I Dialoghi dei morti () sono un'opera di Luciano di Samosata, contenente trenta brevi dialoghi con protagonisti dèi ed eroi mitici, così come personaggi storici.

Questa raccolta fa parte della quadrilogia dei Dialoghi (assieme a quelli degli dèi, marini e delle cortigiane).

Struttura, temi e stile Tutti i dialoghi sono ambientati nell'Ade, il regno dei morti. Figure ricorrenti sono così le divinità infere (in primis Ade ossia Plutone, ma anche Ermes nella sua qualità di psicopompo, Caronte, Cerbero e così via), con cui si confrontano gli spiriti dei trapassati, più o meno illustri: si va da figure del mito a personaggi storici.

Tra questi ultimi assumono rilievo particolare due filosofi cinici, Diogene di Sinope (412-323 a.C.) e Menippo di Gadara (310-255 a.C.). Molto probabilmente i due rappresentano l'atteggiamento che Luciano stesso riteneva preferibile nei confronti della morte: i due cinici, infatti, sono gli unici a mantenere un distacco ironico, o meglio sarcastico, mentre gli altri defunti non si rassegnano alla nuova condizione.

I "dialoghi" di Luciano si contraddistinguono per la loro scioltezza e capacità di coinvolgere il lettore, catapultandolo in universo totalmente diverso dal mondo religioso e dai miti che fino a quel momento si conoscevano. Lo stile adottato da Luciano è particolarmente semplice e diretto, capace di suscitare risa e stupore di fronte alle narrazioni dei personaggi, ma vi sono anche momenti seri e di riflessione, che non tralasciano tutto sommato nella storia i motivi delle cause e degli avvenimenti dei protagonisti.

Ordine dei dialoghi Il corpus delle opere di Luciano di Samosata ci è giunto in manoscritti appartenenti a due recensioni fondamentali, indicate dagli studiosi come β e γ. Le due famiglie dispongono i dialoghi in modo diverso tra loro, secondo il seguente prospetto:

N.Nei manoscritti della recensione γ. N.Nei manoscritti della recensione β. Dialogo 1 1 Diogene e Polluce 2 22 Caronte e Menippo 3 2 Plutone, Menippo e alcuni morti 4 21 Menippo e Cerbero 5 18 Menippo ed Ermes 6 20 Menippo ed Eaco 7 17 Menippo e Tantalo 8 26 Menippo e Chirone 9 28 Menippo e Tiresia 10 3 Menippo e Trofonio 11 16 Diogene ed Eracle 12 14 Filippo e Alessandro 13 13 Diogene e Alessandro 14 4 Ermes e Caronte 15 5 Plutone ed Ermes 16 6 Terpsione e Plutone 17 7 Zenofante e Callidemide 18 8 Cnemone e Damnippo 19 9 Similo e Polistrato 20 10 Caronte, Ermes e altri morti 21 11 Cratete e Diogene 22 27 Diogene, Antistene e Cratete 23 29 Aiace e Agamennone 24 30 Minosse e Sostrato 25 12 Alessandro, Annibale, Minosse e Scipione 26 15 Achille e Antiloco 27 19 Eaco e Protesilao 28 23 Plutone e Protesilao 29 24 Diogene e Mausolo 30 25 Nireo, Tersite e Menippo

L'articolo segue l'ordine della recensione γ.

I dialogo: Diogene e Polluce Il I dialogo ha un valore programmatico: Diogene prega Polluce, semidio che fa la spola tra l'Ade e la terra, di riferire le sue parole ai vivi. In primo luogo Diogene invita Menippo a raggiungerlo presto agli inferi, ove potranno deridere assieme le anime dei ricchi e potenti che non si rassegnano ad aver perso tutto. Altre parole di scherno di Diogene sono appunto per i filosofi, i ricchi e gli aitanti, tutti destinati a perdere ogni bene terreno nell'Ade, il quale solo ai poveri apparirà preferibile alla loro condizione precedente.

A questo punto Diogene prega Polluce, che in vita fu spartano, di rimproverare anche i suoi ex concittadini per aver perso le antiche virtù, ma Polluce rifiuta di fare ciò, mentre riferirà tutti gli altri messaggi.

II dialogo: Caronte e Menippo Menippo è appena giunto agli inferi ed è stato traghettato dal nocchiero Caronte. Quest'ultimo reclama il compenso per aver trasbordato Menippo, ma il filosofo cinico ribadisce di non avere neanche un obolo da dargli.

