La festa della traslazione delle reliquie di San Biagio si svolge a Maratea dal sabato precedente alla prima domenica fino alla seconda domenica del mese di maggio di ogni anno. Commemora l'anniversario della traslazione delle reliquie di Biagio di Sebaste nella cittadina lucana e non il martirio del santo, che si commemora il 3 febbraio anche a Maratea.

Il protocollo della festa moderna fu formulato nel 1695 ed è stato conservato fino ad oggi con alcune modifiche successive.

Negli otto giorni di celebrazioni il simulacro del santo, conservato nella basilica di Maratea, viene portato in processione per quattro volte: la prima, detta «San Biagio va per la terra», si svolge nella città vecchia, detta Castello; la terza, «San Biagio per le vie della città», si volge nell'attuale centro storico; mentre la seconda e la quarta consistono nel trasporto della statua del santo, dal 1781 in forma privata e non solenne, da un nucleo all'altro di Maratea, lungo un sentiero che si snoda sulle pendici del monte San Biagio.

La traslazione delle reliquie del santo La tradizione locale Il vescovo Biagio di Sebaste fu martirizzato il 3 febbraio 316 nella propria città natale, all'epoca in Armenia, oggi chiamata Sivas e posta nei confini della Turchia. Immediatamente dopo il martirio, il corpo del santo fu trafugato dai fedeli locali e sepolto, nottetempo, nei pressi delle mura della città. Ottenuta poi, anche nell'Impero Romano d'Oriente, la libertà di culto, i cristiani sebasteni trasportarono i resti mortali in un nuovo sito, dove sorse anche una chiesa dedicata al santo.

Successivamente, ma in epoca imprecisata, il corpo di San Biagio fu nuovamente riesumato e diviso - secondo prassi piuttosto diffusa con le sacre reliquie - per essere trasportato in diversi luoghi dell'Europa occidentale. La testa del santo, ad esempio, è tradizione sia così giunta a Ragusa, in Croazia.

I resti del torace, invece, secondo una tradizione circolante in Maratea almeno dagli ultimi anni del XVII secolo, sarebbero arrivati nella cittadina lucana via mare, su di una nave che doveva trasportarli a Roma.

Più tardi, sempre nel XVIII secolo, l'evento leggendario venne più precisamente collocato nelle vicinanze dell'isola di Santo Janni e costa prospiciente.

Il problema della data

Le più vecchie versioni della leggenda locale non associano l'evento a una particolare data. Lungo il XIX secolo si cominciò ad associare la ricorrenza di maggio al periodo in cui poté avvenire la traslazione, anche se gli agiografi marateoti non esclusero si potesse trattare semplicemente di una preferenza, per la data della festa, dovuta alla bontà climatica del mese..

Identica situazione per l'epoca. Nelle prime versioni si parla genericamente del VII secolo o VIII secolo. Poi, il sacerdote napoletano Carmine Iannini (1774-1835), rettore del santuario di Maratea, produsse un manoscritto in cui, con una lunga e articolata disamina storica, ipotizzò che la traslazione potesse essere avvenuta nel 732, anno in cui la storiografia sacra della sua epoca associava l'acquisizione di varie reliquie lungo il Regno di Napoli. Questa tesi ebbe tale successo in Maratea da diventare tradizionale, tanto che nel 1932 e nel 1982 furono festeggiati il milleduecentesimo e milleduecentocinquatesimo anniversario della traslazione.

Le prove materiali Il più antico tentativo di verificare se la cassa ospitata nel santuario di Maratea conservasse realmente le reliquie del santo di Sebaste risale alla fine del XVI secolo. La prova fallì perché il vescovo della diocesi di Cassano, che provò ad aprire il reliquiario con un martello, andando a compiere l'operazione in maniera molto imprudente, rischiò di cavarsi un occhio con una scheggia di marmo.

