LApocalisse di Paolo, nota anche come Visio Pauli,Generalmente si è soliti definire con Visio Pauli le recensioni abbreviate e più tardive del testo, mentre con Apocalisse di Paolo si suole indicare la forma greca originaria, nonché le recensioni latine lunghe. Si tratta comunque di una pura convenzione, in quanto la maggior parte dei manoscritti che contengono le recensioni lunghe porta infatti il titolo Visio, come dopotutto ci si aspetterebbe da un testo latino. Per qualche considerazione sul problema si veda , e . è un testo apocrifo del Nuovo Testamento appartenente al genere apocalittico e visionario.

In esso viene descritto, in una prospettiva escatologica, il presunto viaggio di Paolo di Tarso nei regni ultramondani; lo spunto da cui il testo si sviluppa è dato da un passaggio della seconda lettera ai Corinzi, nel quale l'apostolo accenna di essere stato rapito fino al terzo cielo, senza però procedere con la descrizione del suo viaggio celeste (2 Cor. 12, 2-5). Composta originariamente in lingua greca tra il II e il III secolo, nell'Egitto romano, lApocalisse di Paolo fu oggetto di numerose traduzioni e rielaborazioni successive, sulla base delle quali è possibile ricostruire la struttura narrativa dell'originale greco perduto. Il testo esercitò nel corso dei secoli, grazie anche alla sua eccezionale popolarità e diffusione, una grande influenza su tutte le successive visioni medievali, delle quali può giustamente ritenersi il prototipo.

Storia del testo La prima versione dellApocalisse di Paolo, della quale non ci rimane nessun esemplare, fu scritta in greco, verosimilmente tra il II e il III secolo. È probabile che ad essa si riferisca la versione in copto giunta fino a noi, la quale contiene anche una conclusione ambientata sul Monte degli Ulivi.

Il testo viene menzionato per la prima volta in una citazione attribuita ad Origene da Gregorio Barebreo teologo e storico siriaco del XIII secolo, in cui viene rilevato che tra i testi autorizzati dalla Chiesa si trova, insieme ad altri scritti visionari come il Pastore di Erma, anche unApocalisse di Paolo: se, come ritengono diversi studiosi, il frammento è da ritenersi autentico, greca fu composta non oltre il 250 d.C.L'autenticità della citazione è sostenuta da ; in ; ; . Parte della critica. sostiene invece che Origene facesse in realtà riferimento allApocalisse di Pietro, corretta secoli dopo in Apocalisse di Paolo, opera ben più nota rispetto al primo scritto, il quale dopo il V-VI d.C era sparito dalla circolazione: il riferimento doveva dunque risultare oscuro e facilmente corruttibile. Venendo dunque meno il terminus ante quem del 250 d.C., Piovanelli e così . ipotizza che lo scritto originario sia stato compilato tra 395 e 416 d.C. e sottolinea che un elemento fondamentale per la datazione sia la presenza nel testo di un giudizio immediato delle anime post mortem, tratto fortemente caratterizzante della Visio, che rompe con la tradizione apocalittica precedente.. Altro elemento che Piovanelli tiene in considerazione per escludere una datazione alta sono i molti rimandi all'ambiente monastico, mentre manca ogni riferimento ai martiri: cosa che ci si sarebbe aspettati se il testo fosse stato scritto prima del 250 d.C.

Intorno al 420 d.C. Agostino, nel suo Trattato sul Vangelo di Giovanni, biasima la condotta di coloro che “impudenter et infeliciter” si immaginarono lApocalisse di Paolo, facendo raccontare all'apostolo ciò che lui stesso nell'Epistola ai Corinzi (2Cor 12, 1-5), affermava non essere lecito riferire. Agostino contesta dunque il valore del testo proprio per la presunzione con cui si è voluto mettere nero su bianco gli "ineffabilia verba" uditi dal santo nel suo viaggio ultraterreno. A partire da questa testimonianza possiamo dunque dedurre che tra IV e V d.C. il testo (forse in una prima traduzione latina) circolasse già in Africa del Nord.

