La pagina illustra le maggiori feste e tradizioni popolari sacre celebrate in Abruzzo, nel calendario liturgico di tutto l'anno, partendo da fine dicembre, dal periodo del Natale, fino alle ricorrenze dell'8 dicembre, all'Immacolata Concezione, e alle celebrazioni di San Nicola di Bari.

Diversi sono stati i folkloristi e i demologi abruzzesi e non che si sono occupati dai catalogare, raccogliere e commentare le tradizioni dell'Abruzzo, partendo da Antonio De Nino, Gennaro Finamore, Vincenzo Balzano, Giovanni Pansa, poi Alfonso Maria Di Nola, Giuseppe Profeta, Francesco Verlengia, Emiliano Giancristofaro e Maria Concetta Nicolai.

Feste di Natale Presepe abruzzese

Caratteristica dell'Abruzzo nel Natale è la rievocazione sacra del Presepe vivente voluto da San Francesco d'Assisi. Si ritiene che in Penne nel 1216, all'arrivo di Francesco, fosse stato celebrato in Abruzzo per la prima volta il rito del presepe vivente.Cfr. Mirella Pontuti, "Il Presepe in terra d’Abruzzo", in Colonnella frammenti (a. 6, n. 4, dicembre 1999, p. 31). Si veda anche Candido Greco, "Rievocazione del presepe di Greccio" (Copione, Penne, Tipografia Cantagallo, 1998)

Oggigiorno sono varie le rievocazioni celebrate nei diversi comuni. Le più celebri sono quelle di Rivisondoli, che si tiene il giorno dell'Epifania, Pereto, Atessa, Civitella Alfedena, Bussi sul Tirino e Sant'Eusanio del Sangro. Durante quest'ultima le contrade del borgo, dopo aver allestito nelle vie del centro la città di Betlemme, si riuniscono in una vallata ad ovest del paese e accendono lentamente dei fuochi in modo da formare una lenta processione dall'altura di colle Fontepaduli, mentre un'altra colonna di fuochi in processione giunge dal colle opposto verso Castel Frentano, fino ad arrivare a illuminare la caverna ricostruita con la Sacra Famiglia, sul piano sotto il colle di Sant'Eusanio.

Serenata di Capodanno di Pettorano sul Gizio (31 dicembre)

Si tratta di una ricorrenza in voga dalla fine dell'800, ma che ebbe il suo apogeo negli anni '50, e deriva dalla pratica di cantare stornelli, nota tra Abruzzo e Molise come "maitunata". Come il presepe vivente di Rivisondoli, l'augurio del buon anno a Pettorano si sviluppò dopo la seconda guerra mondiale, come sentimento genuino popolare nello sperare in annate più serene, sicché in occasione del 31 dicembre di notte si formavano gruppi di suonatori improvvisati che percorrevano le vie del paese, augurando ai capifamiglia "bon Cap'ranne!" (cioè "Buon Capodanno"), per poi ripassare per una ricompensa, che spesso consisteva in vivande.

Pettorano ha la particolarità, nella celebrazione di queste bande di suonatori, di aver fatto propria questa festicciola in merito a una leggenda. Infatti la leggenda vuole che a mezzanotte del 31 le acque del fiume Gizio che sono raccolte nella tipica conca di rame abruzzese, diventano oro puro.cfr. De Nino", "Usi e costumi abruzzesi", IV "Sacre leggende" Un'altra versione vuole che lo stesso giorno la patrona di Pettorano Santa Margherita si trasformi in una fanciulla che si arrampica sulla roccia di montagna sino a raggiungere la grotta di Valle Frevana, filando il fuso d'oro che arrivava fino al Gizio e rendendo ricchi i paesani.

Agli inizi del '900 il buon augurio di Capodanno era cantato dalle donne pettoranesi usando il buco di serratura delle porte , in modo questuante. Nel 1925 divenne un vero e proprio concertino, fino ad arrivare al gruppo di cantori questuanti, ricordati anche nella poesia dialettale di Vittorio Monaco "L'utema notte de Capodanne", ma anche in alcune prose riguardanti gli usi e costumi del paese.

Questa celebrazione è ricordata anche in alcuni versi del poeta pettoranese Vittorio Monaco (1941-2009).

