Biografia Marbodo di Rennes nacque ad Angers intorno al 1035, figlio di un pellicciaio o venditore di cuoioMarbodi Episcopi Redonensis opuscula aliquot, a cura di H. Boehmer, in M.G.H., Libelli de lite imperatorum et pontificum saeculis XI. et XII., 3, 1897, pp. 691-696.. Secondo le ricostruzioni di alcuni studiosi, molti membri della sua famiglia erano parte dell’entourage del conte Folco di Chateau-Landon, detto il RissosoM. Lurio, "A Proposed Genealogy of Marbode, Angevin Bishop of Rennes, 1096–1123", Medieval Prosopography 26, 2005, pp. 51–76.. Compì i propri studi nella scuola cattedrale di Angers sotto Rainaldo, allievo di Fulberto di Chartres. In seguito, nella stessa scuola insegnò retorica per qualche anno, avendo fra i suoi studenti anche Balderico di Bourgueil, il quale lo definì “poeta divino”Gianna Gardenal, Poesia latina medievale, Mondadori, Milano 1993, p. 127.. Alla fine degli anni ’60 dell’XI secolo fu posto capo del sistema educativo della città e nel 1076 fu nominato arcidiacono della diocesi di Angers dal vescovo Eusebio Bruno. Legati a questo periodo sono il manuale di retorica De Ornamentis Verborum e numerosi altri lavori, tra cui il Lapidario, grazie a cui ebbe grandissima fama nel medioevo, numerose opere agiografiche, epistole e carmina. Nel 1096 viene nominato vescovo di Rennes da papa Urbano II, probabilmente anche per motivi politiciLa sua nomina fu contemporanea all’alleanza matrimoniale di Ermengarda d’Angiò, figlia del conte Folco IV di Chateau-Landon, con il duca Alan Fergant di Britannia, il cui ducato comprendeva la diocesi di Rennes. Cfr. Olivier Guillot, Le comte d’Anjou et son entourage au XIe siècle, Paris, 1972, I, p. 257., succedendo a Sylvestre de la Guerche, la cui famiglia tenne il vescovato per un secolo. Dopo la nomina a vescovo, anche il suo atteggiamento cambiò, divenendo molto più austero. Questa trasformazione è ben visibile in un’altra sua opera importante, il Liber decem capitulorum. Continuò inoltre la sua produzione epistolografica e agiografica. Fu molto attivo nella politica del suo tempo, presenziando nel 1104 al concilio di Tours e divenendo per un breve periodo nel 1109 amministratore della diocesi di Angers, mentre il vescovo Rainaldo di Martigne era in viaggio a Roma. Inoltre, durante il suo vescovato, Marbodo tentò di introdurre alcune riforme: cercò di riottenere i possessi ecclesiastici che erano stati persi dai predecessori e di trasferire le chiese possedute dai laici sotto il controllo di ecclesiastici. Dalle sue lettere sappiamo che si impegnò anche sul piano dottrinale e sociale, criticando molto i costumi e gli eccessi dei suoi contemporanei. Ricordiamo una lettera in cui si scagliò contro Roberto d’Arbrissel, predicatore itinerante suo contemporaneo, il cui comportamento -egli e i suoi seguaci erano conosciuti come i “Poveri di Cristo”, spesso criticati per il fatto che vivevano fra le donne, secondo il cosiddetto sineisactismo- fu giudicato da Marbodo scandaloso. Nondimeno il suo atteggiamento si mantenne sempre tollerante. Talvolta Marbodo rivestì i panni del consigliere spirituale, come nella lettera alla monaca Agenoride, in cui la incitava a perseverare nella vita secondo virtù. Morì, ormai cieco, nell’abbazia benedettina di Saint-Aubin, nei pressi di Angers, l’11 settembre 1123
Attività letteraria Marbodo fu autore di altissimo livello ed estremamente versatile per temi, stili e generi letterari. Scrisse in versi, caratterizzati dall’uso frequente dell’artificioso verso leonino, di effetti retorici e della rima, e in prosa. Il suo stile di versificazione fu lodato da Sigebert di GemblouxR. W. Southern, Scholastic Humanism and the Unification of Europe, 1 (Cambridge, MA, 1995), p. 188; Antonella Degl’Innocenti, L’Opera agiografica di Marbodo di Rennes (Spoleto, 1990), pp. 78–80.. Egli è ricordato, insieme ad autori del calibro di Balderico di Bourgueil e Ildeberto di Lavardin, come parte della “Cerchia di Angers” o “Scuola della Loira”, gruppo di prelati che poetano in lingua latina e che ben rispecchiano quella nuova valorizzazione dei classici che iniziò alla fine dell’alto medioevo e si sviluppò per tutto il basso medioevo. Infatti, la sua produzione letteraria, come quella degli altri membri caratterizzata da un livello linguistico e stilistico elevato, attinge a piene mani dalle auctoritates classiche (si citerà qui l’influsso che hanno per Marbodo nel Liber Decem Capitulorum gli scritti ciceroniani e senecani, ma anche le numerose immagini tratte da autori latini, Ovidio prima di tutti). I critici sono concordi nel ritenere che la produzione in versi di Marbodo in un primo momento circolasse in raccolte ad uso degli studenti.