Verso il 420-430 d.C. in Asia Minore l’opera subisce un rimaneggiamento e al nuovo testo viene aggiunto un prologo in cui si fa cenno al presunto ritrovamento dellApocalisse, avvenuto a Tarso, sotto Teodosio il Giovane (408-450), nella vecchia casa di PaoloPer una trattazione esaustiva del presunto ritrovamento si veda P. Piovanelli, The miraculous discovery of the hidden manuscript, or the paratextual function of the prologue to the Apocalypse of Paul, in ..Questa versione testuale, redatta sempre in greco, viene comunemente denominata "testo di Tarso" [T] ed è oggi perduta. Sopravvive però nella traduzione in un certo numero di lingue quali il latino, il siriaco, l'armeno, il georgiano, l'araboA. Bausi, Apocalisse di Paolo: versione araba (BN 5072), 1992. e l'antico slavo ecclesiastico, nonché in una ricca varietà di abbreviazioni e adattamenti nei vernacoli medievali. Da T dipende anche l'unica riduzione in lingua greca, pubblicata nel 1866 da Costantin Tischendorf L'edizione del testo è svolta sulla base di un manoscritto ambrosiano del XV secolo e un altro monacense del XIII..

Nel 443 d.C. lo storico bizantino Sozomeno nella sua Historia Ecclesiastica riferisce di essersi informato presso un prete della Chiesa di Tarso e di aver scoperto che quella del ritrovamento fosse solamente una menzogna inventata da qualche eretico per dar dignità e autorevolezza a un testo poco conosciuto fra gli antichi: la redazione di Tarso, che rivede ed accresce l’originale del II-III d.C., fu dunque compilata prima del 433 d.C. e probabilmente lontano da Tarso.

Il testo, nella nuova redazione, passò presto in Europa: già nella prima metà del VI secolo, il vescovo Cesario di Arles cita più volte nelle sue opere una frase contenuta nella versione latina della Visio, senza denunciarne tuttavia l’origine: "impedimenta mundi fecerunt eos miseros" (V.P. parr. 10 e 40)..È altamente probabile che Cesario traesse la citazione dalla cosiddetta Admonitio Augiensis: un frammento omiletico sotto forma di lettera riconducibile all'ambiente pelagiano; .. Allo stesso periodo risale una menzione esplicita dello scritto nella cosiddetta Regola del Maestro: se ne deduce che una traduzione latina del testo dovesse già esistere verso la fine del V secolo e l'inizio del VI.

A partire da questo momento, tramite la traduzione latina, conosce in Occidente una diffusione straordinaria, testimoniata anche dal fiorire di diverse versioni e riduzioni dello scritto (delle varie redazioni latine si contano ben 115 manoscritti ha descritto 113 manoscritti, pubblicandone la maggior parte. Dobbiamo invece a il merito di aver rintracciato due nuovi testimoni che vanno ad aggiungersi a quelli già conosciuti.), molte delle quali tradotte in inglese, danese, tedesco, francese e in altre lingue volgari europee.

Sono state riconosciute in particolare tre redazioni latine "lunghe" della Visio, le quali, secondo la teoria tradizionale sostenuta da Theodor Silverstein., rappresentano tre traduzioni indipendenti del testo greco. Il loro studio appare dunque fondamentale per ricostruire la versione primitiva dello scritto perduto.

