La guerra di Otranto (o sacco di Otranto o battaglia d'Otranto) è stata un'operazione militare che ha comportato l'assedio, la conquista, il saccheggio e la successiva guerra di liberazione della città di Otranto fra il luglio del 1480 e il settembre del 1481, quando un grosso contingente ottomano attaccò la città salentina, allora appartenente al Regno di Napoli, sotto il dominio del re Ferdinando I di Napoli (chiamato anche Ferrante d'Aragona). Lo sbarco avvenne su una spiaggia a nord di Otranto che prese il nome proprio da questo avvenimento e ancora oggi si chiama baia dei Turchi.
Contesto storico Le mire ottomane sull'Italia e il disegno dei turchi di ricostituire sotto il proprio dominio l'Impero Romano d'Oriente nella sua interezza erano ben noti alle diplomazie del tempo. Lo stesso sultano Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli, si definiva Qaysar i Rum, ovvero Cesare dei Romani, reclamando il titolo ed anche gli antichi territori dell'antico impero. Di conseguenza il suo progetto personale era quello di riconquistare i territori del sud Italia che un tempo appartenevano agli imperatori bizantini e dei quali si riteneva l'erede di diritto, quindi di proseguire fino alla conquista di Roma, così da eliminare per sempre l’ingombrante figura papale, la sua influenza e le continue istigazioni alla guerra verso gli infedeli ottomani, quindi passare alla storia come il conquistatore del cuore della cristianità.
Le ragioni più pratiche e strategiche della scelta di attaccare il Salento furono però dovute ad altre evenienze. In primo luogo la consapevolezza della obsolescenza delle infrastrutture difensive di Terra d'Otranto che risalivano nel migliore dei casi al periodo federiciano e soprattutto le brame di indipendenza della regione salentina dal dominio napoletano.
Negli anni fra il 1440 e il 1460 infatti, il Principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo aveva trasformato la Terra d’Otranto in un vero e proprio “Stato nello Stato”, con capitale a Lecce, dove il castello era stato trasformato in una vera e sfarzosa reggia che rivaleggiava con quella aragonese di Napoli. Vennero creati nel territorio una serie di meccanismi ed organismi amministrativi tipici di uno stato autonomo compresa una zecca. L'economia della regione venne trasformata potenziando a dismisura la produzione olearia a danno di quella cerealicola, scelta azzeccata che rese il Principe ricchissimo. Il tentativo di emancipazione da Napoli del Principe Orsini comportò un avvicinamento alle corte di Costantinopoli (ancora gli ottomani erano di là da venire) e uno spostamento politico verso l'Oriente, cosciente anche delle antiche e profonde vocazioni e tradizioni orientali del territorio e i forti e storici legami con Costantinopoli.
Maometto II, dopo qualche decennio, non esitò a sfruttare questi, seppur deboli, motivi per accampare un diritto di conquista di un territorio ritenuto suo per tradizione storica e farne una testa di ponte per la conquista dell'Italia.
Antefatto A circa un trentennio dalla presa di Costantinopoli (1453), Maometto II disponeva di una flotta di prim'ordine e di un esercito fra i più potenti e tecnologicamente meglio attrezzati dell'epoca con artiglierie ritenute le migliori e più efficienti del periodo storico. L'Impero Ottomano era assolutamente in grado di attaccare l'Europa con buone possibilità di successo.
La spinta espansionistica ottomana comprese innanzitutto il controllo del Mediterraneo orientale e pose tra i suoi obiettivi l'isola di Rodi, amministrata dai Cavalieri Ospitalieri da oltre un secolo, che costituiva una spina nel fianco ai domini del sultano nell'Egeo.
Nel maggio del 1480, la flotta turca fece rotta su Rodi, il re Ferrante di Napoli inviò due navi ed armati in soccorso ai cavalieri gerosolimitani. Ordinò che le due galee battessero bandiera veneziana, affinché potessero raggiungere indisturbate l'isola. Tuttavia, la Repubblica di Venezia non soltanto s'accorse dello stratagemma ma, temendo ritorsioni da parte degli ottomani, si affrettò ad inviare a Costantinopoli una delegazione speciale affinché spiegasse al sultano l'inganno di Ferrante e ribadisse la neutralità di Venezia nel conflitto contro gli Ospitalieri..
