La virtù indiana è una composizione drammatica in tre atti di Giacomo Leopardi,[...] je ai entrepris d’ecrire une Tragedie [...], Lettera al padre Monaldo, Natale, 1811. Cfr. . scritta nel 1811, all'età di tredici anni, e donata al conte Monaldo come strenna natalizia. Il giovanissimo letterato, incoraggiato dalla produzione teatrale del padre,Monaldo Leopardi, Il Montezuma, 1799 (pubblicato in forma privata da Salomoni, Roma 1802); Il Convertito, 1800, inedito; Il Traditore, 1803, inedito. elabora un soggetto da un resoconto storico di Francesco Becattini,Il Becattini riassumeva così gli argomenti principali: « [...] l’impero del Mogol fondato dal gran Tamerlano sul principio del secolo XV, vasto, ricchissimo et situato sotto il più bel clima della terra, popolato da circa novanta milioni di abitanti, [...] verso il 1750 provò i disastri i più spaventevoli e divenne un teatro di orribili tragedie. Muhamed-Cha, che vi regnava da quasi trent’anni (pronipote dell’illustre Imperatore Aurang-Zeb, il quale sul terminare del decorso secolo avea non meno di Luigi XIV diffusa la sua fama fino agli estremi confini del mondo, e si era reso formidabile a tutte le nazioni) sottrattosi appena dal potere del predetto feroce conquistatore Koulikam, provò il dolore di vedere i suoi primi sudditi ribellarsigli contro, armarsi delle sue proprie beneficenze, divenire altrettanti Sovrani ne’ governi ad essi affidati, ed in fine morir par mano de’ suoi ministri, lasciando a suo figlio una Monarchia scossa fino dai fondamenti, un'autorità senza forza, e un dominio che si estende appena alle due capitali di Agra e Delhi, e senza altra rendita, ed esercito se non quello che contribuir gli vogliono i possessori dell’Imperial dominio. Tale è lo spettacolo che ci offre il Mogol o sia l'Indostan e che merita di esser conosciuto». Cfr. . mettendo in scena la storia dell'impero Moghul all'apice del suo splendore nel XVIII secolo. Produzione giovanile e scolastica, La virtù indiana è un lavoretto che rivela una vocazione artistica potente, dove sono già presenti costrutti, scelte stilistiche, attenzione per certi aggettivi e parole che, nella produzione successiva, definiranno l'espressione del pensiero leopardiano: non ancora la filosofia del recanatese, ma il tema di essa.« [...] si vedono qui, più che nel Pompeo in Egitto i costrutti, le predilezioni stilistiche, il sapore nuovo di certi aggettivi e termini che nel vocabolario di domani troveranno quella originalità di accezione tutta leopardiana; e si riscontra infine, se si sappia vedere, non già, come ho detto, la filosofia del Recanatese ma il tema di essa.»
