La morte di Benito Mussolini avvenne il 28 aprile 1945, alle ore 16:10 circa, a Giulino di Mezzegra, frazione del comune di Tremezzina (soppresso nel 1947 e ricostituito nel 2014 con confini diversi ), in provincia di Como. Qui Mussolini venne fucilato assieme all'amante Claretta Petacci. Gli altri fascisti catturati con lui furono invece fucilati poco dopo a Dongo, luogo dell'arresto.
Il giorno precedente, il gruppo guidato da Mussolini, in fuga da Milano, era stato fermato dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" sotto il comando di Pier Luigi Bellini delle Stelle e posto in stato di arresto.
In una serie di cinque articoli pubblicati su L'Unità nel marzo del 1947, il comandante partigiano Walter Audisio, noto con il nome di battaglia Colonnello Valerio, dichiarò di essere stato l'unico esecutore dell'uccisione, nell'ambito di una missione a cui avevano partecipato anche i partigiani Aldo Lampredi ("Guido Conti") e Michele Moretti ("Pietro Gatti"). L'operazione avrebbe dato esecuzione all'ultimatum del 19 aprile 1945 e all'articolo 5 del Decreto sui poteri giurisdizionali del CLNAI, approvato a Milano il 25 aprile dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI).
La responsabilità dell'esecuzione fu successivamente rivendicata in modo ufficiale dallo stesso Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, tramite comunicato del 29 aprile 1945. Cfr. copia su Wikisource.
La fuga da Milano a Dongo Milano
Il 18 aprile 1945, nel tentativo di sfuggire alla ormai certa caduta della Repubblica Sociale Italiana e sperando ancora in un sussulto dei propri uomini con la possibilità di trattare un accordo di resa condizionata, Mussolini abbandonò l'isolata sede di Palazzo Feltrinelli a Gargnano, posto sulla sponda occidentale del lago di Garda, e si trasferì a Milano, dove giunse in serata, prendendo alloggio presso la prefettura; il giorno precedente aveva discusso nell'ultimo consiglio dei ministri sulla possibile resistenza nel Ridotto della Valtellina.. Il 20 dello stesso mese, nei locali della prefettura dove era ormai confinato, concesse un incontro al giornalista Gian Gaetano Cabella, direttore del giornale Popolo di Alessandria; alla richiesta del giornalista di potergli rivolgere qualche domanda, rispose: «Intervista o testamento?». Fu quella l'ultima intervista rilasciata da Mussolini, che la rilesse, corresse e siglò il 22 aprile.
Sempre il 22 aprile, nel cortile della prefettura, pronunciò l'ultimo discorso a un centinaio di ufficiali della Guardia Repubblicana, concludendo: «Se la Patria è perduta, è inutile vivere». La sera incontrò Carlo Silvestri e gli consegnò una dichiarazione destinata al comitato esecutivo del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, in cui chiedeva che la Repubblica Sociale Italiana finisse in mani repubblicane e non monarchiche, socialiste e non borghesi.
Il 23 aprile le truppe alleate entrarono a Parma, e da Milano non furono più possibili comunicazioni telefoniche con Cremona e Mantova; il giorno seguente fu liberata Genova e il console tedesco Wolf chiese al ministro delle finanze Domenico Pellegrini il versamento anticipato di dieci milioni di lire, quota mensile per le spese di guerra del mese successivo. Il 25 aprile mattina gli operai iniziarono a occupare le fabbriche di Sesto San Giovanni alla periferia di Milano.
