Aquae Volaterranae (nella grafia della Tabula Peutingeriana Aquas Volaternas) era una stazione termale di età romana del territorio di Volterra, attestata unicamente dalla Tabula. Le è stata tradizionalmente riferita la località di Bagno al Morbo presso Montecerboli, nell'area boracifera di Larderello, ma il solo impianto termale antico scavato nella zona è quello del Bagno della Leccia presso Sasso Pisano, nel comune di Castelnuovo di Val di Cecina, frequentato dal II secolo a.C. al IV d.C.; .

La testimonianza della Tabula Nel segmento della Tabula relativo all'Etruria costiera le Aquas Volaternas compaiono con la vignetta che la carta riserva alle località termali, un edificio balneare con la vasca al centro, la stessa che accompagna poco distante le Aquae Populoniae; fra le due vignette è disegnato un lago di forma quasi circolare, che dal Settecento si identifica con il lago boracifero di Monterotondo Marittimo, ed entrambe sono raggiunte da strade secondarie che si staccano dalla via Aurelia.; ; . La stazione è disegnata a valle di Vadis Volateris, cioè Vada Volaterrana, sulla costa, senza che la carta ne indichi la distanza, e non è seguita da altre tappe.. Nessun'altra fonte antica, letteraria o epigrafica, la ricorda, e per questo la sua cronologia non è determinabile su base testuale; il nome è registrato nella forma Aquae Volaterranae dalla Realencyclopädie, dalla Tabula Imperii Romani e dal Neue Pauly. Francesca Morandini ritiene che le due vignette toscane indichino, più che due singoli impianti, due comprensori termali di ampio raggio che facevano capo a Volterra e a Populonia, in un'area ricca di sorgenti calde e solforose..

L'identificazione Riccardo Chellini, che ha riesaminato la questione, registra tre candidature. Bagno al Morbo, presso Larderello nel comune di Pomarance, è l'identificazione più diffusa, proposta da Cluverio nel 1624 e ripresa da Christian Hülsen nella Realencyclopädie, da Emanuele Repetti, da Enrico Fiumi, da Mario Lopes Pegna, da Arturo Solari e, con qualche dubbio, da Giovanni Uggeri nel Neue Pauly; è accolta anche dalla Tabula Imperii Romani e dalle banche dati Tabula Peutingeriana online e Pleiades, che la collocano ai Bagni al Morbo di Montecerboli, oggi Bagno La Perla, circa venticinque chilometri a sud di Volterra.. Contro di essa sta la povertà dei rinvenimenti: la sola notizia archeologica è quella di Francesco Inghirami, che nella prima metà dell'Ottocento raccolse fra ruderi romani in opera cementizia una moneta d'argento di Adriano; i bagni sono attestati per la prima volta alla fine del Duecento, preceduti da una pieve di San Giovanni a Morba, e lo sfruttamento industriale dei soffioni, intenso dall'Ottocento, ha verosimilmente distrutto gli ultimi resti antichi.. Il Bagno della Leccia fu proposto da Giovanni Targioni Tozzetti nel 1770 e ha a suo favore un sito archeologico frequentato dal II secolo a.C. al IV d.C.; Casciana Terme, documentata come Aqui dal IX secolo, non è stata proposta da nessuno e non è certo che rientrasse nel territorio volterrano anziché in quello pisano..

Il Bagno della Leccia Il complesso termale del Bagno della Leccia, nell'alta Val di Cornia, è noto nella letteratura recente anche come complesso sacro-termale di Sasso Pisano.; . Nell'alto Medioevo la località si chiamava Aquae Albulae: il nome compare in documenti del 754, del 906 e del 1105, e sopravvive nel toponimo Adarbia, continuazione di ad Albulas, poco a sud dell'area archeologica. Chellini ritiene che il sito, che nel Medioevo apparteneva all'estremità meridionale della diocesi di Volterra, rientrasse nel territorio del municipio romano e, prima ancora, in quello della città etrusca.. Vi sgorgano due sorgenti ipertermali a 65 °C; a monte di esse si trova la ricca sorgente detta delle Lumiere, nome che rimanda all'allume; nel Cinquecento Zaccaria Zacchi e Andrea Bacci attribuivano a quest'acqua, bevuta, la virtù di guarire la sterilità femminile. Targioni Tozzetti nel 1742 vi notò un'abitazione un tempo destinata ai bagnaioli, e tracce di costruzioni antiche che scendevano fino al botro, e ne trasse la conclusione che qui fossero le Aquae Volaterranae.

I lavori dell'ENI degli anni Sessanta misero in luce un portico di ordine dorico e tegole bollate, e dal 1985 gli scavi della Soprintendenza, diretti da Anna Maria Esposito, hanno scoperto a mezza costa un portico su pilastri di calcare del luogo, retto da un muro di cinta addossato al pendio, costruito in grandi blocchi squadrati e opus incertum, con un piccolo bacino in cocciopesto incassato nel muro di fondo, tre piccoli vani quadrangolari pavimentati in cocciopesto e intonacati, uno dei quali con una vasca e due condutture che sbucano dalle pareti a due metri d'altezza, forse per una doccia, e un ambiente rotondo dotato di sedile, interpretato come laconicum; una frana ha asportato parte dell'ala occidentale, dove sembra riconoscibile una grande esedra, e trenta metri più a valle si stendono numerosi ambienti occupati da vasche, forse a destinazione produttiva.. La prima fase dell'impianto risale alla seconda metà del II secolo a.C., i vani quadrangolari e quello circolare alla prima metà del I secolo a.C.; nella seconda metà del I secolo d.C. la frana avrebbe provocato un abbandono, seguito verso la metà del II secolo da un riattamento che lasciò fuori uso le vasche più interne. Le monete, un centinaio a partire da assi repubblicani degli inizi del II secolo a.C., e in particolare le sessantaquattro trovate allo sbocco della canaletta di scarico di una vasca, che vanno da Alessandro Severo a Costantino con prevalenza di Gordiano III e Filippo l'Arabo, documentano la frequentazione fino alla prima metà del IV secolo. Fra i rinvenimenti vi sono una statuetta in lega di piombo e stagno con elmo frigio, riferita a Minerva e datata al II secolo a.C., un bronzetto di offerente femminile, ceramica a vernice nera, sigillata e a pareti sottili, lucerne, anfore e dolii, un vaso bollato Sex(tus) Vibius e soprattutto numerosissime tegole con il bollo in alfabeto etrusco śp : h, che Giovanni Colonna data alla seconda metà del II secolo a.C. o più tardi. La prima sigla si scioglie di solito in sp(ural), "pubblico", il che farebbe delle tegole una proprietà della comunità; sulla seconda lettera le opinioni divergono: Colonna aveva proposto un riferimento al nome etrusco di Populonia, Chellini ha suggerito un termine per "fonte", così da leggere fontes publici, mentre Valentina Belfiore ha osservato che il sito, al confine con il territorio volterrano, è lontano da Populonia, che secondo Adriano Maggiani ed Esposito vi prevale l'influenza di Volterra, e che la sigla si spiega meglio come indicazione della destinazione pubblica o sacra della produzione.; . Il caput fontis antico non è stato ancora individuato e, secondo Chellini, va cercato a quota più alta degli scavi insieme a un'eventuale area sacra, di cui la Minerva e l'offerente sarebbero per ora le sole tracce.

Note

Bibliografia

Approfondimenti

Voci correlate Volterra (città antica) Vada Volaterrana Aquae Populoniae Tavola Peutingeriana Larderello

Categoria:Siti archeologici della provincia di Pisa