A nulla valgono le vivaci rimostranze del barcaiolo, che cerca di convincere anche Ermes, quindi Menippo semplicemente si allontana senza aver pagato.

III dialogo: Plutone, Menippo e alcuni morti Alcuni morti si lamentano di Menippo con Plutone: si tratta di Mida di Frigia, Sardanapalo d'Assiria e Creso di Lidia. I tre hanno da lagnarsi di Menippo in quanto il filosofo cinico non fa altro che irriderli per il loro lamentare di aver perso tutti i beni e i piaceri di cui godevano in vita, quando furono potenti sovrani.

Plutone chiede a Menippo il motivo per cui faccia così, e il cinico ribadisce con forza il suo profondo disprezzo per i tre, motivo per cui continuerà a canzonarne i lamenti intonando il motto "conosci te stesso".

IV dialogo: Menippo e Cerbero Menippo ha un colloquio con Cerbero, il cane a tre teste guardiano dell'oltretomba (che chiama scherzosamente congiunto, in quanto egli è filosofo cinico, ovvero "canino").

Menippo è curioso di sapere quale fu la condotta tenuta dal famoso Socrate quando morì e scese all'Ade, e se davvero non ebbe timore della morte. Cerbero risponde che all'inizio mantenne un contegno altero, per non mostrare di avere paura, ma non appena si affacciò nella voragine d'oltretomba iniziò a tergiversare, prima di essere abbrancato da Cerbero. Il molosso conclude affermando che solo Menippo, e prima di lui Diogene, sono scesi all'Ade disprezzando davvero la morte.

V dialogo: Menippo ed Ermes In quanto appena arrivato, Menippo chiede ad Ermes di fargli da guida. Il dio-psicopompo non ha molto tempo, quindi si limita ad indicargli con un cenno ove si trovano i morti che furono di bell'aspetto: Giacinto, Narciso, Nireo, Achille, Tiro, Leda.

Menippo osserva che quelli non sono che scheletri, compresa la famosa Elena causa della guerra di Troia. Ermes ribatte che non si può paragonare la bellezza di Elena viva alla sua condizione nell'oltretomba, ma appunto il filosofo evidenzia la follia di greci e troiani, che combatterono e soffrirono per qualcosa di tanto caduco quanto la bellezza di un essere umano.

Ermes risponde di non aver tempo per filosofare con Menippo, quindi lo invita a trovarsi un angolo in cui sistemarsi mentre lui andrà a condurre altri morti.

VI dialogo: Menippo ed Eaco Menippo chiede a Eaco, uno dei giudici infernali, di mostrargli i defunti più celebri e insigni. Eaco accetta.

Dapprima addita gli eroi omerici, Agamennone, Achille, Idomeneo, Odisseo, uno dei due Aiaci,Aiace Oileo o Aiace Telamonio. Diomede, ridotti a scheletri come tutti. Seguono alcuni sovrani: Mida, Sardanapalo e CresoDa Menippo già incontrati nel III dialogo. con in più i gran re di Persia Ciro e Serse: Menippo si accanisce su quest'ultimo e Sardanapalo. Eaco si offre quindi di mostrare a Menippo i filosofi: Pitagora, i sette savi, Empedocle. Menippo chiede infine dove sia Socrate, ed Eaco risponde che di solito se ne sta a chiacchierare con i saggi eroi Nestore e Palamede.

Il cinico individua Socrate e ha un colloquio con lui: alla fine Socrate lo invita a trattenersi ulteriormente, ma Menippo se ne torna a tormentare Creso e Sardanapalo.

VII dialogo: Menippo e Tantalo Menippo colloquia con Tantalo, noto per il celebre supplizio eterno cui era stato condannato dagli dèi per la sua tracotanza: egli avrebbe dovuto patire eternamente la fame e la sete senza speranza di poter mai estinguerle. Tuttavia Menippo osserva come sia assurdo che l'ombra di un defunto possa provare sensazioni quali la fame e la sete, cui Tantalo risponde che appunto in questo consiste la punizione divina.

VIII dialogo: Menippo e Chirone Menippo colloquia con il centauro Chirone, che in vita ebbe fama di saggio.