Nel pomeriggio del 25 aprile, nel corso della liberazione di Milano, con la mediazione del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, si svolse nell'arcivescovado un incontro decisivo tra la delegazione fascista composta da Mussolini stesso, il sottosegretario Barracu, i ministri Zerbino e Graziani (l'industriale Gian Riccardo Cella, l'ex prefetto di Milano ed ex ministro delle corporazioni Mario Tiengo e il prefetto di Milano Mario Bassi non parteciparono direttamente ai colloqui) e una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale composta dal generale Cadorna, dall'avvocato democristiano Marazza, dal rappresentante del Partito d'Azione Riccardo Lombardi e dal liberale Giustino Arpesani. Sandro Pertini arrivò in ritardo a riunione conclusa. A Milano era intanto in corso lo sciopero generale e l'ordine dell'insurrezione generale era imminente. Durante l'incontro, Mussolini apprese che i tedeschi avevano già avviato trattative separate con il Comitato di Liberazione Nazionale: l'unica proposta che ricevette dai propri interlocutori fu quindi la «resa incondizionata». In quel momento un accordo appariva possibile: furono offerte garanzie per i fascisti e per i loro familiari,. ma i repubblichini, pur senza vie d'uscita, non vollero essere i primi a firmare la resa per non essere poi accusati di tradimento.. Si riservarono di dare risposta entro un'ora, lasciando l'arcivescovado e ritirandosi in prefettura, ma non fecero ritorno.
Nel frattempo Marcello Petacci, fratello dell'amante di Mussolini, si era recato dal console spagnolo di Milano Don Fernando Canthal per chiedergli di fare da intermediario per conto di Mussolini. Il console accettò e, giunto in Prefettura, ricevette una lettera indirizzata all'ambasciatore inglese Norton che si trovava a Berna. Con la lettera si offriva la resa della Repubblica Sociale Italiana agli inglesi; in cambio gli inglesi non avrebbero dovuto far cadere il fascismo, ma utilizzarlo successivamente come alleato contro il bolscevismo.
In serata, verso le ore 20, dopo aver atteso invano una risposta, i capi della Resistenza diedero l'ordine di insurrezione generale, mentre Mussolini si accomiatò da alcuni repubblichiniTra questi Carlo Borsani cfr. . e fuggì da Milano in direzione di Como. Fu accompagnato da vari fascisti e dal tenente Birzer con i propri uomini, incaricato da Hitler di scortare Mussolini ovunque andasse.Si formò una colonna di circa trenta automobili, tre delle quali occupate da militari della gendarmeria tedesca, aperta da quattro motociclisti e scortata da un carro tedesco e da alcune autoblindo della Muti. Sulle automobili viaggiavano i membri del governo quasi al completo, funzionari e personalità fasciste.
Finalità del viaggio
Como rappresentava per Mussolini una meta che offriva diverse possibilità strategiche: anzitutto, la città lariana e la sponda occidentale del suo lago erano considerate una zona marginale relativamente protetta e con una limitata presenza partigiana. Qui era possibile trovare un rifugio sicuro e appartato, nascondendosi fino all'arrivo degli Alleati che lo avrebbero inevitabilmente scoperto: sarebbe stato quindi possibile consegnarsi a loro con determinate garanzie; questo era l'obiettivo principale secondo la testimonianza di Renato Celio, prefetto di Como.Cfr. resoconto dell'agente OSS Lada Mokarski in .
In alternativa, Como costituiva anche un punto di passaggio per raggiungere la Valtellina, dove già da alcune settimane Alessandro Pavolini prospettava di costituire un estremo baluardo di resistenza, il Ridotto Alpino Repubblicano, e dove erano affluiti tremila uomini del generale Onori ed erano attesi ancora mille uomini del maggiore Vanna. L'idea, però, era osteggiata, oltre che dai vertici militari tedeschi, anche dal generale Niccolò Nicchiarelli, comandante della Guardia Nazionale Repubblicana, e dal ministro Rodolfo Graziani.. Infine, sembrava possibile costituire un estremo baluardo di difesa proprio nella città lariana, facendo convergere su di essa tutte le forze residue e resistere a oltranza per trattare poi in extremis con gli Alleati al momento del loro arrivo.
In effetti a Como si concentrarono numerose formazioni provenienti dalle zone circostanti, condotte da Alessandro Pavolini. L'afflusso durò tutta la notte e parte della mattinata. Alcune fonti parlano di quarantamila fascisti,. mentre Giorgio Bocca riduce il numero dei militi a soli 6.000-7.000 uomini che però nella stessa giornata si dispersero, dopo che Mussolini decise di congedarli per poi partire di nascosto con i ministri alle 3 del mattino..