Una seconda flotta fu approntata a Valona con la chiara intenzione di attaccare il regno di Napoli, il pretesto per l'attacco fu trovato in presunti diritti turchi sull'eredità dei principi di Taranto. Indipendentemente dalla manifesta volontà di realizzare il sogno di conquistare Roma, Maometto II intendeva anche vendicarsi contro il Re di Napoli per l'aiuto da questi fornito ai Cavalieri di Rodi.
La crisi italiana di quegli anni favoriva d'altronde i turchi. Gli Stati italiani, impegnati già da anni nella cosiddetta Guerra dei Pazzi che vedeva impegnati contemporaneamente il Regno di Napoli, il Papato, la signoria medicea di Firenze, il Ducato di Milano e la città di Siena, non sarebbero stati in grado di approntare un esercito da contrapporre ai turchi in breve tempo.
Venezia d'altro canto, che aveva appena concluso una pace con l'Impero Ottomano uscendo esausta da un sanguinoso conflitto durato ben 16 anni, la prima Guerra turco-veneziana, non intendeva in alcun modo contrastare gli Ottomani e proclamò la propria assoluta neutralità. Per altri versi la Serenissima aveva mire espansionistiche verso le coste ed i porti pugliesi e un attacco al Regno meridionale poteva anche essergli congruo rispetto a detti piani. Piani che puntualmente mise in atto qualche anno dopo con l'attacco a Gallipoli del 1484 nel contesto della Guerra di Ferrara (1482-1484).
In questo caotico scenario venne concepito il piano turco di attaccare l'Italia meridionale invadendo il Salento.
L'arrivo dell'armata turca La flotta turca attraversò il canale d'Otranto fra il 26 e il 27 luglio e la mattina del 28 luglio 1480 era davanti a Otranto.
Otranto era una città fiorente, una delle porte commerciali d'Italia verso l'Oriente ma assai mal fortificata e non adeguata a sostenere un attacco della portata che si configurava con l'attacco di una flotta che nel racconto dei cronisti contava fra le 150 e le 200 navi fra le quali con relativa certezza si ha notizia di 90 galee, 40 galeotte e altre 20 navi appoggio. Il sistema difensivo otrantino era obsoleto, basato sulle mura bizantine della città, risalenti al X secolo, e sul castello di età federiciana costruito a picco sul mare ma vecchio di oltre due secoli e inadatto a sostenere un assedio massiccio e con armi moderne.
Le stime riguardo al numero di navi e del relativo numero di armati varia molto negli scritti dei cronisti ma è ragionevole calcolare fra i 18.000 e i 25.000 uomini l'entità originaria dell'esercito ottomano con l'appoggio di 500 cavalieri, numeri sui quali la maggior parte delle fonti sembrano convergere.
L'armata era comandata da Gedik Ahmet Pascià, un esperto comandante di origine albanese e già 'Sanjak-bey', ovvero governatore, del Sangiaccato di Avlona.
L'invasione ebbe inizio lo stesso 28 luglio, presso i laghi Alimini, i turchi sbarcarono nella zona oggi chiamata baia dei Turchi inutilmente contrastati dalla guarnigione otrantina che riuscì ad impegnare in scaramucce e scontri i primi contingenti di soldati sbarcati ma che furono in poco tempo sopraffatti dalle ondate successive. Le cronache parlano di un'immediata richiesta di resa della città inoltrata agli otrantini con un ambasciatore e da essi rifiutata e di un secondo ambasciatore latore di un ultimatum che fu ucciso ancora prima di potersi avvicinare alle mura della città.