Genesi dell'opera
La famiglia Leopardi e il teatro a Recanati
La famiglia Leopardi rappresentò un punto di riferimento per la formazione educativa della gioventù aristocratica recanatese, patrocinando e curando direttamente l'allestimento di spettacoli e di opere musicali nel teatro comunale di Recanati,Il teatro ligneo a palchetti era allestito all'interno di una sala del vecchio palazzo comunale, per concessione del consiglio municipale, e fu smantellato in seguito all'abbattimento del palazzo nel 1872, per far posto all'attuale piazza Giacomo Leopardi su cui affaccia il nuovo palazzo municipale. Il vecchio teatro, in degrado e pericolante, era in disuso già dal 1827. già attivo a partire dal 1719, e avendo fondato il locale collegio dei Gesuiti, istituzione famosa in tutto il mondo per il proprio sistema educativo, che vedeva nella drammaturgia e nella prassi teatrale gli strumenti necessari all'attività pedagogica e confessionale.I Padri della Compagnia, attraverso le rappresentazioni sulla scena, celebravano momenti di vita da imitare o da condannare sull'esempio di Cristo. Per i Gesuiti il teatro rappresentava un modello di formazione delle coscienze e delle classi egemoni. Le rappresentazioni vere e proprie a Recanati erano per lo più occasionali e legate al gruppo aristocratico proprietario del teatrino; erano sottoposte alle norme sul teatro emanate da Roma: su tutte, il divieto per le donne di comparire sul palcoscenico; un divieto rimasto in piedi fino all'età napoleonica e che influenzerà i lavori drammaturgici di Monaldo e poi di Giacomo. L'organizzazione, il finanziamento e i rischi di tali spettacoli ricadevano esclusivamente sui privati;Nella sua Autobiografia Monaldo ricorda uno spiacevole episodio capitato in occasione del suo matrimonio, poi saltato, con una nobildonna bolognese nel 1797, quando crea una società con altri nobili recanatesi per rappresentare «una buona opera in musica» nel teatro cittadino: a prove ultimate, un messo napoleonico proveniente da Ancona si portò via «tutta intiera la compagnia di musici e ballerini». Cfr. Monaldo Leopardi, Autobiografia, cap. XXXVII, p. 78. le compagnie erano per lo più locali e con titoli rappresentati di scarso peso.Anche Recanati però conoscerà il trionfo rossiniano a partire dal 1823, con le rappresentazioni de L'italiana in Algeri e La Cenerentola. Negli spettacoli pubblici la comunità recanatese era strettamente conservatrice: al dramma impegnato e agli autori mossi da responsabilità etiche, preferiva le opere musicaliL'influenza di queste preferenze musicali in Giacomo resta in alcuni abbozzi drammatici, dove sono appuntati passi in cui inserire brani lirici ecc. legate alla tradizione liricaIn questa cultura eminentemente lirica del paese marchigiano nasce e si forma in giovane età un altro famoso recanatese, Beniamino Gigli, uno dei più celebri cantanti d'opera del XX secolo. e il teatro comico basso. A partire dal 1819 cominciarono ad affermarsi le commedie di Monaldo: L'isola selvaggia, La parrucca e Una posta di campagna, tutte rappresentate dalla compagnia Parigi, gli procurarono l'epiteto di Goldoni recanatese.Da un manifesto stampato dopo la rappresentazione della commedia "La parrucca": «Al Goldoni recanatese Signor Conte Monaldo Leopardi di celebre figlio famoso padre il quale tra le molteplici sollecitudini del pubblico e privato governo studiando l'uomo con verità di caratteri e d’espressioni lo ha perfettamente ritratto in più toccanti plaudite sceniche produzioni il colto popolo di Recanati commosso rallegrato dall’ultima avente il titolo Una parrucca rappresentata nel teatro dei Signori Condomini da scelta comica compagnia nel carnevale dell’anno MDCCCXXII consacra con esultanza di cuore questo monumento perpetuo di parzialità e di compiacenza con raggiunta dei stimoli più forti e degl’auguri i più felici onde il prestantissimo autore s’innoltri nella difficile camera sua non meno che a gloria e fama della sua patria e dell’italiano suolo ‘delle scienze e dell’arti e culla e sede’». Cronologia delle commedie di Monaldo: L’assalto, ovvero li Francesi battuti (1800), I tre fratelli (1802), L'isola selvaggia (1802, ma rifatta nel 1819), Uno scherzo (1819), Una