Serenata delle Calzette di Scanno (5 gennaio)

Simile alla tradizione pettoranese, in dialetto è detta "delle Chezètte". Anche questa tradizione, come ricorda Guido Morelli nel commento a Romualdo Parente, il primo poeta dialettale abruzzese moderno, affonda le origini nella costumanza di Scanno di accompagnare con canti e serenate i momenti più importanti della vita pubblica, civile e religiosa. Maria Concetta Nicolai citando il poeta Marco NotarmuziM.C. Nicolai, "150 feste dell'Abruzzo", voce "La serenata delle Calzette" ricorda che a Scanno c'erano 5 serenate, quella di Sant'Eustachio, santo molto venerato in paese, quella dei Fiori, la "spartenza" quando gli uomini partivano in viaggio per il tratturo, la serenata delle Chezette e la serenata Penesella che si cantava sotto la finestra dei futuri sposi, come ricorda anche Parente nel poemetto "Zu matremuonie azz'uso" (1780).

La comitiva di giovani canta il ritornello tipico "Addumane è la Pasquetta / t'appenneme la chezetta! / Nen ce mette cherrevòne, / ma soltante cose bbone!", ossia chiedono elargizioni di cibo e qualche bicchiere di vino.

Presepe vivente di Rivisondoli (5 gennaio)

Il presepe è divenuto negli anni uno dei più famosi dell'Abruzzo, per la cura con cui è allestito. Nacque da un fatto tragico, fu allestito per la prima volta il 6 gennaio 1944, dopo che Rivisondoli e la vicina Roccaraso erano state pesantemente colpite dalla guerra, soprattutto quest'ultima, che si trovava lungo la linea Gustav, quando fu minata dai tedeschi e fatta saltare in aria casa per casa, sicché molti roccolani si erano rifugiati a Rivisondoli, in un clima di totale smarrimento e miseria. Ufficialmente l'edizione del presepe di Rivisondoli si svolge dal 1952, prima del periodo natalizio viene scelta a sorteggio tra le paesane la Madonna, poi il Bambino, un neonato vero. Come in altri paesi dell'Abruzzo, nella piana sotto il paese si allestisce la grotta con i personaggi in costume e i figuranti, ricreando il contesto di una Betlemme nel I secolo d.C.

Festa del Santo Bambino di Lama dei Peligni

La leggenda del Bambino di Lama dei Peligni, conservato nella chiesa dei Santi Nicola e Clemente a Lama dei Peligni in piazza Umberto I, è stata raccolta dallo studioso locale Francesco Verlengia, secondo bibliotecario della Biblioteca provinciale di Chieti, nel volumetto "Il Santo Bambino di Lama", pubblicato a Lanciano nel 1957.

Particolarmente venerata, nella chiesa, è la reliquia del Bambino Gesù, una testina in cera fatta fabbricare a Gerusalemme. Nel 1760 il francescano Pietro Silvestri tornato dalla Palestina, portò a Lama una statuetta in cera rappresentante Gesù Bambino con le braccia avvolte attorno al corpicino, le labbra chiuse, gli occhi neri aperti. Questo secondo gli atti della diocesi di Chieti, una sfumatura locale della leggenda vuole che fosse stata realizzata solo la testa del Bambino, da avvolgere in fasce, data la povertà di denaro del francescano. L'effigie è firmata dal Frate Giovanni Lorenzo da Limano, missionario apostolico e parroco del Vecchio Cairo in Egitto, l'immagine è conservata in un'urna d'argento rivestita di cristalli, avvolta in un tessuto di seta rossa, che fu realizzata nel 1845 da un locale.

Precedentemente la reliquia si trovava in un'urna di legno intarsiato e dorato, del 1778, realizzata da un maestro ebanista di Sulmona; nel 1894 con i contributi degli emigrati in America, fu realizzata una colomba d'argento posta sopra l'urna, nel 1906 l'altare marmoreo fu completato. Nel 1013 è stata realizzata una chiave d'argento, a simbolo della comunità lamese che intende rimettersi alla protezione di Gesù Bambino.

La Sacra Effigie del Bambino, sin dal momento in cui arrivò a Lama dalla Palestina, acquistò la fama di poteri taumaturgici, di guarigioni miracolose da mali, veniva portata in processione durante il Natale. Sempre sfumature locali della leggenda vogliono che la testina di cera scampò a naufragio durante le tempeste per il viaggio via mare, che appena arrivata in paese, le campane delle chiese iniziassero a suonare da sole, che le beste, i buoi, gli asini, si inginocchiassero davanti al suo passaggio. Testimonianze sono date anche da opere x voto dei paesani lamesi, o da testimonianze raccolte, di guarigioni miracolose improvvise, di salvataggi di bambini caduti nei pozzi e rimasti incolumi, e via dicendo. Alcune di queste opere ex voto furono trafugate dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, e sempre voci riportano che questi colpevoli ebbero una vita misera dopo la guerra, e morirono di atroci mali.

