Biografia Herta von Wedekind nasce il 20 novembre 1885 da Sophie Danzier e Paul Wedekind zu Horst, quinta e ultima figlia della coppia. Rampolla di una famiglia dell'alta nobiltà tedesca attiva in attività bancarie e imprenditoriali cresce in un ambiente famigliare ricco e stimolante, ben disposto verso la sua sensibilità artistica.
Dopo essersi formata artisticamente tra l'Italia e la Germania soggiornando nelle varie residenze della famiglia nel biennio 1910-1912 si stabilisce a Roma dove approfondisce le proprie competenze in disegno e scultura diventando allieva di Hans Stoltenberg Lerche, scultore e ceramista norvegese di cultura e lingua tedesca molto in voga in quel periodo che aveva il suo studio in via Flaminia 4.
Durante un periodo di soggiorno in Germania nel 1913 conosce il suo futuro marito Arturo Benvenuto Ottolenghi, esponente di una ricca famiglia di origini ebraiche piemontese, che si era trasferito nel paese tedesco per completare i propri studi in giurisprudenza con cui si sposerà il 19 aprile del 1914 a Roma, città nel quale la coppia vivrà fino al 1920 in un appartamento in via Giovanni Battista Morgagni 35 nel quartiere Nomentano e dove nascerà nel febbraio 1917 anche l'unico figlio della coppia, Astolfo Carlo; nell'appartamento Herta allestì un proprio laboratorio di scultura dove operare con terracotta, argilla, gesso e pietra.
Almeno fino al 1915 Herta continuò a frequentare il suo maestro Stoltenberg Lerche e tra il 1918 e il 1919 intervallò la vita a Roma con visite al sanatorio di Davos in Svizzera, luogo nel quale continuò a sperimentare con la scultura e maturò l'idea di dedicarsi alla preparazione di arazzi, per trovare sollievo dai sintomi della tubercolosi probabilmente contratta in età giovanile. Nel 1920, complici anche i suoi problemi di salute e la morte di Stoltenberg Lerche, Herta e il resto della famiglia si trasferirono a Genova, luogo che permetteva anche al marito Arturo di stare più vicino alla sua famiglia e agli ingenti investimenti immobiliari che aveva nella zona.
Il luogo di residenza del periodo genovese della famiglia Ottolenghi fu la villa in stile liberty dei conti Ceriana Mayneri a Pieve di Sori; anche nella sua residenza ligure Herta organizzò un laboratorio nel quale, oltre alla scultura, si dedicò alla realizzazione di vari arazzi, tappeti e stoffe per l'arredamento arrivando a formulare un nuovo modo di decorazione dei tessuti tramite un metodo kleksografico che brevetterà nel 1922 a Torino e che aprirà il decennio più florido della sua produzione artistica.
Durante il soggiorno ligure i coniugi Ottolenghi intrattennero fecondi rapporti con vari artisti tra cui l'architetto Federico D'Amato al quale la coppia volle affidarsi per la costruzione del loro sogno: una casa per l'arte, da edificare sui terreni di loro proprietà sulla collina di Monterosso ad Acqui.
Nel 1922 espone per la prima volta i suoi arazzi alla fiera tedesca di Monaco di Baviera e nel 1923 partecipa alla I Biennale di Monza esponendo in una stanza a lei dedicata le proprie opere tessili venendo notata dai critici tra cui Francesco Sapori e con il comune di Milano che acquisterà due arazzi tra quelli esposti per le collezioni del Museo Artistico Municipale.
Nel 1925 partecipa alla II Biennale di Monza esponendo nella sala numero 80 e all'Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi nella sezione degli artisti italiani; nel 1926 espone una sua mostra personale al Kunstgewerbehaus di Friedmann & Weber a Berlino e viene citata dal "manuale del mercato dell'arte" tra gli artisti operanti a Tegernsee, città dove aveva il suo atelier.
Nel 1927 partecipa alla III Biennale di Monza esponendo alcuni suoi arazzi e tendaggi, nello stesso anno muore Francesco D'Amato costringendo Herta e Arturo a fermare i lavori ad Acqui per due anni anche a causa delle indecisioni dell'architetto individuato come sostituto dai coniugi, Marcello Piacentini, che si mostrò in un primo momento riluttante ad accettare la committenza per via dei molti impegni dovuti all'essere uno degli architetti più in voga durante il regime fascista. Piacentini accetterà nel 1929 ma solo con il supporto del giovane architetto Arnaldo Foschini.
Nel 1930 Herta partecipa alla IV Triennale di Monza, esponendo i suoi arazzi nella galleria dei tessuti e un tappeto nel corridoio di passaggio tra le due sale della sezione romana.
A partire dagli anni trenta la produzione artistica di Herta nel merito degli arazzi si interrompe sostituita da una vigorosa ripresa dell'attività scultorea le cui opere, in buona parte, andranno a confluire all'interno di villa Ottolenghi Wedekind e nel ricovero Ottolenghi ad Acqui, struttura per anziani e malati ricavata da un antico edificio del XV secolo che dopo una ristrutturazione durata due anni a opera di Piacentini apriva i battenti nel 1934.
Nell'aprile del 1939 il marito Arturo a causa dell'entrata in vigore delle leggi razziali fasciste venne accusato di essere di razza ebrea e a causa di questo nel 1944 venne arrestato. Solo un ricovero presso l'ospedale di Alessandria i cui reparti erano collaborativi con i partigiani permise a Herta con la collaborazione della sorella Julia von Knorr-Wedekind di dimostrare la propria discendenza ariana evitando che Arturo fosse tradotto al campo di Fossoli. Arturo rimase poi ancora qualche tempo agli arresti per poi essere scarcerato i primi giorni di ottobre.
