Il marxismo autonomista, o semplicemente autonomismo, è una linea di pensiero marxista che enfatizza la capacità della classe operaia di forzare i cambiamenti nel sistema capitalista e di realizzare una società post-capitalista attraverso la sua attività autonoma. Questa prospettiva vede le leggi economiche distruttive di classe, piuttosto che oggettive, come la principale forza motrice della storia. Concetti chiave del marxismo autonomista includono il rifiuto del lavoro, la composizione di classe, la fabbrica sociale e l'autovalorizzazione.

L'approccio si distingue da altre forme di marxismo per la sua attenzione all'autoattività della classe operaia come fondamento sia per resistere al capitale sia per creare nuove relazioni sociali. È emerso nel XX secolo attraverso il lavoro di gruppi negli Stati Uniti (la Tendenza Johnson-Forest), in Francia (Socialisme ou Barbarie) e, soprattutto, in Italia (operaismo). Gli autonomisti sostengono una "lettura politica" delle opere di Karl Marx, in particolare de Il Capitale, trattandolo non come un'opera di teoria economica, ma come un'arma strategica per comprendere e promuovere la disgregazione di classe dal punto di vista della classe operaia. Il quadro amplia inoltre la definizione di "classe operaia" oltre il proletariato industriale salariato, includendo i lavoratori non salariati – come casalinghe, studenti e contadini – il cui lavoro è considerato essenziale per la riproduzione del capitale.

Il pensiero autonomista contemporaneo può essere ampiamente suddiviso in diverse tendenze. Una, associata a figure del post-operaismo italiano come Antonio Negri e Paolo Virno, si concentra sul potere affermativo e costitutivo della "moltitudine". La seconda, rappresentata dal collettivo americano Midnight Notes, enfatizza la continua lotta per i "beni comuni". Una terza, sviluppata da John Holloway, propone un autonomismo "negativo" incentrato sulla riflessione e sulla lotta contro le forme sociali capitaliste.

Etimologia e definizione

Il termine "marxismo autonomista" fu coniato da Harry Cleaver negli anni '90 per raggruppare diversi scrittori e militanti marxisti il cui lavoro condivideva un'enfasi ricorrente sul "potere dei lavoratori di agire autonomamente". Questa tradizione, secondo Cleaver, include non solo i marxisti autoidentificati, ma anche figure del marxismo consiliarista e dell'anarco-comunismo che condividevano un'attenzione all'autoattività della classe operaia, pur rifiutando l'etichetta di "marxista". Il nucleo del marxismo autonomista è una "lettura politica" di Karl Marx e della società di classe, che Cleaver definisce come un'analisi strategica condotta dal punto di vista della classe operaia con l'obiettivo di chiarire il proprio potere e la propria strategia

Questo approccio funge da alternativa sia alle letture tradizionali di "economia politica" di Marx, che sono criticate per concentrarsi unilateralmente sulle "leggi del moto" del capitale mentre trattano i lavoratori come vittime, sia alle letture "filosofiche", che sono viste come esercizi di critica ideologica distaccati dalle esigenze pratiche della lotta. Per gli autonomisti, la strategia rivoluzionaria si sviluppa direttamente dalla crescita continua della lotta della classe operaia, non dalla teoria astratta o dalla leadership di un partito d'avanguardia. Il punto di partenza principale è l'auto-attività della classe operaia, che è intesa come "qualcosa di più di un ingranaggio vittimizzato nella macchina del capitale".

Antecedenti e influenze storiche Il marxismo autonomista sintetizza diversi "filoni" del pensiero marxista che, a partire dagli anni Quaranta, cercarono di superare il determinismo economico e l'attenzione unilaterale al potere del capitale che caratterizzavano il marxismo ortodosso. Queste correnti si svilupparono in diversi contesti nazionali, ma condividevano un'attenzione comune al potere indipendente della classe operaia.

