La Fabbrica del Duomo di Como, ovvero della cattedrale di Santa Maria Assunta, era l’ente che doveva amministrare il patrimonio della Fabbrica (patrimonium fabrice) che era destinato ai lavori di ampliamento e di restauro del Duomo stesso: aveva quindi il compito di organizzare le varie fasi operative, coordinare le vicende costruttive, gestire i cantieri e presiedere alcuni aspetti dell’officiatura della chiesa.

Il finanziamento economico del cantiere poteva avvenire con varie modalità: con la partecipazione di tutta la cittadinanza, “investimenti culturali”Questi sono soldi che le famiglie più ricche investivano per la necessità di rappresentarsi continuamente al fine di testimoniare la loro ricchezza e importanza. Presupposto imprescindibile era la presenza di capitale., concessione di indulgenze a chiunque avesse fatto elemosina o favorito lasciti testamentari a favore della chiesa e della Fabbrica, offerte – quest’ultime furono indubbiamente più cospicue di quanto la documentazione lasci intendere – e destinazione al cantiere di parte del ricavato delle multe imposte dal vicario episcopale. Inoltre, a partire dal XVII secolo vennero istituite raccolte straordinarie di denaro da effettuarsi il 1º gennaio e il 15 agosto di ogni anno e venne prevista la possibilità di ottenere denaro in forma di donazioni, cessioni di beni, prestazione di giornate di lavoro non retribuite e anche finanziamenti elargiti dalle Confraternite della Cattedrale.

Storia

Le origini quattrocentesche

Per quanto riguarda le sue origini, la documentazione e gli studi relativi a quest’ente sono veramente limitate: quelli più datati sono stati superati da studi più recenti che, comunque, devono fare i conti con le lacune dovute ai vuoti documentari. Infatti, nonostante fin dal secolo XV, siano attestate offerte in favore del nuovo cantiere della cattedrale, le origini della Fabbrica rimangono un mistero a causa dell’assenza di un vero e proprio atto che sancisca la fondazione del consorzio. La prima indiretta attestazione di una forma gestionale del patrimonio fabbriceo risale al 1426, mentre i più antichi documenti pervenuti sono riconducibili al 1444: essi attestano che, a quest’altezza cronologica, l’ente era già ben avviato. Le lacune archivistiche e documentarie non si limitano, però, solo al primo periodo di attività della Fabbrica. Tali mancanze non riguardano solo determinati archi cronologici, ma incidono anche sulla qualità delle informazioni riportate nelle poche fonti che si sono conservate; ad esempio, si può vedere l’attività di Tommaso Rodari, i testi della Fabbrica non forniscono indicazioni sulla sua opera di sculture e neanche del suo ruolo di capoingegnere.

Diversa, invece, è la situazione per Cinquecento e Seicento per cui le fonti archivistiche sono abbondanti ma, viceversa, non esiste un panorama bibliografico ampio e preciso. Per quanto riguarda la gestione del patrimonio del cantiere si denota un cambiamento in funzione di una progressiva laicizzazione. Se, infatti, negli anni Trenta/Quaranta del Quattrocento, la direzione del cantiere era curata insieme dall’autorità laica ed ecclesiastica, si vede come, negli anni successivi alla metà del XV secolo, la Fabbrica prese una fisionomia propriamente laicale, saldamente nelle mani del Comune di Como, l’unico ente che aveva l’autorità di gestirne il cantiere. Il Duomo era, dunque, diventata la "chiesa del comune", "la chiesa della città".

