ormai ogni speranza di recuperare il manoscritto, Campana decise di riscrivere tutto affidandosi alla memoria e alle sue sparse bozze; in pochi mesi, lavorando anche di notte e a costo di un enorme sforzo mentale, riuscì a riscrivere il libro, con numerose modifiche e aggiunte.Mario Luzi, Un eccezionale ritrovamento tra le carte Soffici, in "Corriere della Sera" del 17 giugno 1971. Nella primavera dello stesso anno, Campana riuscì finalmente a pubblicare, a proprie spese, la raccolta con il nuovo titolo, appunto, di Canti Orfici, in riferimento alla figura mitologica di Orfeo, il primo dei "poeti-musicisti". Nel 1915 una recensione ai Canti da parte di Renato Fondi, sul Fanfulla della domenica, gli restituì "il senso della realtà": trascorse quindi l'anno viaggiando senza una meta fissa tra Torino, Domodossola, ancora Firenze. Scoppiata la Grande Guerra, Campana venne esonerato dal servizio militare, ufficialmente per problemi di salute fisica, in realtà perché segnalato ormai come malato psichiatrico grave. Nel 1916 ricercò inutilmente un impiego. Scrisse a Emilio Cecchi — il quale sarebbe stato, insieme a Giovanni Boine (che comprese da subito l'importanza di Campana, recensendo i Canti Orfici nel 1915 su Plausi e Botte, una rubrica della rivista La Riviera Ligure) e a Giuseppe De Robertis, uno dei suoi pochi estimatori) — e iniziò con lo scrittore una breve corrispondenza. A Livorno si scontrò con il giornalista Athos Gastone Banti, che scrisse su di lui un articolo denigratorio sul quotidiano Il Telegrafo: si arrivò quasi al duello, evitato solo perché i padrini di Campana non lo avvisarono degli accordi presi con quelli del giornalista.Nel 1916, sulle colline del Mugello, conobbe anche la scrittrice Sibilla Aleramo — rimasta colpita dalla lettura de Canti Orfici — autrice del romanzo Una donna, con la quale instaurò un'intensa quanto tumultuosa relazione, che si sarebbe interrotta all'inizio del 1918, a seguito di un breve incontro nel Natale del 1916, a Marradi.
Esistono testimonianze della relazione avvenuta tra Dino e Sibilla nel carteggio pubblicato da Feltrinelli nel 2000: Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-1918. Il carteggio ha inizio con una lettera della Aleramo, datata 10 giugno 1916, nella quale l'autrice esprime la sua ammirazione per i Canti Orfici, dichiarando di esserne stata "incantata e abbagliata insieme". La scrittrice era allora in vacanza nella Villa La Topaia a Borgo San Lorenzo, mentre Campana era in una stazione climatica presso Firenzuola, Casetta di Tiara, per rimettersi in salute dopo essere stato colpito da una leggera paresi al lato destro del corpo.
Ultimi anni e morte
Nel 1918, dopo una breve parentesi a San Salvi, portatovi dopo essere fermato dalla Polizia in seguito a un'aggressione mai chiarita, dove fu preso in cura dal dottor Arnolfo TaddeiPRIMO CONTI – GIUSEPPE RAIMONDI, Carteggio 1918-1980; a cura di P. Mania, Roma 2001, p. 19, Campana venne internato presso l'ospedale psichiatrico di Villa di Castelpulci, nei pressi di Scandicci (in provincia di Firenze). Lo psichiatra Carlo Pariani gli fece visita per intervistarlo e confermò l'inappellabile diagnosi: ebefrenia, una forma estremamente grave e incurabile di psicosi schizofrenica; tuttavia il poeta sembrò essere a suo agio nel manicomio, vivendo una vita tranquilla e, finalmente, sedentaria.Nel 1938 la casa editrice Vallecchi pubblicherà "Vite non romanzate di Dino Campana scrittore e di Evaristo Boncinelli scultore".Dino Campana morì in ospedale, sembra per una forma di setticemia, causata dal ferimento con un filo spinato nella zona dello scroto, forse durante un tentativo di fuga, il 1º marzo 1932, pochi giorni prima di essere dimesso dal manicomio.