Il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM) è stato un partito politico italiano, fondato l'11 aprile 1959 in seguito alla riunificazione dei due partiti d'ispirazione monarchica allora presenti in Parlamento, che s'erano divisi circa cinque anni prima: il Partito Nazionale Monarchico (PNM) di Alfredo Covelli e il Partito Monarchico Popolare (PMP) di Achille Lauro.

Il nuovo partito prese dapprima la denominazione di Partito Democratico Italiano (PDI), per poi modificarla il 7 marzo 1961 in quella di Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica. Nel 1972 confluì nel Movimento Sociale Italiano, che contestualmente cambiò nome in Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale, sancendo di fatto la scomparsa dei monarchici come forza politica autonoma.

Storia La scissione del PMP La scissione all'interno dello storico Partito Nazionale Monarchico era avvenuta il 2 giugno 1954, per iniziativa di Achille Lauro, che aveva fondato il Partito Monarchico Popolare. La scissione era stata causata dall'atteggiamento di Lauro, maggiormente favorevole a un accordo con i partiti di governo. Alle elezioni politiche del 1958 il PMP aveva ottenuto, alla Camera, il 2,63%, contro il 2,23% del PNM (con una perdita, rispetto ai voti ottenuti dai monarchici nel 1953, prima della scissione, dell'1,99%), mentre al Senato il PMP aveva sfiorato il 3%, contro il 2,16% del PNM (meno 1,87% rispetto a quanto ottenuto cinque anni prima).

Il 27 febbraio 1959 gli esponenti di entrambi i movimenti monarchici avevano sostenuto, col voto di fiducia, il governo Segni II, monocolore democristiano, che aveva ottenuto il voto favorevole anche dei liberali e dei missini.

La riunificazione

Il 26 marzo il PMN dette incarico ad Alfredo Covelli di partecipare alle trattative per l'unificazione dei due movimenti monarchici. Il giorno seguente anche il Consiglio nazionale del PMP dette pieno mandato ad Achille Lauro di trattare la riunificazione col PNM. Lauro giustificò quest'iniziativa con la volontà dei monarchici di condizionare maggiormente la politica della DC.

L'11 aprile fu annunciata la riunificazione tra il PMP e il PNM, al termine di una riunione tenuta presso il gruppo parlamentare del PNM alla Camera dei deputati. Alla riunione parteciparono i capi dei due movimenti, Achille Lauro del PMP e Alfredo Covelli del PNM, oltre a tre commissari per ciascun partito: Raffaele Cafiero, Gaetano Fiorentino e Nicola Sansanelli per il PMP, Antonino Cuttitta, Emilio Patrissi e Alberigo Lenza per il PNM.

Al termine della riunione fu anche annunciato il nome del nuovo soggetto politico, Partito Democratico Italiano (PDI): tale denominazione fu preferita a Partito Monarchico Italiano e a Partito Nazionale Popolare. La scelta cadde sul nome che vari movimenti d'ispirazione monarchica e conservatrice si erano dati all'indomani della Liberazione, fondendosi in un solo partito. Tale scelta fu criticata dal vicepresidente del gruppo alla Camera del PNM, Giorgio Bardanzellu, per l'assenza di qualsiasi riferimento alla monarchia. Si decise anche che il simbolo del nuovo partito sarebbe stato la stella e corona, tradizionale per i monarchici nazionali.

Il nuovo movimento disponeva di 24 deputati (13 del PMP e 11 del PNM) e 7 senatori (5 del PMP e 2 del PNM). Si creò una direzione composta dagli esponenti presenti alla riunione decisiva, che avrebbe retto il partito fino al primo congresso, da tenersi entro la fine del 1959. Achille Lauro fu nominato presidente del nuovo gruppo alla Camera, mentre Alfredo Covelli fu posto a capo della commissione che guidò il partito fino al congresso. Al nuovo gruppo aderì anche un esponente proveniente dall'MSI, Nicola Foschini, mentre ne uscirono Roberto Cantalupo, Antonio Cremisini e Roberto Lucifero d'Aprigliano.

Con la riunificazione tra i due tronconi monarchici venne a cadere anche il patto d'unità d'azione che legava il PNM con il Movimento Sociale Italiano.