Opere Liber lapidum Il Liber lapidum (o De gemmis o De lapidibus) è un trattato in esametri di fine XI secolo sotto forma di elenco di sessanta pietre dure o preziose (Lapidarium, per l’appunto, genere di enorme successo nel medioevoPer una trattazione dei lapidari nel medioevo, cfr. Valérie Gontero-Lauze, Sagesses minérales. Médecine et magie des pierres précieuses au Moyen Age, Paris, 2010.) ciascuna accompagnata dalla descrizione, dalla virtus e dal potere attribuitole secondo la tradizione. Per esempio, tra le varie pietre viene indicato che lo zaffiro protegge dalle frodi e dalla paura, il topazio dalle tempeste marine, l’ametista dall’ebbrezza, il corallo da fulmini, venti e temporali, ancora la luce del rubino non può essere spenta nemmeno dalle tenebre. La provenienza di queste pietre preziose viene fatta risalire sempre al mondo orientale, seguendo l'idea favolosa, ma diffusa nel medioevo, di un Oriente delle meraviglie e luogo in cui aveva sede il paradiso terrestreClara Fossati Alla ricerca delle pietre preziose in Itineraria, 7, 2008, pp. 53-61..
Gli studiosi sono concordi nel ritenere che la fonte principale seguita da Marbodo sia stata la traduzione latina del Damigerone dell’arabo EvaxRobert Halleux, Damigéron, Evax et Marbode. L'héritage alexandrin dans les lapidaires médiévaux, in Studi medievali, 15, 1, 1974, pp. 327-347., opera derivata dalla letteratura greca sull’argomento (probabilmente un perduto De lapidibus di Aristotele), ma il lavoro dell’autore si serve in primo luogo anche delle Etymologiae di IsidoroIsabelle Draelants, Encyclopédies et lapidaires médiévaux. La durable autorité d'Isidore de Séville et de ses «Etymologies», in La réception d'Isidore de Séville durant le Moyen Age tardif (XIIe-XVe s.), Jacques Elfassi - Bernard Ribémont, Paris, 2008, pp. 38-92., e secondariamente dei Collectanea rerum memorabilium di Solino e della Historia naturalis di PlinioCfr Valérie Gontero-Lauze, Les Pierres du Moyen Age. Anthologie des lapidaires médiévaux Paris, Les Belles Lettres 2016..
L’opera ebbe un enorme successo nel medioevo, come testimoniano gli oltre cinquanta manoscritti a noi pervenuti scritti tra XII e XV secoloMaria Ester Herrera, La historia del texto del Liber lapidum de Marbodo de Rennes a través de los manuscritos provenientes de las bibliotecas francesas del siglo XII, in Du copiste au collectionneur: mélanges d'histoire des textes et des bibliothèques en l'honneur d'André Vernet, Donatella Nebbiai-Dalla Guarda et Jean-François Genest, Turnhout, Brepols, Bibliologia, 18, 1998, pp. 153-168., tanto da divenire il testo di riferimento sull’argomento insieme al De lapidibus di Ildegarda di Bingen. Il trattato circolò poi anche fuori dalla Francia venendo tradotto in numerose lingueMaría Ester Herrera Las traducciones del «Liber lapidum» de Marbodo de Rennes, in Homenaje a Humberto Baquero. Vida y obra, Sahagún, 2005, pp 47-57.. Sullo stesso argomento l’autore scrisse altri tre testi, due in prosa ed uno in versi, probabilmente nel periodo precedente la nomina episcopale.