Stati Uniti: Tendenza Johnson-Forest

Uno degli antecedenti fu la Tendenza Johnson-Forest, una fazione all'interno del movimento trotskista americano degli anni '40 guidata da C. L. R. James e Raya Dunayevskaya. Disillusi dall'analisi trotskista ortodossa dell'Unione Sovietica come "stato operaio degenerato", svilupparono una teoria del capitalismo di stato, sostenendo che l'URSS fosse una variante della stessa fase di sviluppo capitalistico in atto in Occidente. La loro analisi si basava sullo studio dei rapporti di produzione, identificando l'introduzione del taylorismo e del fordismo sia negli Stati Uniti che in URSS come nuove forme di dominio.

Fondamentalmente, a differenza della Scuola di Francoforte, che vedeva solo il dominio in queste nuove tecnologie, la Tendenza Johnson-Forest metteva in evidenza il potere dei lavoratori di opporsi a esse. Documentarono le lotte autonome dei lavoratori di base contro le burocrazie sia del management che dei sindacati, in particolare nell'industria automobilistica di Detroit. James sosteneva inoltre che le lotte indipendenti dei lavoratori neri costituissero un'avanguardia della classe operaia americana. Ciò portò a un "totale ripudio della teoria e della pratica della teoria leninista del Partito d'Avanguardia", a favore del riconoscimento che le nuove forme organizzative nascono spontaneamente dalle esperienze dei lavoratori stessi.

Francia: Socialisme ou Barbarie

In Francia, si verificò una evoluzione parallela con la formazione del gruppo Socialisme ou Barbarie (1949-1965), guidato da Cornelius Castoriadis e Claude Lefort. Il gruppo ruppe con il trotskismo per ragioni simili a quelle di Johnson-Forest, con cui erano in contatto diretto. Il gruppo francese sviluppò anche una critica della burocrazia sovietica e si concentrarono sulla "resistenza quotidiana dei lavoratori nell'industria", traducendo e pubblicando resoconti delle lotte dei lavoratori americani per arricchire le proprie analisi del contesto francese Queste correnti influenzarono direttamente gli operaisti italiani attraverso figure come Danilo Montaldi, che tradusse e diffuse il loro lavoro, fornendo ai primi pensatori italiani analisi delle lotte dei lavoratori autonomi all'interno delle fabbriche moderne.

L'operaismo italiano

L'influenza più significativa sul marxismo autonomista venne dal movimento "operaista" italiano degli anni '60. Questa corrente emerse dalle riviste Quaderni Rossi e Classe Operaia principalmente come risposta ai fallimenti percepiti del tradizionale movimento operaio italiano - in particolare del Partito Comunista Italiano (PCI) e del Partito Socialista Italiano (PSI) - nell'analizzare e rispondere alle nuove forme di conflitto di classe che si sviluppavano nelle fabbriche del "miracolo economico" dell'Italia del dopoguerra. Teorici come Raniero Panzieri, Mario Tronti e Antonio Negri svilupparono una potente critica del marxismo ortodosso e del PCI, fondata sull'analisi di una nuova ondata di lotte nelle fabbriche autonome.

Panzieri, analizzando l'ascesa del fordismo in Italia, sostenne che lo sviluppo tecnologico e la pianificazione capitalista fossero una risposta diretta alla lotta della classe operaia. Il piano del capitale per la divisione del lavoro era un piano politico per dividere e controllare la classe operaia. Ciò capovolgeva la tradizionale visione marxista, che vedeva la tecnologia come una forza produttiva neutrale Tronti si basò su questo, sostenendo che la lotta della classe operaia è il motore primario dello sviluppo capitalista. Formulò quella che divenne nota come l'"inversione copernicana" del marxismo, scrivendo notoriamente nel primo numero di Classe Operaia: "Anche noi abbiamo lavorato con un concetto che mette al primo posto lo sviluppo capitalista e al secondo i lavoratori. Questo è un errore. E ora dobbiamo capovolgere il problema... e ricominciare dall'inizio: e l'inizio è la lotta di classe della classe operaia." Da questo punto di vista, il capitale è inteso non come una forza indipendente, ma come una forza reattiva all'interno del rapporto di classe, costretta a riorganizzarsi costantemente in risposta al potere autonomo dei lavoratori.