L'esordio elettorale avvenne alle regionali siciliane del giugno 1959. Il PDI ottenne il 4,7%, con 3 seggi all'Assemblea Regionale Siciliana, con un forte arretramento rispetto alle elezioni del 1955, in cui i due partiti monarchici, presentatisi separati, avevano ottenuto complessivamente il 12,7% e 9 seggi. Il calo elettorale, nonostante i monarchici fossero in maggioranza nel governo milazzista, fu spiegato con la presenza dell'Unione Siciliana Cristiano-Sociale, ritenuta il principale bacino d'attrazione dei voti monarchici. D'altra parte, alle amministrative il PDI si alleò in qualche comune col Movimento Sociale, e nelle comunali di Bari conquistò il 22,6% e 14 seggi, risultando così il secondo partito dopo la Democrazia Cristiana.

L'avvicinamento all'area di governo e l'appoggio a Tambroni e Fanfani A marzo del 1960 l'esponente democristiano Fernando Tambroni ricevette l'incarico di formare un governo per sostituire quello guidato da Antonio Segni, appena dimessosi. L'obiettivo politico era quello di superare l'emergenza attraverso un "governo provvisorio", in grado di consentire lo svolgimento delle XVII Olimpiadi a Roma e di approvare il bilancio dello Stato.

Il governo, composto solo di membri della Democrazia Cristiana, ottenne la fiducia alla Camera grazie ai voti, oltre che della DC, anche del Movimento Sociale Italiano e di quattro monarchici, fuorusciti del PDI. La circostanza causò le dimissioni irrevocabili e immediate dei tre ministri appartenenti alla sinistra della DC: Giorgio Bo, Giulio Pastore e Fiorentino Sullo. L'11 aprile, per esplicito invito del suo stesso partito, Tambroni rassegnò le dimissioni e il Presidente della repubblica Giovanni Gronchi assegnò l'incarico ad Amintore Fanfani. Questi, tuttavia, dovette rinunciare e il presidente Gronchi, anziché cercare una soluzione diversa, invitò Tambroni a presentarsi al Senato per completare la procedura del voto di fiducia. Il 29 aprile, sempre con l'appoggio dei missini e con pochi voti di scarto (128 sì e 110 no), il governo Tambroni ottenne la fiducia del Senato.Benedetto Coccia, Quarant'anni dopo: il sessantotto in Italia fra storia, società e cultura, Editrice APES, Roma, 2008, pagg.76-77 Anche in questo caso il PDI non concesse la fiducia a Tambroni.

Il 16 maggio al primo consiglio nazionale dopo la riunificazione, la minoranza del riunito partito dà vita al Partito monarchico italiano. La scissione è guidata dal parlamentare avellinese Emilio Patrissi, che giudica troppo appiattita agli interessi del PLI di Giovanni Malagodi l'azione del segretario nazionale Alfredo Covelli. Aderiscono al nuovo partito i parlamentari Giancarlo Alliata di Montereale e Antonio CremisiniSecolo d'Italia, 20 maggio 1960

In seguito ai tumulti scoppiati tra la fine di giugno e l'inizio di luglio 1960 contro lo svolgimento del congresso del MSI a Genova, il governo Tambroni ebbe vita corta e fu sostituito dal terzo governo Fanfani, che il 3 agosto ottenne la fiducia al Senato, con 126 voti favorevoli, 58 contrari e 36 astenuti, tra cui i monarchici. Lo stesso atteggiamento fu tenuto alla Camera. Il governo ottenne l'astensione anche del Partito Socialista Italiano, mentre votarono contro solo il PCI e l'MSI.

Le elezioni amministrative di novembre non furono positive. Il PDI, alle provinciali, passò dal 3,1% del 1956, ottenuto dai due partiti monarchici nel loro complesso, al 2,9%. Alle comunali il risultato più significativo fu quello di Napoli: il partito, presentatosi come Stella e Corona, ottenne il 35,96%, contro il 51,76% ottenuto quattro anni prima dal solo PMP e l'1,93% del PNM.

Il cambio di denominazione Il 4 marzo 1961 si aprì il congresso del partito al Palazzo dei Congressi dell'Eur di Roma. Il confronto tra le correnti fu teso, tanto che vi furono anche dei tumulti. Il problema principale da affrontare fu quello del nuovo nome del movimento: s'era proposto di rinserire nella denominazione il termine "monarchico". Inoltre, gli esponenti della corrente di sinistra Rinnovamento, d'opposizione, criticarono la composizione dell'assemblea, troppo legata alle scelte dei due esponenti principali, Lauro e Covelli.