Nonostante ciò l’organizzazione interna e la suddivisione dei compiti conobbe ulteriori sperimentazioni. Infatti, dopo una fase sperimentale, negli anni Sessanta del Quattrocento si delineò il numero dei membri dell’amministrazione del cantiere, composta da quattro deputati e due contabili (rationatores). I primi, nominati dal Consiglio di ProvvisioneIl Consiglio di Provvisione (sottoposto al Consiglio Generale) era formato da nove decurioni (estratti a sorte ogni due mesi – fra un gruppo di 150 decurioni – da tre bussole che rispecchiavano la divisione della società comasca fra nobili, mercanti e artigiani) e da altri tre veteri. Col tempo il processo di esclusione dei “non nobili” portò a una drastica diminuzione del gruppo dei decurioni (erano 50 nel 1621) nel cinquantennio a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, erano investiti di un ampio mandato che li autorizzava a gestire il patrimonio dell’ente e del cantiere – ci si riferisce in particolare alle operazioni di reperimento e trasporto delle materie prime e al pagamento dei lavoratori – e ad agire come rappresentanti della Fabbrica in questioni giudiziarie. I rationatores, invece, avevano il compito di registrare sia le entrate che le uscite finanziarie; questo loro lavoro sarebbe poi stato sottoposto al controllo dei quattro deputati o dei Sapienti di ProvvisioneChiamati anche “consiglio di camera”, in origine costituivano il consiglio ristretto di esperti locali a disposizione del podestà, come si desume anche dagli statuti di Como del 1335, che al capitolo XII del libro primo, assegnano al podestà “cum duodecim sapientibus civitatis Cumarum” il compito di esaminare tre volte all’anno “omnia banna malefitiorum et … libros bannorum”. Dalla dominazione viscontea i savi divennero l’organo amministrativo ordinario del comune con il nome di “Consiglio minore dei dodici savi”. I suoi componenti venivano estratti a sorte tra i consiglieri maggiori, duravano in carica due mesi durante i quali erano deputati anche all’ufficio delle provvisioni. Anche il consiglio minore, come quello maggiore era presieduto e convocato dal podestà. Con il passare del tempo e con la sempre maggiore importanza acquisita dal collegio dei dottori giureconsulti, i savi di provvisione persero progressivamente rilevanza nell’amministrazione cittadina. che, se necessario, avrebbero provveduto a sostituire i rationatores giudicati incapaci di buona amministrazione. Analogamente, anche la durata della carica fu soggetta a modificazioni, passando da due anni, a uno, a cinque, arrivando poi, verso la fine del XV secolo, a una reiterazione del mandato del deputato più anziano al fine di garantire una continuità amministrativa.

Per quanto riguarda il profilo sociale dei fabbricieri si tratta di un gruppo disomogeneo con una forte componente appartenente al “ceto medio” della società comasca. Nella scelta, però, i Sapienti di Provvisione, si rivolgevano spesso al gruppo dei mercanti, per la loro fitta rete di relazioni commerciali che avrebbero consentito di rispondere in maniera più celere alle richieste del cantiere, e anche verso il gruppo dei notai (notarii), dei avvocati (causidicii) e dei amministratori (procuratores).

È con il secolo XV che il Tribunale di Provvisione iniziò a scegliere i propri membri all’interno di un gruppo che coincidesse sempre di più con il patriziato cittadino che, da quel momento, avrebbe iniziato un processo di conquista (la cosiddetta “serrata del ceto aristocratico) dell’apparato amministrativo della città che si sarebbe concluso nel XVI secolo.

L'evoluzione cinque-seicentesca

Nel corso del Cinquecento, in particolare a partire dagli anni Sessanta, l’intensa attività edilizia accrebbe e diversificò notevolmente le responsabilità dei fabbricieri a cui competevano, tra le altre incombenze, l’assunzione dell’architetto del Duomo e del priore dei lavoranti, la nomina dell’organista e del personale ausiliario per l’officiatura della chiesa, le pratiche di reperimento dei mezzi per il sostentamento del cantiere, l’approvvigionamento dei vari materiali utili al cantiere (come il marmo dalle cave a Baradello, nei pressi di Musso) tramite la stipula dei vari “contratti” con i fornitori, nonché la scelta delle manovalanze e delle varie maestranze che avrebbero dovuto prevedere il quantitativo di materiale da fornire, i prezzi e le date di consegna. Inoltre, in ragione dell’ingente quantitativo di denaro gestito, la Fabbrica divenne il luogo in cui mercanti o le famiglie comasche potevano fare richiesta di prestiti, anche se mai di considerevoli entità.