Infine, la vicinanza con la Svizzera poteva offrire un'estrema possibile via di fuga, anche se Mussolini aveva in precedenza sempre rifiutato questa possibilità; d'altra parte le stesse autorità svizzere, fin dall'estate 1944, avevano negato la richiesta d'ingresso nel loro paese ai gerarchi fascisti e ai loro familiari. Il rifiuto era stato confermato in quegli stessi giorni dal rappresentante elvetico a Milano, Max Troendle.Cfr . La Svizzera rappresentava un possibile luogo per avviare trattative con diplomatici americani, attraverso l'intermediazione del console spagnolo a Berna, ma era anche una potenziale meta temporanea per poi raggiungere la Spagna. Le testimonianze degli accompagnatori italiani superstiti di quei giorni riferiscono concordemente il rifiuto di Mussolini a espatriare, ma è il tenente Birzer a riportare il tentativo di fuga di Mussolini e dei suoi accompagnatori.Le testimonianze sono contraddette dal tenente Birzer, capo della scorta personale di Mussolini, che aveva ricevuto direttamente da Hitler il compito di non lasciare mai Mussolini: «ne risponderà con la vita se ciò dovesse avvenire», secondo il quale a Grandola impedì all'ultimo minuto un tentativo di fuga di Mussolini, la Petacci ed almeno altri due gerarchi che erano quasi riusciti nell'intento di attraversare il confine. Le dichiarazioni di Birzer sono citate in
Como Durante il viaggio, il furgone di coda del convoglio, che trasportava valori e documenti di particolare importanza politica e militare, subì un guasto nei pressi di Garbagnate; l'equipaggio, compresa Maria Righini, cameriera personale di Mussolini, raggiunse Como con mezzi di fortuna. Risultarono vani i tentativi notturni di recuperare il "camioncino-archivio"; Mussolini rimase quindi in possesso dei soli documenti riservati che aveva selezionato prima della partenza e riposto in due borse di pelle.
Alle 21:30 Mussolini giunse alla prefettura di Como. Il giorno precedente, nella città comasca era arrivata anche la moglie Rachele con i figli Romano e Anna Maria, ma Mussolini si rifiutò di incontrarli,Alcune fonti riferiscono di un incontro in prefettura a Como tra Mussolini e la moglie in compagnia della figlia Annamaria. Cfr. . limitandosi a scrivere loro una lettera d'addio e a fare una telefonata con cui raccomandava alla moglie di condurre i figli in Svizzera.Alla frontiera le autorità svizzere negarono l'entrata ai familiari di Mussolini, che fecero ritorno a villa Mantero a Como dove erano alloggiati, e al ministro Guido Buffarini Guidi. In quei giorni altri familiari di Mussolini si trovavano a Como: a villa Mantero erano ospitate anche Gina Ruberti, moglie di Bruno, con la figlia Marina; il figlio Vittorio, giunto col padre da Milano, si ricongiunse con sua moglie Orsola Buvoli, già sfollata a villa Stecchini assieme ai figli Guido ed Adria; Vanni Teodorani, marito di Rosa, figlia di Arnaldo, con Orio Ruberti, fratello di Gina, trovarono ospitalità al collegio Gallio il 27 aprile, dove il giorno prima si era già rifugiato Vittorio, e dove rimasero nascosti fino a novembre; le mogli di Vittorio e di Vanni Teodorani, oltre che di Roberto Farinacci, trovarono ospitalità presso l'istituto delle Orsoline; invece Vito, figlio di Arnaldo, finì nelle carceri di san Donnino. Durante la notte, le autorità locali esclusero la possibilità di una sosta prolungata nella città, giudicata indifendibile. Rodolfo Graziani consigliò di ritornare a Milano, mentre la maggior parte, in particolare Guido Buffarini Guidi e Angelo Tarchi, insistette per entrare in Svizzera, anche illegalmente. Su indicazione del federale di Como, Paolo Porta, si scelse di proseguire verso Menaggio.
Verso le quattro del mattino del 26 aprile, cercando invano di eludere la sorveglianza tedesca, il convoglio fascista abbandonò precipitosamente Como, dirigendosi verso nord e costeggiando il lato occidentale del lago di Como lungo la strada Regina. Giunse a Menaggio verso le cinque e trenta senza incontrare problemi.