La prima e più completa redazione, denominata L1, è conosciuta attraverso tre testimoni: un codice parigino copiato a Fleury tra X e XI secolo (BnF nouv. acq. lat. 1631) e pubblicato nel 1893 da M. R. James. il quale costituisce in assoluto il miglior testimone della Visio in ogni lingua; un codice di San Gallo della seconda metà del IX secolo (Stadtbibliothek 317), il quale contiene però importanti lacuneIl codice di San Gallo è stato pubblicato per la prima volta da .; nonché da un manoscritto del X secolo conservato a L'Escorial (Real Biblioteca de San Lorenzo a.II.3), che costituisce una versione abbreviata del modello. Da questa famiglia dipendono anche la quasi totalità delle versioni e dei rifacimenti successivi, in un numero di 12 redazioni.. Elemento in comune tra tutti i rifacimenti è quello di presentare solamente la sezione dedicata al viaggio infernale, punto che più era in grado di catturare la fantasia e l'interesse medievale; tra di essi particolare fortuna ebbe la redazione VI: una completa riscrittura del modello e non una semplice riduzione della versione lunga; il suo interesse risiede non solo nell'antichità dei manoscritti che la trasmettonoI due principali testimoni della redazione VI sono il codice Palat. lat 216 (Biblioteca Vaticana) dell'VIII secolo e il codice 682 di San Gallo (Stiftsbibliothek) del IX. Per alcune considerazioni si veda ., ma anche nelle omissioni e interpolazioni, che rendono il testo quasi irriconoscibile..

La seconda redazione latina (L2) presenta invece un testo che sembra essere stato compilato sulla base di un originale greco diverso rispetto a quello utilizzato da L1. Anche di questa versione lunga conosciamo tre principali testimoni: il più importante è del XV secolo ed è conservato a Graz (Universitatsbibliothek, 856); vi è poi un codice conservato a Zurigo (Zentralbibliothek C101), ma copiato a San Gallo sempre nel XV; mentre solo un frammento di testo è contenuto in un manoscritto del XIV secolo conservato a Vienna (Nationalbibliothek, 362)Un'edizione sinottica dei manoscritti della redazione L2 si trova in ..

L'ultima redazione lunga (L3) è trasmessa invece da un solo testimone: Arnehm, Wetenschappelijke Bibliothek, 6., una versione a volte strettamente correlata a L1, ma in altri punti così distante da potersi classificare come separata.

La questione dell'indipendenza o meno delle tre redazioni è in realtà molto discussa e non mancano proposte e ricostruzioni alternative, tra cui quella che vede in L1 la sola traduzione latina del "testo di Tarso", dalla quale dipenderebbero separatamente L2 e L3, nonché tutte le altre recensioni brevi.; .

Contenuto Prologo (0-2)

Dopo la ripresa di 2Cor, 12.1-5, vengono descritte le circostanze del ritrovamento di uno scrigno di marmo, a Tarso (presso la casa che fu di san Paolo), contenente il testo dellApocalisse. Si fa riferimento anche all'epoca della scoperta, avvenuta al tempo dell’imperatore Teodosio il Giovane, attorno al 420 d.C.

Accuse del creato contro l'uomo (3-6)

Paolo incomincia a raccontare in prima persona la sua visione riferendo le parole di Dio: di tutto il creato è solo l'uomo a peccare. Di fronte alle empietà e alle ingiustizie, spesso il Sole, la luna, le stelle, il mare, le acque e la terra si appellano al Padre offrendosi di punire il genere umano. Segue però un invito alla pazienza e alla sopportazione: saranno giudicati e puniti da Dio solo coloro che nel momento della morte non si saranno convertiti.

Gli angeli riferiscono a Dio le azioni degli uomini (7-10)

Al tramonto, gli angeli custodi si recano dal Padre per riferire il resoconto delle azioni buone o malvagie compiute durante la giornata dagli uomini, che sono chiamati a guidare. Alcuni, rattristati per le sofferenze subite sulla terra da uomini santi, ricevono conforto e rassicurazione; altri invece vorrebbero abbandonare a loro stessi i peccatori a cui sono affidati, ma ancora una volta Dio invita ad essere pazienti e a confidare nel pentimento di questi ultimi.

Morte e giudizio degli uomini giusti e dei peccatori (11-18)