Flora è un dipinto a olio su tela realizzato da Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, intorno al 1642 e conservato presso Palazzo Pallavicini Rospigliosi di Roma, sede della Coldiretti.

Storia La prima menzione di questo dipinto si trova nella Felsina pittrice di Carlo Cesare Malvasia: «Al Sig. Gio. Orio di Rimini una Primavera con diversi Amori». Nel Libro dei conti,Il Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore Paolo Antonio Barbieri dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666. alla data del 9 luglio 1642, è registrato un pagamento di 190 ducatoni, equivalenti a 250 scudi, corrisposto dal banchiere bolognese Ludovico Mastri, che agiva da intermediario per Giovanni Orio da Rimini. Quest’ultimo apparteneva a una nobile famiglia riminese; il fratello aveva già commissionato a Paolo Antonio Barbieri, fratello del Guercino e specializzato in nature morte, un «Quadro di animali» e un «Quadro di fruti», entrambi pagati 39 scudi, il primo il 25 febbraio 1639 e il secondo il 6 dicembre 1640. Le opere, non ancora emerse, sembrano tuttavia accomunate da una tale vicinanza cronologica da far supporre una loro ideazione a pendant.Flora è documentata nella collezione Rospigliosi dal 1708; nel 1713 il dipinto risulta elencato come opera del Guercino nell’inventario del duca Giovan Battista Rospigliosi. Federico Zeri ne segnalò la presenza nella Galleria Pallavicini nel 1959.

Fu pubblicata per la prima volta da Francesco Arcangeli nel 1961.

Nell’inventario del 1644 del cardinale Antonio Barberini il Giovane figura «un quadro grande con Flora a sedere con quattro putti», la cui presenza nelle raccolte Barberini è confermata anche dalla documentazione d’archivio successiva. Luigi Salerno ha ipotizzato che tale opera potesse identificarsi con una Primavera dipinta nel 1624 per l’ambasciatore di Savoia a Venezia, menzionata da Malvasia; questa identificazione, tuttavia, non è stata ripresa dalla successiva storiografia.

Malvasia menziona inoltre un terzo dipinto: «Un quadro grande con la Dea Flora e duoi puttini per l’Eminentiss. Cardinale Santa Croce». Il dipinto figura anche nel Libro dei conti ed è documentato un pagamento di 262 scudi, effettuato il 16 dicembre 1632.

Laurence B. Kanter, curatore del Museum of Fine Arts di Boston, richiamò l’attenzione di Luigi Salerno su un dipinto attribuito al Guercino raffigurante il medesimo soggetto della Primavera. Avendo potuto esaminare l’opera esclusivamente attraverso fotografie, Salerno espresse riserve sull’attribuzione autografa, ritenendo il dipinto piuttosto un prodotto di bottega. Egli ipotizzò che l’autore potesse aver fatto ricorso a cartoni del Guercino per singole parti della composizione, ma non per l’impostazione complessiva, escludendo al tempo stesso che si trattasse di una copia diretta di un dipinto autografo del maestro. Salerno suggerì inoltre che la resa dei fiori potesse essere affidata al fratello Paolo Antonio. Lo studioso escluse infine che il dipinto potesse identificarsi con la Flora menzionata da Carlo Cesare Malvasia come eseguita per il cardinale Santa Croce, osservando come l’opera descritta da Malvasia presenti soltanto due putti, mentre nel dipinto in esame ne compaiono tre.

Infine va segnalata una versione molto tarda, datata al 1657 e destinata al principe Niccolò I Ludovisi, che non risulta in relazione con i tre dipinti trattati sopra.

Per la Flora in oggetto esiste un disegno preparatorio conservato a Windsor Castle.

Descrizione Al centro della composizione è raffigurata Flora, dea della natura fiorente e personificazione della Primavera. La figura, colta in un lieve movimento, è coronata da una ghirlanda di fiori e avvolta in un ampio mantello rosso che, aprendosi sul davanti, lascia scoperto il seno sinistro. Ai lati della dea compaiono due putti nudi, intenti a sorreggere vasi colmi di fiori, allusivi all’abbondanza e alla fecondità della stagione primaverile.

Alle spalle di Flora si innalzano due tronchi d’albero dalla forma contorta e dal fogliame rado, che incorniciano la figura principale e introducono lo sfondo paesaggistico. Più arretrato si estende un paesaggio boschivo, immerso in una luce crepuscolare, sul quale si apre un cielo azzurro attraversato da rade nubi grigie.

Nei particolari floreali è possibile riconoscere la mano di Paolo Antonio Barbieri, considerato l’iniziatore della natura morta emiliana nella sua declinazione più rustica. L’intervento del fratello, proposto da Denis Mahon e successivamente accolto da Prisco Bagni, non rappresenta un caso isolato: non è infatti la prima volta che i due artisti collaborano, forse su richiesta del medesimo committente, verosimilmente estimatore della natura morta. Come più volte sottolineato da Mahon, Paolo Antonio interveniva frequentemente nelle opere del fratello per la resa di oggetti, fiori e altri particolari.

Stile Flora appartiene alla fase tarda dell’attività del Guercino, generalmente collocata a partire dal 1632. Il restauro del 1997 ha consentito di recuperare la qualità del paesaggio sulla sinistra e la brillantezza della tavolozza, caratterizzata da delicate sfumature cromatiche riconducibili alla piena maturità del pittore. È oggi più evidente la raffinatezza del tocco con cui sono trattate le tre figure principali, in contrasto con l’esecuzione più minuta delle composizioni floreali attribuite a Paolo Antonio Barbieri; tale differenza stilistica permette di distinguere con maggiore chiarezza l’intervento delle due mani.

Secondo Angela Negro, la tonalità di struggente malinconia che permea la scena alluderebbe alla brevità della vita, tema ribadito dalla presenza dei fiori e dalla pietra sulla quale siede la dea.

Note

Bibliografia

Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti a Roma Categoria:Dipinti su Flora