La parte più nota della sua produzione artistica è stata realizzata per l’ex manicomio di Cogoleto (Genova), dove trascorse gli ultimi anni di vita, prima come degente (1933-1935), poi come pittore stipendiato.
La sua opera è connotata da un'iconografia erede del Preraffaellismo e dell’Ordine della Rosa+Croce, del Tempio e del Graal (fondato da Péladan nel 1890), che arricchisce i soggetti rappresentati, sia religiosi che profani, con simboli arcani, donne eteree ed esseri androgini.
Nel 1998 l’artista è stato presentato al grande pubblico da Giovanna Rotondi Terminiello e Cosimo Schinaia, per la prima volta, in occasione della mostra Figure dell’anima: arte irregolare in Europa, curata da Bianca Tosatti. La stessa Terminiello, all’epoca Soprintendente dei Beni Artistici a Genova, nel 2007 ha curato l'esposizione delle opere di Grimaldi presso l'Oratorio di San Lorenzo a Cogoleto, dove sono tuttora visibili. Inoltre, nel febbraio 2024 è stata dedicata al pittore la piazzetta vicina allo stesso oratorio.
Biografia Gino Grimaldi è nato l’8 febbraio 1889 a Isola della Scala, in provincia di Verona, ma fin da bambino cambiò più volte città a causa del lavoro del padre (ispettore di pubblica sicurezza), arrivando a scegliere come sua città di elezione Bergamo, dove si formò come artista, tanto da firmarsi Magister Bergamensis. Il nucleo familiare era composto dalla madre Natalia Pitteri, dal padre Giovanni Grimaldi e dalla sorella minore Alice.
Entrambi i genitori morirono in giovane età, lasciando soli i figli: la madre se ne andò nell’agosto1900 a Clusone, il padre nel dicembre 1909 presso il manicomio di Bergamo. In quest’ultima città, Grimaldi frequentò la Scuola d’Arte Applicata all’Industria Andrea Fantoni e la Scuola di Pittura dell'Accademia Carrara, ma una volta rimasto orfano dovette abbandonare gli studi. Seguì le lezioni all’Accademia di Belle Arti per cinque anni accademici: nel registro del 1910-1911 – come riporta Paola Zallio - vi è una riga nera che cancella il nome di Gino Grimaldi, con la seguente motivazione: "Dal secondo semestre non si presentò più alle lezioni" Paola Zallio, Gino Grimaldi. Schizzi di eros, Laterza, Bari 2000, p. 19.. Allo stesso 1910 risale la sua adesione alla Società Teosofica di Milano.
Già durante gli studi accademici iniziò a lavorare: venne assunto dall'Istituto della Arti Grafiche di Bergamo in qualità di pittore litografo, per cui realizzò dieci almanacchi da muro e dodici copertine della rivista Emporium, fonte di ispirazione per la sua produzione artistica. Infatti, in questo ambiente approfondì la conoscenza del simbolismo francese e dei preraffaelliti.
Invece, dopo aver lasciato l’Accademia, si impiegò presso i fratelli Stefannoni di Bergamo, spostandosi per loro conto in Trentino e a Verona.
Nel 1913 si trasferì a Venezia con l’ambizione di aprirvi uno studio. Inizialmente lavorò presso lo studio di Cesare Laurenti, ma dopo pochi mesi si dimise per le continue incomprensioni. Tra giugno e luglio 1913 avvenne il suo primo internamento nel manicomio di Padova. Dimesso e tornato a Venezia, commise un furto per necessità e la sera del 2 agosto 1913 venne portato al manicomio di San Servolo poiché ritenuto "pericoloso per sé e per gli altri". In quell’occasione Grimaldi si presentò come segue: Qualche mese dopo recuperò lucidità, si stupì nel vedere che si firmava Rubens e attribuì il suo stato di allucinazione «alla vita piena di disappunti, di dolori e di privazioni che ha sempre condotto per gli scarsi guadagni che la sua professione di pittore gli procurava»Paola Zallio, Gino Grimaldi cit., p. 33.. Raccontò inoltre della morte del padre, della mancanza di un legame forte con la sorella e lamentò la scarsità dei mezzi a disposizione per eseguire disegni e figure di un certo valore.