Nel 1826 fu realizzata una piccola edicola laterale l'altare maggiore, ancora esistente oggi, per raccogliere le offerte x voto, nel 1799 un altro miracolo si verificò: alla notizia dell'arrivo dei francesi di Napoleone, per salvare la reliquia, si realizzarono altre casse per trasportare al sicuro la testa del Bambino, ma queste si rivelarono inadatte, troppo grandi o piccole, benché fossero state prese le misure giuste, sicché la cosa fu interpretata come la ferma volontà del Bambino di rimanere in loco, proteggendo la città dell'attacco francese. Nel 1854 ci fu una grave epidemia di colera, e si organizzarono delle messe in onore del Bambino, sicché nei paesi attorno, come Taranta, Letto, Palena, Civitella, i morti furono molti, a Lama solo qualcuno. Una nuova epidemia, la spagnola, colpì Lama nel 1915-18, mietendo delle vittime, la testa del Bambino fu portata in processione, ed esposta fuori dalla chiesa, contenendo il numero delle vittime, rispetto agli altri paesi attorno. Nel settembre 1943 i tedeschi irruppero a Lama durante la processione, interrompendola e ordinando il coprifuoco. La testa del Bambino fu nascosta in un casolare per evitare danneggiamenti o che fosse trafugata, sicché si salvò dall'effettiva distruzione di Lama per via della tattica della "terra bruciata" dei nazisti.

Nel 2010 in occasione del 250simo anniversario si sono celebrati solenni festeggiamenti, e migliorata la rievocazione storica dell'Adventus, in voga già dal 1993, ossia la rievocazione dell'arrivo a Lama della testa del Bambino.

Il 6 gennaio giorno dell'Epifania, a Lama, all'ora dei Vespri, i devoti si recano in chiesa, specialmente i bambini, per baciare l'icona sacra del Santo Bambino, per salutarlo in occasione della fine del periodo natalizio, mentre per il paese girano gruppi di bande che intonano stornelli di buon augurio.D. Lupinetti, "Secondo centenario del Santo Bambino di Lama", L'Aquila 1960

Feste di gennaio: Sant'Antonio abate

La venerazione per Sant'Antonio abate in Abruzzo è molto antica, molti centri tra cui Fara Filiorum Petri, Scerni, Scanno, Atessa, Ateleta e Chieti sono devoti al santo sin dal XII secolo, secolo da cui si attesta la presenza di chiese a lui dedicate. Essendo il santo patrono dei poveri e dei contadini, immediatamente costoro si sono riconosciuti in lui, il santo viene rappresentato con gli attribuiti degli animali che lo seguono, tra cui il porco, animale sacro per i contadini, simbolo di ricchezza e prosperità, che uccidono in gennaio in onore del santo.

Altro elemento legato al santo è il fuoco sacro della purificazione, in ricordo delle tentazioni diaboliche di Sant'Antonio. Alcuni hanno voluto vedere in ciò un sincretismo con le tradizioni pagane del fuoco sacro e della venerazione del Sole, come anche nel caso della Ndocciata di Agnone nel Molise, che si celebra in occasione del Natale, il giorno dell'Immacolata Concezione, intravvedendoci una rielaborazione delle feste sannitiche Saturnalia.

In ogni caso anche forse la leggenda del Santo che il 16 gennaio 1799 sbarrò la strada ai francesi napoleonici alle porte di Fara Filiorum Petri (CH) per impedirne il saccheggio, sarebbe da ricollegare a un rito ancestrale primitivo dell'accensione del fuoco e dei fascioni delle farchie che sono portate in onore del santo, molti simili alle farchie della Ndocciata agnonese.

Prodotti tipici delle feste di Sant'Antonio sono dei dolci di tradizione popolare, come dei pani benedetti, nella festa di Fara, oppure i cosiddetti "cillìtt di Sant'Antonie" (uccellini di Sant'Antonio), che si preparano un po' in tutti i paesi abruzzesi devoti al santo.