Nel 1948 durante una visita negli Stati Uniti per incontrare il figlio Astolfo che da anni ormai viveva in America Herta dona al Metropolitan Museum di New York due arazzi che verranno poi esposti nella "textile art room".
Il 31 agosto 1951 Arturo Ottolenghi muore lasciando Herta vedova; nello stesso anno Herta pubblicherà un libro di poesie al quale ne seguiranno altri due postumi pubblicati nel 1957 e 1970.
Il 26 giugno del 1953 Herta Ottolenghi Wedekind morì ad Acqui.
Attività artistica
Herta Ottolenghi Wedekind fu sicuramente un'artista poliedrica che si cimentò in varie arti: poetessa, scultrice e artigiana del tessuto. In una sua poesia, pubblicata dal figlio Astolfo nel libro postumo "Das Lied vom Ölbaum und Anderes" si può intuire come l'atto artistico, per Herta, fosse un moto di liberazione dal periodo traumatico e ricco di sofferenza dovuto alla sua malattia. Della sua attività artistica e formazione prima dell'arrivo all'atelier di Hans Stoltenberg Lerche si hanno poche notizie e rimangono solo alcuni album contenenti dei figurini di moda e schizzi di costume. L'incontro con Stoltenberg Lerche è da subito proficuo per Herta che si trova bene a collaborare con uno spirito tendente all'innovazione e alla sperimentazione come quello dell'artista norvegese il cui studio funge anche da galleria d'arte ospitando opere di Max Liebermann, Albert Besnard, Ivan Meštrović, Kees van Dongen e Auguste Rodin. In particolare l'artista verrà affascinata da Rodin, a cui dedicherà anche una poesia, e dalla sua tecnica del non finito in quanto rispondeva a una istintiva avversione di Herta verso il contorno e le rigidezze della forma.
Le prime opere scultoree che Herta produce nella bottega di Stoltenberg Lerche colpiscono il critico d'arte Vittorio Pica che esalterà la perizia tecnica e la capacità immaginifica dell'artista.
Le opere artistiche che faranno la fortuna di Herta durante gli anni venti del novecento saranno i suoi arazzi riportanti sopra delle fantasie ottenute tramite la tecnica della kleksografia. La kleksografia non doveva essere nuova per Herta in quanto in Germania era stata resa celebre dal suo utilizzo nelle opere del poeta e scrittore Justinus Kerner soprattutto dopo pubblicazione postuma del volume Klecksographien nel 1890. Questo interesse verso la forza evocativa delle immagini ottenute dalla kleksografia sicuramente era forte in Germania in quanto nel 1921 mentre Herta inoltrava a Torino la richiesta per brevettare la sua tecnica kleksografica in ambito artistico lo psicologo Hermann Rorschach pubblicava per la prima volta le celebri tavole del cosiddetto test di Rorschach. L'utilizzo della tecnica da lei brevettata permetteva, nelle parole della stessa artista, la nascita di una inesauribile quantità di nuovi e originali motivi, impossibile da creare con la sola fantasia, andando così ad affermare il valore dell'atto casuale. Nonostante l'utilizzo di forme arabescate e simmetrie proprie dei tappeti tradizionali batik riporti ancora agli stilemi propri dell'Art Nouveau le sue opere incorporano delle suggestioni proprie di dadaismo e surrealismo andando in alcuni casi anche ad anticipare l'espressionismo astratto del dopoguerra.
Nella produzione dei propri arazzi e tappeti Herta Ottolenghi Wedekind operava come una designer moderna, dando via a un sistema di produzione di tessuti dove lei, sulla scia di Rosa Menni, era affiancata da un ristretto insieme di collaboratrici che metteva in opera i progetti dell'artista. Di questo periodo, che durerà per tutti gli anni venti, si riesce anche a intravedere nelle parole della sua collaboratrice più stretta, Brunilde Sapori, la capacità di Herta di affascinare e coinvolgere le persone a lei vicineIn una lettera di Brunilde a Herta del 1927 si legge: «lavoro senza entusiasmo, poiché da quando non ho più fatto niente per lei, non ho più fatto niente di bello».
Passati gli anni venti Herta conclude il periodo più florido della sua produzione artistica dedicandosi invece alla gestione della costruzione di villa Ottolenghi Wedekind, definita dalla critica come una "acropoli delle arti", nella quale nonostante fosse solo una dei committenti, si impegnerà anima e corpo, collaborando in prima persona con gli artisti coinvolti portando le sue idee e producendo alcuni schizzi relativi sistemazione di elementi architettonici e artistici all'interno della costruzione. In questo periodo la produzione scultorea dell’artista si presta a essere inserita negli spazi della villa senza perdere qualità, suscitando anche l’apprezzamento di Arturo Martini, uno degli artisti coinvolti nella progettazione dell’edificio. Con lui intrattiene una fitta corrispondenza, in cui entrambi riconoscono nelle opere dell’altro una fonte di ispirazione. Di questo periodo si ha quello che può essere considerato il capolavoro di Herta in campo scultoreo ovvero la bagnante che ancora oggi è uno dei punti focali di villa Ottolenghi.
Annotazioni
Note
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