Dimesso il 3 aprile 1915, si trasferì a Milano, dove riprese la sua attività artistica, realizzando copie di celebri quadri e inventandone altre. Dei buoni compensi ricevuti, tuttavia, spendeva quasi tutto vivendo in albergo e saziandosi di cibo e bevande. Nel febbraio del 1916 si presentò spontaneamente presso il manicomio di Mombello chiedendo di essere accolto e vi rimase fino al dicembre del 1918.
Dal 1919 al 1925 Grimaldi soggiornò sul Lago di Como, dove ebbe un periodo di vita particolarmente fecondo, riuscendo a inserirsi nella cerchia del Lavoratore Comasco, per cui scrisse una ventina di articoli, tra cui novelle autobiografiche e testi di critica artistica e letteraria, firmandosi con lo pseudonimo di Abate Grimm.
A Como incontrò per l'ultima volta la sua amata: una maestra di Bergamo, chiamata nelle novelle autobiografiche Ninin, cui rinunciò per non portarla con sè nella miseria. Subito dopo pare aver avuto dei rapporti con donne mercernarie e in un paio di occasioni con dei giovani uomini, motivo per cui gli psichiatri gli hanno attribuito una natura omosessuale.
Nel 1925 ebbero inizio le persecuzioni fasciste, vide tutti i suoi amici e colleghi del Lavoratore Comasco mettersi in fuga e la malattia di Grimaldi, la psicosi maniaco-depressiva, scoppiò: in preda alle allucinazioni, ai deliri di colpa e alle manie di persecuzione – manifestatesi già a Padova – si trasferì a Milano.
Dal 1925 al 1933 si contano ben 5 ricoveri al manicomio di Mombello: dal 28 ottobre 1925 al 26 giugno 1928; dal 6 ottobre 1928 al 5 settembre 1929; dal 25 gennaio 1930 al 19 dicembre 1931; dal 30 dicembre 1931 al 2 settembre 1932; dal 3 ottobre 1932 al 15 aprile 1933. Furono tutti di natura spontanea, intervallati da brevi periodi di libertà, cui poneva fine poiché incapace di mantenersi con il proprio lavoro.
Dopo l’ultima dimissione da Mombello, si spostò a Genova, dove venne condotto dall’ospedale civile locale al manicomio di Cogoleto (sito nella frazione di Pratozanino), a causa delle idee ossessive di suicidio. Rimase ricoverato dall’aprile 1933 al novembre 1935, ricevette da subito l’incarico di decorare alcuni locali, come il Padiglione dei fanciulli. Al momento delle dimissioni, Grimaldi decise di rimanere a Cogoleto per completare la decorazione della chiesa manicomiale di Santa Maria Addolorata, appena inaugurata. Dal 1933 al 1939 venne ospitato da un capo infermiere, suo amico, che viveva con la moglie a Sciarborasca e quotidianamente si recavano insieme all’interno del manicomio per proseguire le rispettive attività. L’istituto, peraltro, continuò a stipendiarlo come pittore. Le opere realizzate – a oggi pervenute – sono: due pitture murali, due pale d’altare, tre lunette e un copri tabernacolo.
A questo periodo risale la compilazione del Catalogo generale dei quadri, miniature, incisioni, decorazioni, ritratti e disegni originali del pittore Grimaldi Gino dell’Accademia Carrara di Bergamo – Dall’anno 1910 all’anno 1936 – mese di luglio: un manoscritto in cui ha elencato tutte le opere realizzate nel corso della sua vita, assegnando loro anche dei voti in asterischi. Considerava il suo capolavoro per eccellenza il Faust, che se ne meritò ben cinque.
Spesso, nelle opere realizzate a Cogoleto, scriveva che si trattava della sua ultima opera, come se sentisse la fine imminente, dopo aver finalmente realizzato il suo grande sogno: l’esecuzione di un progetto artistico per cui essere ricordato.
Morì il 28 luglio 1941 a causa di uno scompenso cardiaco.
