È nota per il procedimento giudiziario che la coinvolse nel 1973, passato alla cronaca come "caso Pierobon".
Biografia Nacque nel giugno del 1950 in una famiglia di agricoltori di San Martino di Lupari, in provincia di Padova.
Nel 1967, a 17 anni, rimase incinta di un compaesano di ventisette anni, che la lasciò dopo aver appreso della gravidanza. Sola e spaventata per come avrebbero potuto reagire i genitori, decise di interromperla. All’epoca l’aborto era illegale e l’accesso a pratiche meno rischiose era di fatto riservato alle donne benestanti; chi non disponeva di mezzi economici si rivolgeva a pratiche clandestine pericolose.
Nell’agosto 1967 si recò a Padova da una "praticona", sottoponendosi a un aborto clandestino che le provocò un’infezione. Per timore di conseguenze penali si curò inizialmente in casa ed in seguito si rivolse a un medico che non la denunciò. Negli anni successivi si sposò, ebbe una figlia e attraversò un periodo di grave crisi nervosa che comportò un ricovero.
Nel 1970 il suo nome emerse durante un’indagine su aborti clandestini. Interrogata, confessò di aver abortito tre anni prima. Il processo iniziò il 5 giugno 1973; a causa della vicenda giudiziaria perse il lavoro con cui manteneva sé stessa e la figlia.
Il processo Nel 1973, a 23 anni, fu processata dal tribunale di Padova per aborto clandestino. La difesa, affidata all’avvocata Bianca Guidetti Serra, cercò di trasformare il caso in una questione pubblica, evidenziando come la sua vicenda riguardasse migliaia di donne italiane.
Il processo si svolse in un clima teso, anche per il dibattito internazionale sull’aborto (tra cui il caso francese di Marie-Claire Chevalier e la sentenza statunitense Roe contro Wade). In Italia era ancora in vigore il Codice penale del 1930, che puniva l’aborto con la reclusione.
Il procedimento si concluse rapidamente, in tre giorni, senza ammissione di testimoni né revisione della perizia ginecologica effettuata a distanza di anni dai fatti. Di fatto, la confessione della stessa Pierobon rimase l’elemento centrale dell’accusa.
Il processo si concluse il 7 giugno 1973. La sentenza fu di “perdono giudiziale”, motivata anche dalla sua successiva condizione di moglie e madre. Secondo la storica Lorenza Perini, il caso mise in luce l’impreparazione della società dell’epoca nell’affrontare una realtà diffusa ma raramente riconosciuta pubblicamente.
Qualche mese prima, a Roma si era tenuto un incontro dedicato alla condizione femminile, al quale avevano partecipato anche la madre di Marie-Claire Chevalier e Simone de Beauvoir. Il dibattito degenerò in disordini, a testimonianza della forte tensione che circondava il tema dell’aborto in quegli anni.
Il caso mediatico Pierobon scelse di rendere pubblica la propria vicenda, trasformandola in una battaglia politica per la revisione della normativa sull’aborto. Il processo suscitò manifestazioni e prese di posizione in diverse città italiane. Slogan come "aborto libero e gratuito" e richiami al diritto di libera procreazione caratterizzarono la mobilitazione, considerata da alcuni studiosi una delle prime azioni organizzate del femminismo italiano.
Durante le proteste si verificarono anche tensioni e scontri con gruppi di estrema destra, evitati grazie all’intervento dei carabinieri.
Le conseguenze del processo Nel settembre 1973 nacque a Milano il CISA (centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto), coordinato da esponenti radicali come Adele Faccio ed Emma Bonino. L’organizzazione promosse iniziative di disobbedienza civile e assistenza alle donne, anche tramite viaggi all’estero verso Paesi dove l’interruzione di gravidanza era legale.
Nel 1975 la Corte costituzionale, con la sentenza n. 27, dichiarò non punibile l’aborto terapeutico, aprendo la strada al superamento dell’art. 546 del Codice Rocco.Art. 546, Aborto di donna consenziente, Codice Penale Italiano, Libro II, Titolo X, Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe, 1930. Il dibattito avviato anche dal caso Pierobon avrebbe condotto nel 1978 all’approvazione della legge che regolamentò l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia.
Note
Bibliografia Art. 546, Aborto di donna consenziente, Codice Penale Italiano, Libro II, Titolo X, Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe, 1930. Giulia Mariani, Legge 22 maggio 1978 n.194: il dibattito sull’interruzione volontaria della gravidanza, Perugia, Università degli Studi di Perugia, 2020. Lotta femminista, Il personale è politico, in "Quaderni di lotta femminista", Torino, Musolini editore, 1973. Lorenza Perini, Quando l’aborto era un crimine. La costruzione del discorso in Italia e negli Stati Uniti (1965- 1973), in "Storicamente", vol. 6, n.41, 2010. Lorenza Perini, Il corpo della cittadina. La costruzione del discorso pubblico sulla legge n. 194/1978 in Italia negli anni Settanta., Università di Bologna, 2011. Gigliola Pierobon, Il processo degli angeli. Storia di un aborto, Roma, Tattilo Editrice, 1974.
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