LApollo di Veio è una statua acroteriale etrusca in terracotta policroma, alta circa 180 cm, modellata tra il 510 e il 490 a.C. circa per la decorazione del tetto del tempio nel santuario di Portonaccio a Veio e conservata al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia di Roma. Raffigura il dio Aplu, l'Apollo etrusco, che avanza a grandi passi, con il volto atteggiato al cosiddetto sorriso arcaico, e faceva parte di un gruppo di statue collocate sul colmo del tetto, incentrato sulla contesa tra Apollo ed Eracle per la cerva di Cerinea.; .
Le sculture del Portonaccio rivelano una profonda assimilazione dell'arte greca arcaica, greco-orientale e attica, unita a una capacità espressiva considerata tipicamente etrusca,; . e hanno conferito credibilità alla tradizione sulla grande scuola coroplastica di Veio legata al nome di Vulca.. Rinvenuta in frammenti nel maggio 1916 negli scavi diretti da Giulio Quirino Giglioli, la statua divenne rapidamente il simbolo della rivalutazione novecentesca dell'arte etrusca..
Il santuario e il tempio Il santuario di Portonaccio sorge sul lato occidentale del pianoro di Veio, fra le mura urbane e il fosso dei Due Fossi. L'area, delimitata da un muro e di forma grosso modo triangolare, si estendeva su circa 1500 m² e comprendeva le fondazioni di più edifici di culto, un altare e una piscina; le offerte votive e le iscrizioni dedicatorie ne documentano la frequentazione almeno dai decenni centrali del VI al III secolo a.C. I culti attestati sono più d'uno: Menerva, venerata in funzione militare e oracolare e considerata la divinità principale del santuario, e poi Venai, Turan, Aritimi e, forse, Apulu ed Hercle, la cui presenza è dedotta proprio dalle statue del tetto.; . Giovanni Colonna ha proposto di riconoscere nell'Apollo venerato al Portonaccio il dio Rath, nominato in un'iscrizione votiva del santuario e indicato come titolare del luogo su uno specchio inciso, una divinità dal carattere profetico..
Il tempio cui le sculture appartenevano, nella redazione tardo-arcaica, è un esempio di tempio tuscanico conforme ai canoni tramandati più tardi da Vitruvio.. Le statue divine a grandezza naturale che ne coronavano il colmo non erano statue di culto in senso proprio, ma dello stile della più antica statuaria di culto, come quella del tempio capitolino, possono restituire un'immagine attendibile..
La scoperta e i restauri
I frammenti del gruppo vennero alla luce il 18 maggio 1916, nel corso della campagna di esplorazione sistematica di Veio avviata nel 1913 dal Museo di Villa Giulia, presso il limite meridionale della città antica, in un'area del santuario attraversata in età romana da una strada. Il pezzo meglio conservato era l'Apollo, privo quasi soltanto delle braccia; emersero inoltre la testa e parte del corpo di un Hermes, i resti di un Eracle che piantava un piede sulla cerva, legata per le zampe e rovesciata a terra, e un frammento di una quarta figura, allora identificata dubitativamente con Artemide.; . Con la statua fu recuperata anche la base a sella su cui poggiava. Lo sterratore che liberò la statua, Natale Malavolta, ne rievocava a distanza di anni l'emozione: «Com'era bello nella sua nicchia di terra! Tutto rivestito di una sua strana policromia! L'ho baciato e ribaciato».Testimonianza riferita da Massimo Pallottino, riportata in . Le difficoltà degli anni di guerra ritardarono la diffusione della notizia, apparsa sulla stampa solo nel gennaio 1920.. Nella prima pubblicazione Giglioli si interrogò sulla destinazione delle figure, se frontonali, acroteriali o gruppo a sé stante, propendendo per l'ultima ipotesi, condivisa allora da Carlo Anti;. gli studi successivi hanno stabilito la collocazione delle statue sul colmo del tetto del tempio. Ulteriori frammenti dell'Eracle furono recuperati nel 1944 e nel 1949.
La statua, ricomposta negli anni Venti con l'assemblaggio delle parti e l'integrazione di alcune lacune, è stata sottoposta a un nuovo restauro conservativo tra il 2002 e il 2004, a cura della Soprintendenza archeologica dell'Etruria meridionale.