parrucca (1819), Una sporcheria (1819), Una posta di campagna (1822). Cfr. Camillo Antona Traversi, Monaldo Leopardi commediografo, Roma, Centenari, 1888. Nessuno di questi paterni successi sarà mai ricordato da Giacomo,L'unica eccezione è un veloce riferimento alla compagnia Parigi in una lettera del 6 gennaio 1823 a Carlo durante il soggiorno romano. Cfr. probabilmente per i difficili rapporti familiari dell'anno 1819, col tentativo di fuga clandestina mai realizzato; ma anche interessi letterari diversi, come si evince dalla piece Telesilla, abbozzato negli stessi anni, che muove in direzioni artistiche lontane dal padre. Più che da spettatore di commedie o rappresentazioni di compagnie locali, Giacomo subiva una preminente influenza teatrale dalla scuola domestica, modellata sull'esempio pedagogico gesuitico, con al centro la drammaturgia, e dalle opere impegnate del padre. Monaldo stesso infatti si cimentò nel genere drammatico con tre tragedie: Il Montezuma (1799), Il Convertito (1800), Il traditore (1803). Sono tre opere ispirate dall'alto concetto che la nobiltà aveva della forma poetica tragica, un genere di grande fortuna presso il teatro gesuitico.Rispetto alla drammaturgia coeva, Monaldo osserverà nello stile, nella forma e nell'intreccio delle sue tragedie, un approccio più conservatore: si osservi la presenza dei confidenti, personaggi eliminati, ad esempio, dall'Alfieri. Monaldo, coerentemente con l'alto concetto del ruolo civile del proprio rango, che affidava alla nobiltà il recupero e la conservazione del passato,«Portai la spada ogni giorno come i cavalieri antichi e fui probabilmente l’ultimo spadifero dell’Italia, finché nel 1798 sotto il Governo repubblicano questo costume nobile e dignitoso decadde affatto». Monaldo Leopardi, Autobiografia, cap. XXII, p. 36. parteciperà attivamente alla costruzione del nuovo teatro cittadino, che avrebbe sostituito quello vecchio collocato nel palazzo comunale.Nel 1823 Monaldo elaborò un programma per l’erezione del teatro, parlandone prima col cognato, Carlo Antici, e poi con la Congregazione dei Condomini, la nuova società finanziatrice dell'edificio, insieme al Municipio recanatese, finendo per affidarne la fase esecutiva dei lavori a Tommaso Brandoni di Recanati. Giacomo da Roma ne sapeva qualcosa per via del coinvolgimento dello zio, ma non riuscirà mai a vederlo attivo perché terminato dopo la sua morte. Il teatro fu inaugurato il 7 gennaio 1840 con Il furioso all'isola di San Domingo del Donizetti, e successivamente intitolato al musicista recanatese Giuseppe Persiani.
Il laboratorio pedagogico di casa Leopardi
Il carattere inalterabile di Monaldo e l'aristocratica convinzione nel metodo dei padri gesuiti riportarono nella famiglia Leopardi la figura del precettore. Don Emidio Sanchini,Sebastiano Sanchini nacque a Laureto, frazione di Mondaino, allora territorio dello Stato Pontificio, il 19 gennaio 1763. Ultimo di sette fratelli e sorelle, figlio di Pietro e Brigitta, agricoltori benestanti, si formò culturalmente nel Convento di Monte Formosino di Mondaino. Nominato sacerdote nel 1786, qualche anno più tardi preferì la strada di maestro-precettore in casa di famiglie altolocate. Nel 1800 si trasferì presso la famiglia dei Conti Cassi di Pesaro, congiunti dei Leopardi. Nel 1807, su consiglio del suo ex allievo, Francesco Cassi, il Conte Monaldo Leopardi chiamò Don Sanchini a Recanati perché facesse da maestro ai figli Giacomo, Carlo, Paolina e Luigi. La scuola domestica, personalmente seguita da Monaldo e modellata sull'esempio pedagogico gesuitico, favorì principalmente lo studio dei classici, rivelando la felice predisposizione agli studi dei giovani, in particolare di Giacomo che, tra i fratelli, emergeva per memoria e ingegno. Don Sanchini terminò l'insegnamento in casa Leopardi il 20 luglio 1812 e fu ricordato con affetto dal poeta in due scritti: una poesia giovanile scoperta in anni recenti e alcune parole di cordoglio, vergate in occasione della morte del maestro, avvenuta il 23 luglio 1835, sul frontespizio del libro Poesia e prose in morte di Amaritte di G. L. Pellegrini:Donato alla libreria Leopardi per lo chiarissimo e dottissimo uomo il Signor Don Sebastiano Sanchini