Le leggi razziali fasciste furono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi emanati e applicati in Italia fra il 1938 e il primo lustro degli anni quaranta, dapprima dal regime fascista del Regno d'Italia e poi dalla Repubblica Sociale Italiana, rivolti prevalentemente contro le persone ebree.

Il loro contenuto fu annunciato per la prima volta il 18 settembre 1938, a Trieste da Benito Mussolini, mentre rivolgeva un discorso a una folla raccolta sotto un palco allestito davanti al Palazzo del Municipio in Piazza Unità d'Italia, in occasione di una sua visita alla città.

Furono abrogate coi regi decreti-legge n. 25 e 26 del 20 gennaio 1944,R.D.L. nn. 25 e 26, 20 gennaio 1944 emanati durante il Regno del Sud, mentre nella Repubblica Sociale Italiana continuarono a essere in vigore fino alla Liberazione, nell'aprile 1945.

Premesse storiche Dall'Unità d'Italia al fascismo

Le persone ebree in Italia avevano ricevuto la piena emancipazione giuridica durante la seconda metà dell'Ottocento, in stretta connessione col processo risorgimentale e di unità nazionale. Lo Statuto Albertino del 4 marzo 1848, nonostante non sancisse la piena emancipazione, mise le basi affinché ve ne fossero i presupposti. Lo Statuto riconosceva l'uguaglianza dei cittadini senza distinzione di confessione, e a ciò il 29 marzo venne emesso un editto che riconosceva esplicitamente agli ebrei i diritti civili, completato nei mesi successivi dalla legge del 19 giugno che ne proclamava la piena integrazione anche nei diritti politici. Questo complesso iter legislativo peraltro venne esteso via via in tutti i territori che si annetteva il Regno di Sardegna attraverso le guerre di indipendenza, consentendo di estendere anche alle altre regioni i principi dell'emancipazione.. Gli ultimi a ottenerla furono nel 1870 gli ebrei della comunità ebraica di Roma, la più numerosa e povera della penisola, nonché l'unica con una storia bimillenaria ininterrotta. Il 20 settembre di quell'anno infatti, il giorno della presa di Roma, il ghetto di Roma fu aperto e anche agli ebrei di Roma furono equiparati a cittadini italiani..

Nonostante la raggiunta emancipazione politica e civile, l'assimilazione tra la società nazionale e gli ebrei non fu semplice né immediata.. La scarsa consistenza dell'antisemitismo nell'Italia liberale non esclude l'antisemitismo dal novero dei problemi che dovette affrontare la comunità ebraica in Italia. Nonostante la mancanza di studi sistematici sul tema - secondo lo storico Enzo Collotti - alcuni studi effettuati in determinate aree della penisola dimostrano la presenza dei consueti motivi anti-giudaici nella stampa cattolica di provincia e un uso dell'antisemitismo in una forma anche più diffusa, seppure meno diretta, nell'additare il giudaismo tra i fattori di turbamento dell'equilibrio sociale a cavallo tra Ottocento e Novecento. In quel periodo infatti le trasformazioni dettate dall'ascesa della borghesia e dall'industrializzazione stavano modificando gli antichi rapporti sociali delle aree rurali, e tra i colpevoli di tali mutamenti venne indicata anche l'avidità di denaro degli ebrei che scuoteva tradizionali assetti secolari..

Con l'Unità d’Italia vi fu dunque una sorta di "risveglio" dell'ebraismo in Italia, che andò pari passo con il risveglio dell'anti-giudaismo della Chiesa cattolica, che però rimase circoscritto a un ambito definito; esso infatti fu tra gli strumenti e le armi che la stessa Chiesa cattolica usò contro la classe dirigente liberale nel processo di formazione dello Stato unitario. La rivista «La Civiltà Cattolica», con il pretesto di denunciare le «turpitudini» dell'ebraismo, utilizzò tutta la gamma retorica dei luoghi comuni intorno alla «dominazione mondiale degli ebrei», all'«occulta potenza giudaica», al «giogo usuraio degli israeliti», all'«inesorabile amore dell’oro» degli ebrei, aggiungendo ad argomenti vecchi e consunti un linguaggio di bassa lega per denunciare il legame tra il giudaismo e la massoneria, che aveva trasformato la menzogna dei diritti dell'uomo nella realtà dei diritti degli ebrei. Questo linguaggio aveva un obiettivo concreto anche se non immediatamente realizzabile: la fine dell'uguaglianza civile degli ebrei..

Il crescere del nazionalismo italiano, che trovò il supporto di ebrei come Gino Arias e Primo Levi l'Italico, comportò anche la prima esplicita presa di posizione antisemita del nuovo movimento politico.. Ricerche degli anni '80 e '90 del Novecento hanno approfondito vari momenti nella formazione di questa componente di un antisemitismo italiano. L'attenzione si è soffermata sull'occasione della guerra italo-turca, quando il maggior organo di stampa del nazionalismo italiano si unì alle voci giornalistiche che attribuivano le ostilità internazionali all'impresa coloniale italiana alle manovre politiche degli ambienti economici ebraici. Più ci si avvicinava alla prima guerra mondiale, più nelle file nazionaliste crebbe la polemica politica antisemita ad opera di scrittori dell'area nazionalista (Luigi Federzoni, Alfredo Oriani, Paolo Orano e Francesco Coppola), che utilizzò in modo sempre più frequente cenni e allusioni alle influenze ebraiche e al loro carattere antinazionale che caratterizzava il delicato equilibrio politico europeo di inizio Novecento..