Descrizione
L'Apollo è colto nel pieno dell'incedere, con la gamba sinistra avanzata e il busto proteso; il corpo si legge attraverso la veste sottile, percorsa da pieghe strette e taglienti, e l'insieme assume un'espressività severa malgrado il sorriso arcaico che increspa le labbra.. La statua era interamente dipinta: neri i capelli, rosso-violaceo l'incarnato, in due diverse sfumature di ocra la veste e il mantello, con i toni tenui prediletti dalla policromia etrusca.
Sul piano formale l'opera è orientata sui caratteri stilistici tardo-arcaici dell'arte greca. Le sculture del Portonaccio assimilano le esperienze figurative greco-orientali e attiche dell'arcaismo, riconoscibili nel cranio bombato, nel profilo diritto, nella fronte ampia e curvilinea, negli occhi amigdaloidi, nella bocca «sorridente» e nelle superfici sfumate, e vi uniscono una straordinaria capacità espressiva. Nigel Spivey e Maurizio Harari inseriscono la statua nell'ambito della scultura greca tardo-arcaica di matrice ionica.. Il doppio registro dell'opera, derivazione greca e gusto etrusco, è al centro del giudizio di Ranuccio Bianchi Bandinelli e Antonio Giuliano..
Carlo Anti, nella prima analisi stilistica dell'opera, vi riconobbe una delle rarissime soluzioni antiche del problema del passo reso frontalmente: concepita per una veduta di prospetto, la figura «veramente si muove, cammina, avanza»..
Sul fondamento religioso di quest'arte resta celebre l'osservazione di Massimo Pallottino:
Il gruppo acroteriale Le statue del colmo mettevano in scena contesti mitologici legati ad Apollo: la contesa con Eracle per la cerva di Cerinea dalle corna d'oro, sacra ad Artemide, e l'uccisione del serpente Pitone.; . Già Giglioli riconobbe nelle figure il ratto della cerva sacra da parte di Eracle, episodio assente dalle fonti letterarie ma attestato da altri monumenti figurati. Al gruppo del tetto apparteneva anche una statua di Latona con in braccio Apollo bambino, riferita al mito dell'uccisione di Pitone.
L'attribuzione La tradizione antica, risalente a Varrone e trasmessa da Plinio il Vecchio, ricorda il coroplasta veiente Vulca, chiamato a Roma da Tarquinio Prisco per il simulacro di Giove del tempio capitolino: «Vulca fu fatto venire da Veio poiché Tarquinio Prisco voleva affidargli un'effigie di Giove da dedicare in Campidoglio; era di argilla e perciò veniva di solito dipinta con il minio».Plinio, Naturalis historia, XXXV, 157; traduzione in . La scoperta delle sculture del Portonaccio ha conferito credibilità alla notizia varroniana e ha portato a riconoscere a Veio una grande scuola coroplastica; già Anti definiva il gruppo un prodotto della scuola veiente «che per noi si riassume nel nome dell'etrusco Vulca».. L'attribuzione museale assegna le statue al cosiddetto Maestro dell'Apollo, coroplasta dell'ultima generazione dell'officina di Vulca. Sulla base delle differenze di costruzione e di dettaglio fra l'Apollo e l'Hermes, Anti riteneva inoltre le due figure opera di mani diverse: più accurata e legata alla tradizione quella dell'Hermes, «più audace e più forte» quella dell'Apollo..
La fortuna Fin dalla prima pubblicazione l'Apollo fu accostato alla scultura moderna: Anti ne indicò il «fratello moderno» nellHomme qui marche di Auguste Rodin.. Il recupero del 1916 fece della statua il simbolo della rivalutazione novecentesca dell'arte etrusca,; . e la scultura omonima di Alberto Giacometti, L'Homme qui marche, è stata a sua volta messa in relazione con l'opera veiente..
Note Note esplicative
Note bibliografiche
Bibliografia
Approfondimenti
Mauro Cristofani, L'Arte degli Etruschi, Produzione e consumo, Torino, 1978, pp. 100-102.
Voci correlate Arte etrusca Santuario di Portonaccio Scultura greca arcaica Veio Vulca
Altri progetti
Collegamenti esterni sul sito del Ministero dei beni culturali.
Categoria:Sculture etrusche Categoria:Sculture a Roma Categoria:Opere nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia Categoria:Sculture in terracotta Categoria:Sculture su Apollo Categoria:Veio Categoria:Scoperte archeologiche nel 1916