Queste intuizioni hanno dato il via a due aree chiave di studio: le concrete "indagini operaie" sulle lotte di classe contemporanee, avviate da Romano Alquati nelle fabbriche italiane, e le rivalutazioni storiche dell'organizzazione della classe operaia. Sergio Bologna, ad esempio, ha analizzato le forme storiche dei consigli dei lavoratori e dei sindacati industriali come prodotti di specifiche composizioni di classe, piuttosto che come modelli universalmente applicabili.

Movimenti femministi e disoccupati

Un decisivo progresso nel pensiero autonomista venne dal movimento femminista, in particolare dalla campagna internazionale per il salario al lavoro domestico lanciata negli anni '70 da figure come Mariarosa Dalla Costa e Selma James. Approfondendo l'analisi di Tronti sulla riproduzione capitalista, si concentrarono sul ruolo centrale del lavoro domestico non retribuito delle donne nella produzione e riproduzione della forza lavoro, la merce più essenziale per il capitale. Il lavoro teorico di gruppi come Lotta Femminista in Italia fu centrale per questo sviluppo. Pensatrici come Leopoldina Fortunati analizzarono come il lavoro di riproduzione sia postulato come produzione "naturale" sotto il capitalismo, apparentemente al di fuori della creazione di valore mentre in realtà produce la merce fondamentale della forza lavoro stessa.

Questa analisi ha dimostrato come il rapporto salariale divida la classe operaia in settori salariati e non salariati (casalinghe, studenti, contadini), rendendo le lotte dei non salariati invisibili al marxismo tradizionale. La gerarchia tra salariati e non salariati è stata identificata come la base fondamentale del sessismo e del razzismo all'interno del capitale, poiché queste divisioni vengono mantenute attraverso l'accesso differenziato al salario. La richiesta di un salario per il lavoro domestico era quindi strategica, volta a rendere visibile questo lavoro non retribuito, superando la divisione primaria all'interno della classe e fornendo ai non salariati le risorse materiali (potere) per lottare contro di essa. Questo lavoro ha ampliato la definizione di classe operaia e ha permesso di comprendere i movimenti autonomi di donne, studenti e contadini come parti integranti di un ciclo internazionale di lotta.

Concetti chiave Autonomia della classe operaia e rifiuto del lavoro

Il principio fondamentale del marxismo autonomista è che la classe operaia è un soggetto politico autonomo, capace di agire nel proprio interesse, indipendentemente e spesso contro le sue organizzazioni "ufficiali" come sindacati e partiti politici. Questa autonomia si esprime nelle lotte quotidiane sul posto di lavoro (sabotaggio, assenteismo) così come in sconvolgimenti sociali più ampi come scioperi selvaggi e rivolte.

Da questa prospettiva, una strategia chiave della classe operaia è il "rifiuto del lavoro". Nel capitalismo, definito come un sistema sociale basato sull'imposizione del lavoro, la lotta non consiste nel "liberare" il lavoro dal capitale, ma nell'abolirlo. Ciò contrasta con le visioni socialiste tradizionali che mirano a creare una società del lavoro non alienato. Gli autonomisti sostengono che per il "lavoratore massa" – dequalificato sotto il fordismo – il lavoro può essere solo un mezzo di controllo sociale da abolire. La lotta per ottenere meno lavoro e più reddito (o ricchezza) è vista come un attacco diretto alle fondamenta del capitale

Composizione di classe, ricomposizione politica e decomposizione Il marxismo autonomista utilizza un insieme specifico di concetti per analizzare la dinamica della lotta di classe.