In quanto figlio di Crono, a differenza degli altri centauri, Chirone era di per sé immortale e fu lui a scegliere di morire; Menippo pertanto gli chiede il motivo della sua scelta. Il centauro ribatte che l'essere in vita gli era venuto a noia per la monotonia di una condizione sempre uguale, e di aver preferito morire per desiderio di sperimentare la novità. Ma a questo punto Menippo ha gioco facile nel far notare a Chirone come quanto appena affermato possa farlo cadere in contraddizione, in quanto parimenti dovrebbe venirgli a noia anche l'essere defunto nell'Ade. Conclude quindi che ognuno deve accontentarsi di ciò che gli capita.

IX dialogo: Menippo e Tiresia Menippo colloquia con l'indovino Tiresia.

Il cinico è incuriosito in quanto, come si legge nei poeti, in vita l'indovino fu sia uomo sia donna, e gli chiede quale fra queste due esistenze fosse preferibile. Tiresia risponde giudicando migliore la vita delle donne perché priva di preoccupazioni; il cinico continua però la sua indagine, volendo sapere se Tiresia abbia mai partorito. Senza scomporsi, l'indovino spiega pazientemente di esser stato in grado di concepire, ma di non aver avuto figli; di fronte alle sempre crescente incredulità dell'altro, Tiresia si limita ad affermare sussiegosamente che Menippo non sa nulla delle sue vicende. Il cinico conclude dichiarando che tutti gli indovini sono mentitori.

X dialogo: Menippo e Trofonio Menippo se la prende con AnfilocoEsistettero due eroi dal medesimo nome, entrambi dotati di capacità profetiche e partecipanti alla guerra di Troia, tanto da essere confusi: Anfiloco (figlio di Alcmeone) e Anfiloco (figlio di Anfiarao). e Trofonio: infatti ora vede che i due eroi sono del tutto mortali, mentre sulla terra sono stati creduti divinizzati dopo la morte tanto da dare origine ad oracoli.

Trofonio ribatte che la responsabilità dell'equivoco non è certo loro, quanto delle errate opinioni degli uomini, e che un eroe è un semidio. Menippo gli chiede allora dove sia la sua metà divina, al che Trofonio risponde che essa sta rendendo oracoli a Lebadea, suscitando l'ironica incredulità del cinico.

XI dialogo: Diogene ed Eracle Diogene è incredulo nel vedere nell'Ade il grande Eracle, figlio di Zeus: infatti lo credeva non un uomo mortale, bensì dopo la morte asceso come dio all'Olimpo.

Eracle ribatte che bene faceva Diogene a crederlo un dio: infatti lui non è che l'ombra di Eracle, ovvero la sua componente umana, mentre la parte divina risiede effettivamente sull'Olimpo.Come dichiarato già da Omero nella nekyia (Odissea, XI). Ma a questo punto Diogene si fa beffe dell'ombra dell'eroe con un sillogismo: se la parte divina è ascesa all'Olimpo, mentre l'ombra è agli inferi, il corpo mortale dell'eroe sarà comunque stato arso sul Monte Eta: quindi gli Eracli sono non due, ma addirittura tre.

A questo punto l'ombra spazientita chiede al filosofo chi mai sia, ed egli risponde di essere Diogene di Sinope, che se la ride di Omero.

XII dialogo: Filippo e Alessandro Filippo II di Macedonia colloquia con suo figlio Alessandro Magno.

Filippo rampogna il figlio per la sua pretesa di essere stato acclamato come dio in vita (in particolare dall'oracolo di Amon); Alessandro risponde che era conscio di non essere un dio, ma di essersi soltanto servito di tali vaticini a fini di propaganda. Filippo non è persuaso e sminuisce le vittorie di Alessandro perché conseguite sui popoli orientali, da lui ritenuti non sufficientemente bellicosi; a ciò Alessandro ha facile gioco nel ribattere come le vittorie del padre furono riportate anche con sotterfugi, seminando la discordia tra i vari Stati greci per poi sottometterli. Il vecchio re, comunque, continua a riprendere il figlio per varie azioni che a lui paiono riprovevoli: l'adozione di costumi persiani e in particolare della proskýnesis, le nozze con Rossane, l'eccessiva passione per Efestione; loda un solo atto di Alessandro, ovvero che egli non usò violenza alla moglie di Dario e ne protesse anche la madre e le figlie.

Alessandro riprende a magnificare le sue imprese, ma Filippo conclude invitando il figlio a deporre il suo orgoglio e ad accettare una volta per tutte di non essere un dio ma semplicemente un essere umano, ora morto.

XIII dialogo: Diogene e Alessandro