Il 3 maggio 1941, decisa la ricognizione ufficiale da parte di Domenico Damiano (1891-1969), parroco del santuario, e da Federico Pezzullo, vescovo di Policastro Bussentino, alla cui diocesi Maratea era passata nel 1898, si aprì finalmente la cassa delle reliquie. In questa occasione si accertò che l'urna conserva le ossa del torace, un frammento del cranio, un femore e un osso del braccio.

Le reliquie nella cassa rimasero esposte, attraverso una lastra di cristallo, dal 4 settembre 1941 al 16 novembre 1951, giorno in cui si decise di apporre nuovamente il coperchio di marmo per timore che la luce potesse danneggiarle.

Storia della festa La festa antica

Il culto del santo armeno a Maratea è testimoniato sin dal tardo medioevo: nel 1489, durante una visita nelle province del regno, il duca di Calabria e futuro sovrano Alfonso II di Napoli fu condotto a Maratea in adorazione delle reliquie del santo, conservate nel piccolo santuario al Castello. La venerazione delle reliquie a Maratea venne citata anche dal vescovo di Cassano allo Ionio, alla cui diocesi apparteneva Maratea, in una platea del 1510.

Già in quest'epoca esisteva una festa in onore del santo durante la prima domenica di maggio e nel sabato precedente. L'origine di questa celebrazione non è nota.. È però piuttosto probabile che ad essa fosse già collegata una fiera e che la forma di celebrativa predominante fosse il pellegrinaggio collettivo verso il santuario.

Nel 1562 il culto del santo era cresciuto al punto da attirare l'attenzione di papa Pio IV, che concesse l'indulgenza plenaria a coloro che si recavano in adorazione del santo a Maratea.. Nella bolla firmata dal pontefice apparve anche un riferimento al fenomeno della Santa Manna. Per via di questa disposizione, l'antica celebrazione di maggio divenne popolarmente nota con il nome di festa plenaria. Ulteriori indulgenze furono concesse, nel 1610, da Paolo V.

Intorno al 1618 la cappella nel santuario dedicata alla custodia delle reliquie fu abbellita con decorazioni baroccheggianti. Il sacello, poi, fu posto sotto tutela della curia dal re Filippo IV d’Asburgo con disposizione del 23 dicembre 1629. Da allora, è detto popolarmente Regia Cappella.

La processione del cero Il 21 maggio 1676 la popolazione di Maratea fu assalita da una banda di centosessanta briganti. Dopo diverse ore di battaglia nelle vie della cittadina, i malfattori furono sopraffatti senza particolare perdite materiali e umane, eccezion fatta per l'assassinio di un patrizio locale, il signor Diego Mari, e il rapimento di quattro cittadini. Successivamente, questi ultimi ritornarono in paese, incolumi, attribuendo la loro salvezza a una apparizione del santo patrono:

I fedeli del paese, quindi, stabilirono di commemorare l'anniversario dell'evento con la processione di un cero, da tenersi, appunto, il 21 maggio di ogni anno, in segno di ringraziamento e devozione a San Biagio. Esistono tracce documentali della sopravvivenza di questa celebrazione fino agli ultimi decenni del XVII secolo, in seguito, anche a causa del successo della nuova festa, la tradizione si esaurì.

La festa moderna Qualche mese dopo il catastrofico terremoto dell'8 settembre 1694, che mieté migliaia di vittime nelle vicine province ma lasciò Maratea sostanzialmente illesa, i fedeli e il clero della cittadina lucana concepirono l'idea di una nuova e più grande celebrazione in onore del santo patrono. Il sisma seicentesco fu visto come l'ultimo dei traumatici eventi che avevano turbato il Regno di Napoli in quello e nei secoli precedenti e da cui Maratea era stata miracolosamente preservata.

Riconoscendo nella intercessione celeste del santo Biagio la ragione di queste grazie, il pubblico parlamento di Maratea inferiore (cioè l'organo deliberativo di una delle due municipalità della cittadina) convocato dal sindaco Federico Riccio il 10 aprile 1695, stabilì di modificare la dinamica della festa, ampliandola con un nuovo momento:

Fu inviata formale richiesta all'autorità diocesana, in cui gli amministratori spiegavano, più dettagliatamente, che Il benestare del vescovo di Cassano allo Ionio arrivò dopo pochi giorni.