Nonostante talvolta si sia parlato in riferimento a Gino Grimaldi di arte terapia, è doveroso fare una precisazione: la vera arte terapia si compie in laboratori strutturati e i degenti che vi si cimentano non sono artisti professionisti. Grimaldi, invece, era un vero artista professionista - purtroppo affetto da una grave malattia psichica - che desiderava affermarsi e vivere della sua arte. Lo scopo terapeutico di cui spesso si parla era dovuto al fatto che la pittura era la sua sola ragione di vita.
Altrettanto cauti è necessario essere nel parlare di un suo orientamento omosessuale, poiché i documenti al momento disponibili non permettono di accertarlo, i simboli sessuali ravvisati nelle sue opere possono avere significati molteplici e, soprattutto, la sua vicenda esistenziale e artistica merita di essere letta in modo più articolato.
Opere Dal 2007 le opere concepite per la chiesa di Santa Maria Addolorata del manicomio di Cogoleto sono esposte e visibili al pubblico presso l'Oratorio di San Lorenzo, sito nella stessa Cogoleto. Fanno eccezione le due pitture murali, rimaste all’interno della chiesa.
Le due pale d’altare rappresentano la Carità di San Camillo de Lellis (1935) e la Carità di San Vincenzo de' Paoli (1936). Di formato verticale, con la sommità ogivale, erano state concepite per le finte finestre della parete presbiteriale, dove in origine si trovavano.
Le lunette, destinate ai tre portali d'accesso alla chiesa, raffigurano la Pietà (1938), il Buon Pastore (1939) e la Madonna col Bambino (1939). Vi è anche una quarta lunetta, non esposta, che costituisce un abbozzo della medesima Pietà.
Il copri tabernacolo (non datato) rappresenta due angeli, uno bruno e l'altro biondo, che indicano uno dei temi principali di Grimaldi, ovvero l’unione degli opposti che genera la perfezione. Tutti dipinti realizzati per la chiesa sono rimasti a lungo in stato di abbandono, deteriorandosi a causa di alcune infiltrazioni d’acqua, ma di essi rimane traccia preziosa nella campagna fotografica curata da Michele Ferraris nel 1997.
I dipinti murali, posti nelle testate del transetto, rappresentano La guarigione del cieco nato (1937) e la Natività (1938). La Natività è caratterizzata dalla presenza al centro della Madonna col Bambino, circondata da vari personaggi: San Giuseppe, San Giorgio (protettore e gonfaloniere di Genova), San Giovanni Battista bambino, San Gabriele Arcangelo (rimandando anche al tema dell’Annunciazione) e San Girolamo. Grimaldi si identificò in quest’ultimo santo, accompagnato dal leone: si legge su un cartiglio azzurro "SOLO E' IL LEONE E SOL SON IO".
La guarigione del cieco nato è composta da diversi gruppi. Spicca al centro l’episodio che diede il titolo all’opera: Cristo è in piedi con le braccia tese verso il cieco. In basso a sinistra spicca il gruppo dei Farisei miscredenti, in alto a destra quello del lunatico.
Si sono date motivazioni svariate - anche psichiatriche - all’horror vacui impiegato da Grimaldi: usato da molti artisti – sia precedenti che successivi a lui - il modo migliore di spiegarlo è riprendere le parole con cui Grimaldi stesso lo motivò in riferimento a Lo Scannatoio (L’Assommoir), un’incisione pubblicata l’1 maggio 1922 nel Lavoratore Comasco. L’artista, nel testo di accompagnamento all’opera, scrisse: «Dato il grande numero dei personaggi e l’esiguità dello spazio consentito, la prospettiva della mia incisione, è volutamente artificiosa e irreale». Quindi, la sua era una consapevole scelta stilistica. Grimaldi dimostrò di essere una persona estremamente colta: i suoi strumenti di lavoro erano anche i libri. Le biografie dei Santi e le scene evangeliche contengono tutti gli elementi della tradizione agiografica - nella Carità di San Vincenzo, ad esempio, inserisce il ritratto del cardinal Richelieu e quello di Luigi XIV di Francia realizzato da Hyacinthe Rigaud – aggiungendo però simboli di difficile interpretazione. La sua firma consisteva in un monogramma con due "G" intrecciate.