Per quanto riguarda la nomina dei fabbricieri, essi non venivano più scelti dal Consiglio generale (o meglio dal suo organo esecutivo, il Tribunale di Provvisione), massima autorità cittadina, ma a maggioranza dalla Giunta di Provvisione che, però, in sostanza si limitava a confermare il nominativo proposto dai fabbricieri già in carica: per più di due secoli non sono documentati rifiuti da parte della Giunta di eleggere il nominativo che veniva loro proposto. In totale i fabbricieri erano otto, le elezioni avvenivano ogni tre anni e prevedevano l’elezione di quattro persone per volta in modo che, nel gruppo, risultassero sempre membri anziani e membri nuovi. Dopo la nomina, il fabbriciere entrava all’interno del Consiglio di amministrazione della Fabbrica, rimanendo in carica presumibilmente fino al momento della morte o di rinuncia volontaria. Essendo vitalizia, la nomina a fabbriciere risultava particolarmente ambita e al tempo stesso le modalità di accesso divennero sempre più selettive non solo sulla base di conoscenze artistiche e tecniche necessarie all’amministrazione del cantiere, ma anche del prestigio goduto dall’aspirante in ambito cittadinoLa Fabbrica era, quindi, l’istituzione che rappresentava uno dei sistemi di potere attraverso cui agivano i ceti dirigenti cittadini; la compenetrazione fra la direzione della Fabbrica e la direzione della città di Como rese possibile l’eventualità che chi era a capo della Fabbrica era a capo anche del governo effettivo della città stessa..

Nel Seicento, con l’accrescere del patrimonio della Fabbrica – in conseguenza ad alcuni lasciti testamentari e all’assunzione dell’amministrazione del Monte della Pietà nel 1634 – si rese necessaria una nuova suddivisione dei compiti: l’ordinaria amministrazione economica venne affidata al cassiere, affiancato da un coadiutore, mentre i deputati mantennero un ruolo decisionale e di supervisione.

Dal Settecento alla soppressione Con il Seicento e ancor più con il Settecento si assistette a un cambiamento nel profilo sociale della Fabbrica: essa divenne, infatti, lo specchio della società comasca che, a sua volta, stava vivendo un’aristocratizzazione del ceto dirigente con conseguente esclusione dei cittadini “non nobili” dal consiglio direttivo della città. Ciò risulta particolarmente evidente nelle modalità di nomina dei fabbricieri che passarono dall’elezione alla cooptazione. Contemporaneamente, rispecchiando le fortune economiche e sociali di un sempre più ristretto numero di famiglie comasche come gli Erba-Odescalchi, i Gallio, i Rezzonico e i Benzi, la carica del deputato divenne ereditaria e, come tale, venne considerata alla stregua del patrimonio di famiglia (come avvenne all’interno della famiglia degli Odescalchi). Inoltre, fra il XVII secolo e gli inizi del XVIII secolo, la rete di legami politici e socio-economici che tali famiglie potevano vantare permisero l’immissione all’interno della Fabbrica anche di membri non residenti a Como, che assicurarono alla città stessa un rinnovato scambio culturale, artistico e finanziario.

Con l’Ottocento si ebbe, in primo luogo, un radicale mutamento nelle modalità di elezione e nella provenienza sociale dei prefetti che erano sempre più spesso di origini borghesi. In particolare, per effetto del decreto regio del 26 maggio 1807 seguito dalla legge del 15 settembre 1807 che normava l'istituzione e l’azione de’ Fabbricieri del Regno d’Italia, i fabbricieri, in numero di tre o cinque e nominati personalmente dal ministro su segnalazione del prefetto, sceglievano un “capo” e un tesoriere e rimanevano in carica cinque anni.