La situazione si fece più tesa la notte del 6 marzo, tanto che i delegati del partito furono espulsi dal Palazzo dei Congressi. I nomi proposti alla scelta dell'assemblea erano due: Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica o il ritorno a Partito Nazionale Monarchico, scelta sostenuta dalla minoranza di destra. Lauro e Covelli respinsero l'idea d'usare il solo aggettivo monarchico, giacché tale scelta avrebbe allontanato un possibile accordo di governo con la Democrazia Cristiana. La diatriba degenerò in scontri tra i congressisti, che costrinsero all'intervento della forza pubblica e causarono 7 feriti.

La mozione di maggioranza, Stella e Corona, ottenne i voti dei rappresentanti di 604.587 iscritti al partito, la mozione della sinistra Rinnovamento ne ebbe 105.783, Rinascimento (di destra) 100.587 ed infine Unità Monarchica 43.506. Nel voto sulla denominazione del partito, il nome PDIUM ottenne 603.391 voti e Partito Nazionale Monarchico ne ebbe 223.007. Il numero degli iscritti al partito superava quanto ottenuto alle elezioni amministrative dell'inizio di novembre. Nella sua relazione, Alfredo Covelli chiuse nei confronti del Movimento Sociale Italiano e si disse che il partito era disponibile a un avvicinamento al Partito Liberale Italiano, escludendo qualsiasi alleanza di governo della quale avessero fatto parte il Partito Socialista Democratico Italiano e il Partito Repubblicano Italiano.

Stella e Corona ebbe diritto ai due terzi dei 105 delegati che formavano il comitato centrale.

Il ritorno di Lauro come sindaco di Napoli e la definitiva uscita Intanto, il 4 febbraio, Achille Lauro fu rieletto sindaco di Napoli in seguito ai risultati delle elezioni del novembre 1960. La seconda giunta Lauro durò fino al settembre 1961, quando un gruppo di dissidenti abbandonò il gruppo del PDIUM.

Il governo Fanfani IV e l'inizio del centrosinistra Tra il 26 e il 28 gennaio 1962 si tenne l'VIII congresso della Democrazia Cristiana: Aldo Moro, appoggiato da Fanfani, dai dorotei, dalla Base e anche dagli andreottiani, e con la sola opposizione del gruppo di Mario Scelba, ottenne la maggioranza dei voti dei delegati sulla base di una cauta apertura nei confronti del PSI, vista come necessaria di fronte alle esigenze della nuova Italia industrializzata.

Il 10 marzo la Camera votò la fiducia al nuovo governo, Fanfani IV, che poté ancora contare sull'astensione dei socialisti e che fu definito di centro-sinistra, essendo composto, oltre che dalla DC, anche da membri del PSDI e del PRI. In quest'occasione il PDIUM decise per il voto contrario, così come i liberali, oltre che i missini e i comunisti. Nel corso della discussione, Alfredo Covelli propose nuovamente al PLI la costituzione di un cartello di forze di destra. Tra il 5 e l'8 aprile 1962 si tenne il IX congresso del Partito Liberale Italiano: il segretario Giovanni Malagodi respinse l'offerta del PDIUM e invece propose un'alleanza con la DC.

Il 2 maggio s'iniziarono le votazioni per l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Il PDIUM sostenne candidati di bandiera, decisi di concerto coll'MSI, per le prime quattro votazioni: il parlamentare dell'MSI Augusto De Marsanich, poi il proprio esponente Achille Lauro, e alla terza votazione lo storico Gioacchino Volpe, ancora esponente dell'MSI. Alla quarta votazione fu il turno del monarchico Orazio Condorelli, mentre dalla quinta votazione i voti andarono ad Antonio Segni, candidato della DC.

Segni fu eletto al nono scrutinio, con 443 voti, quindici in più del quorum richiesto, grazie quindi all'apporto decisivo delle destre. L'elezione di Segni non modificò però il quadro politico generale, sempre caratterizzato dalla maggioranza politica di centrosinistra.

Le elezioni del 1963