L'atto deliberativo, insieme al carteggio con l'autorità diocesana, fu registrato il successivo 3 maggio in un lungo rogito a cura del notaio Giovan Pietro Lombardi (1659-1737), scritto, secondo la consuetudine del tempo, parte in latino e parte in italiano. L'atto originale è perduto, ma il contenuto si è perpetrato integralmente anche perché, nel 1779, un fedele di Maratea lo diede alle stampe in forma di opuscolo.

È possibile leggere due sottotesti socio-simbolici in questa riformulazione della festa. Il primo, più ovvio, è la sostanziale trasformazione della ricorrenza da pellegrinaggio penitenziale a processione celebrativa. Il secondo, più sottile, è l'interpretazione per cui la discesa dell'immagine del santo nella Maratea inferiore, dove si era ormai stabilita pressoché tutta la nobiltà della cittadina, fosse una ostentazione del patriziato locale, che, seppure per pochi giorni, portava a sé il simulacro del santo.

La formazione della statua Non è nota l'epoca in cui venne scolpito il primo simulacro del santo patrono. È noto che in principio fosse di legno, disegnato con «la testa e le mani, a color di carne: il busto a mettà: vestito di Camice color bianco, e piviale color rosso; e la mitra in testa di varj colori»; successivamente, la testa e le mani vennero cesellate in argento e la mitria in oro.

Nel 1699 il domenicano Luigi Pascale di Napoli, giunto a Maratea come predicatore quaresimale, lanciò l'idea di abbellire la statua cesellando almeno la testa in argento. L'opera fu commissionata all'artista Giacom'Antonio Parascandolo di Napoli e consegnata nei primi mesi del 1700.

Poi, nel 1706, il simulacro raggiunse l'aspetto definitivo, venendo cesellato interamente in argento dall'artista napoletano Domenico De Blasio.

Cento anni dopo, visse diverse peripezie. Nel 1806, per gli eventi connessi con l'assedio francese di Maratea, il simulacro fu requisito dai fedeli borbonici del paese e portato, per evitare fosse trafugato dai soldati napoleonici - notoriamente avidi di opere d'arte italiane -, sull'isola di Santo Janni prima e sull'isola di Dino poi. Ma la notte del 27 ottobre una tempesta affondò la nave che lo custodiva e finì per cadere in mare. La statua fu ripescata da un ragazzo di Maratea, mancante di alcuni pezzi, sul momento sostituiti con toppe di rame e, nel 1813, ripristinati in argento.

La notte del 28 ottobre 1976 la statua fu sottratta definitivamente al santuario da ignoti ladri. Con una sottoscrizione che arrivò a coprire pressoché l'intera popolazione di Maratea, un nuovo simulacro, esatta copia di quello settecentesco, venne cessellato, sempre in argento, dall'artista veneziano Romano Vio nel 1979.

Il panno rosso

Le disposizioni del 1695 non tennero conto di una problematica legata al diritto canonico.

Nel XVII secolo, così come per tutto il secolo successivo, Maratea fu amministrata da due municipalità, in quel tempo dette, nel linguaggio curiale, Maratea superiore e Maratea inferiore, e, popolarmente, Castello e Borgo. Allo stesso tempo, i due nuclei abitati costituivano due distinte parrocchie: una con titolare il santuario di San Biagio e l'altra con la chiesa di Santa Maria Maggiore.

Negli atti che ampliarono la festa, anche perché emanati in sede civile, non si indugiò a regolare come i parroci e clero avrebbero potuto esercitare le proprie funzioni ed esigere i propri diritti quando sconfinavano, nelle processioni di discesa al Borgo o risalita al Castello del simulacro del santo, uno nella parrocchia dell'altro. Peraltro, fino a quel tempo, tra le parrocchie di Maratea non erano mai stati stabiliti i precisi confini di influenza, il che era motivo di frizioni giurisdizionali.