De ornamentis verborum Il De ornamentis verborum è un trattato di poetica e retorica che Marbodo compose durante il periodo in cui era magister presso la scuola cattedrale di Angers, ad uso degli studenti. L’opera, che l’autore stesso definisce libellus per la sua struttura sintetica, si articola in 30 brevi capitoli in cui sono esposti i principi dell’arte retorica e poetica, articolati con struttura fissa di definizione ed esempio esplicativo introdotto da un’espressione formulare. Così, ad esempio, vengono definite figure retoriche di posizione (l’epifora, l’anafora…) e di contenuto (la reticenza, il climax…). Tra gli altri elementi analizzati è presente anche l’utilizzo della sententiae. Le fonti principali sono gli autori classici di trattati di retorica (Quintiliano, Cicerone e la Rhetorica ad Herennium, a torto attribuita a quest'ultimo, e altri autori latini), talvolta ripresi in modo puntuale nella definizione. Negli esempi, invece, l’autore si distacca maggiormente dalle sue fonti, andando a tornire il verso e intarsiandolo di reminiscenze classiche, attingendo alle opere di Virgilio, Orazio e Ovidio, ma anche facendo numerosi riferimenti ai protagonisti della vicenda di Troia. L’opera si conclude con un breve epilogo in cui Marbodo precisa di avere operato una prima scelta di figure per favorirne un apprendimento graduale e di averle presentate singolarmente con chiarezza e concisione per renderne agevole e piacevole la trattazione, promettendo di completarne l’esposizione, cosa che poi non farà. Infine, l’autore suggerisce a chi vuole acquisire fama scrivendo di prendere a modello la natura e di aderire a un’arte che rispecchi la realtà delle coseRosario Leotta, Il «De ornamentis verborum» di Marbodo di Rennes, in «Studi medievali», pp. 103-127, 1988Rosario Leotta, Carmelo Crimi, De Ornamentis verborum. Liber decem capitulorum. Retorica, mitologia e moralità di un vescovo poeta (secc. XI-XII), Firenze, Edizioni del Galluzzo, 1998..
Liber decem capitulorum Il Liber decem capitulorum è una raccolta di dieci componimenti in esametri, scritti dopo il 1096, di impostazione moraleggiante, in cui l’autore esprime il proprio punto di vista su argomenti molto vari. Nell’ordine, Marbodo prende posizione sul modo corretto di scrivere, capitolo nel quale si distanzia dalla sua produzione giovanile e soprattutto, non esplicitandolo, dalle poesie di argomento erotico, volgendosi a ben altri criteri etico-estetici (utilità del contenuto e semplicità della forma, ottenuta attraverso il rifiuto della rima e l’uso moderato delle figure retoriche); sul tempo, in cui vengono fatti un esame delle età dell’uomo e una riflessione sulla vanità delle cose terrene; sulla meretrice, mulier mala, donna perfida e causa di tutti i mali, contrapposta alla nobile matrona, la mulier bona, del capitolo successivoFrancesco Santi, Marbodo di Rennes e lo sguardo sulle donne nel «Liber decem capitulorum», in Natura, scienze e società medievali, Claudio Leonardi, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2008, pp. 245-70.; sulla vecchiaia, in cui sono enumerati i mali (acciacchi e dolori) e i beni di questa età (la virtù della prudentia e la coltivazione della quiete dell’animo) e numerosi sono gli echi dal De Senectute ciceroniano; sull’influsso dell’oroscopo nel fato, in cui confuta questa tesi; sul piacere, in cui si critica la visione epicurea che giudicava questo elemento come fonte della felicità; sulla vera amicizia, in cui si afferma la necessità di questo sentimento (capitolo influenzato profondamente dal De Amicitia di Cicerone); sul beneficio della morte e infine sulla resurrezione. I valori che qui Marbodo celebra sono principalmente quelli derivati al mondo cristiano dalla tradizione classica, che per il loro valore universale non entravano in contrasto con la dottrina cattolica, ma anzi permettevano di giudicare i classici anche come modelli di vita, in linea con la riscoperta di essi a cavallo tra alto e basso medioevo, e non solo come modelli stilistici.