Il percorso dell'ebraismo italiano verso la piena parificazione fu bruscamente interrotto dal fascismo. I Patti Lateranensi dell'11 febbraio 1929 voluti dal fascismo nel quadro della conciliazione tra lo Stato e la Chiesa, che il regime fascista perseguì anche allo scopo di consolidare - con l'adesione di una Chiesa autoritaria - il consenso popolare al regime, rimettendo in discussione la posizione giuridica degli altri culti, che fino ad allora erano stati posti sullo stesso piano dalle norme di tutela penale del Codice Zanardelli del 1889.. Nasceva così la formula dei "culti ammessi" che in una ideale scala di valori erano gerarchicamente inferiori alla Chiesa cattolica, in quanto portatrice dell'unica religione di Stato, le altre erano solamente tollerate.. Il regime dittatoriale poi, si arrogò il diritto di modificare la legislazione esistente in materia di «culti a-cattolici», per adeguarla alla nuova gerarchia stabilita tra le confessioni e soprattutto al nuovo diritto pubblico, che aveva di fatto vietato il libero associazionismo stabilendo un più stretto controllo dello Stato su ogni realtà istituzionale che non fosse diretta emanazione dello Stato stesso o della Chiesa cattolica..

In questo quadro rientrarono le norme legislative e amministrative del biennio 1930-1931, destinate a controllare i "culti ammessi", soprattutto il Regio decreto del 30 ottobre 1930 avente per oggetto le comunità israelitiche e l'Unione delle comunità. Con questo atto autoritario, lo Stato fascista poneva fine all'evoluzione delle comunità verso un sistema associativo che rispettasse gli ordinamenti interni delle comunità per imporre un ordinamento di tipo centralistico, che prevedeva l'obbligatorietà di appartenenza per gli ebrei su base territoriale e il potere di imposizione dei tributi, configurando per le comunità lo statuto di enti di diritto pubblico. Ma, soprattutto, la nuova normativa, oltre a stabilire un forte controllo governativo sulle comunità, ne restringeva fortemente l'autonomia statutaria e il carattere anche di democrazia interna, accentuando anche nella nuova Unione delle comunità la concentrazione del potere decisionale negli organismi direttivi. Tra le novità più rilevanti del nuovo ordinamento, ci fu la possibilità dello Stato di istituire o di sopprimere le comunità, che furono ridisegnate secondo criteri prevalentemente amministrativi, indipendentemente da volontà di membri o da ragioni di carattere storico. L'elezione del presidente della comunità e la nomina del rabbino capo era poi soggetta all'approvazione del Ministero dell'interno, cui spettava anche il controllo amministrativo sulle comunità..

La legislazione contro gli ebrei del 1938 venne a collocarsi nel quadro di un duplice sviluppo. Da una parte il potenziamento della politica popolazionista che il regime fascista a partire dalla seconda metà degli anni Venti aveva assunto come condizione preliminare e non soltanto come corollario della sua politica di potenza; dall'altra, l'avvio di una politica di tutela della razza come conseguenza della conquista coloniale in Etiopia che metteva a contatto la popolazione italiana con quelle indigene, con il rischio di una «contaminazione» razziale. Nè gli orientamenti popolazionistici, né gli studi che si prefiggevano di dimostrare la superiorità della razza bianca su quella nera, furono una invenzione del fascismo, e circolavano già negli ambienti nazionalistici dell'Italia liberale, ma trovarono terreno fertile quando incontrarono le ambizioni e aspirazioni della politica estera fascista..

La guerra contro il Negus rappresentò un passaggio fondamentale per la messa a punto di un indirizzo razzistico nella politica fascista in relazione ai problemi del neonato impero e alle conseguenze che ne derivarono nei rapporti interrazziali con le popolazioni dei territori appena conquistati. In questo contesto venne messa a punto una legislazione che di fatto rinchiudeva le popolazioni etiopiche in un regime di apartheid., e venne dato inizio ad una radicale campagna propagandistica che si avvalse dei vecchi temi dell'anti-giudaismo cattolico ottocentesco per accentuare la contrapposizione tra fascismo e le corrotte e decadenti "democrazie plutocratiche", dominate dalla finanza ebraica..

Dunque, se i provvedimenti legislativi ed amministrativi contro gli ebrei furono adottati a partire dal 1938, è nel corso del 1937 che Mussolini e il regime pervennero alla decisione autonomaSecondo lo storico Sarfatti, e in generale secondo la storiografia dagli anni Novanta in avanti, non esistono prove documentali che possano far pensare che Mussolini istituì le leggi razziali sotto pressione o imposizione di Hitler, le leggi razziali fasciste furono al contrario un punto di arrivo di un percorso di maturazione iniziato molto prima dal fascismo stesso. Vedi: . di dare avvio anche in Italia all'antisemitismo di Stato, ossia alla campagna programmata e sistematica contro gli ebrei.. L'inserimento, il 17 novembre del 1938, dei Provvedimenti per la difesa della razza italiana nel quadro della campagna contro gli ebrei che proibivano il matrimonio tra i cittadini italiani di razza ariana e «persona appartenente ad altra razza» perfezionava e generalizzava il principio contenuto in nuce nel decreto dell'aprile del 1937, proclamando l'illecito penale del matrimonio tra italiani e sudditi etiopi. Secondo lo storico Enzo Collotti, la confluenza a questo punto tra legislazione razzista coloniale e legislazione antiebraica esprimeva un nesso logico e concettuale assolutamente indissociabile: erano due rami che discendevano dallo stesso tronco. Come affermò l'accademico Roberto Maiocchi: «L'immagine del negro universalmente diffusa tra gli italiani sarà il cavallo di Troia con cui il razzismo antisemita verrà fatto penetrare in Italia»..

La propaganda antisemita in Italia