L'assedio Il 29 luglio Ahmet Pascià comincia l'assedio. La guarnigione e tutti gli abitanti abbandonarono il borgo e si trincerarono nella cittadella fortificata mentre alcuni messaggeri venivano inviati a Lecce e a Napoli con la richiesta di aiuto immediato e di rinforzi. La guarnigione locale era forte di un numero di armati stimati in qualche centinaio uomini comandati dal capitano Francesco Zurolo e sui circa 3.000 uomini, praticamente tutti gli abitanti maschi adulti della città, armati alla meno peggio con poche e antiquate armi. La città non era dotata di artiglieria pesante ma solo di cannoncini di piccolo calibro e corta gittata.
L'artiglieria pesante ottomana invece era ragguardevole per quantità e qualità e soprattutto per la grandezza dei calibri di 7 bombarde “di dimensioni incredibilmente grandi”, scrissero i cronisti, ed eccezionali per l'epoca, che permisero ai turchi di bombardare la cittadella restando a debita distanza di sicurezza. Ai bombardamenti seguivano ondate di assalti nel tentativo di scalare le mura o di penetrare in qualche breccia procurata dai cannoni. L'assedio durò 15 giorni dove sia la guarnigione che la popolazione subirono pesanti perdite infliggendo di converso altrettante perdite ai turchi durante gli assalti alle mura ed aspettando rinforzi che però erano destinati a non arrivare in tempo.
La caduta della città Il 9, il 10 e l’11 agosto gli ottomani sferrarono tre potenti assalti alla città. I primi due fallirono ma il terzo ebbe successo portando lo scontro all’interno della città. L'11 agosto infatti i turchi entrarono nella cittadella fortificata attraverso una breccia che le artiglierie avevano procurato nel settore detto della "Porticella", il più piccolo ingresso a Otranto posto sul lato nord-est delle mura. A poco valse l'estrema difesa delle ultime truppe della guarnigione rimaste e guidate da Francesco Zurolo che morì sulla breccia insieme al figlio e da Giovanni Antonio Delli Falconi, nonché della milizia cittadina. In poche ore di combattimenti strada per strada i turchi ebbero la meglio mentre gli ultimi combattenti otrantini sopravvissuti si trincerarono prima nella piazza antistante la cattedrale per un'ultima difesa e poi nella cattedrale stessa che fu espugnata in poco tempo. I turchi trucidarono i religiosi presenti compreso il vescovo Pendinelli (o Agricoli secondo altre fonti) che fu impalato e poi decapitato e uccisero o trassero prigionieri tutti i sopravvissuti, in gran parte vecchi, donne e bambini.
Il saccheggio di Otranto Nelle cronache dell'epoca i racconti della strage che operarono i turchi ai danni della popolazione otrantina ebbero eco in tutta Italia rimbalzando anche verso le corti europee.
Tutti i maschi maggiori di quattordici anni furono uccisi, tutti i più giovani e le ragazze giovani furono imbarcati e condotti in Turchia per essere venduti come schiavi, i bambini troppo piccoli vennero sgozzati insieme alle proprie madri “strappati dal seno delle madri e in parte sgozzati, in parte trafitti”, come ci descrive il cronista contemporaneo agli eventi Antonio De Ferraris nel suo De situ Iapygiae, le gestanti uccise, le donne violentate come era costume di quell'epoca ed anche di quelle successive.
Dei circa 6.000 abitanti che contava la città ne rimasero alla fine solo alcune centinaia, in numero di 813 riporta sempre il De Ferraris che fa un resoconto completo e preciso degli avvenimenti che vennero decapitati o orrendamente mutilati a colpi di scimitarra su un colle adiacente la città detto "della Minerva" dove “gli ottocento uomini scampati alla strage perché fatti prigionieri o perché feriti o ammalati, furono condotti fuori dalla città e trucidati tutti sotto gli occhi del crudelissimo comandante barbaro e si incoraggiavano a morire l’un l’altro”.
Le ossa dei decapitati sono in gran numero ancora conservati in sette armadi di legno collocati nella Cappella dei Martiri, ricavata nell'abside destro dell'attuale cattedrale di Otranto. Sul Colle della Minerva verrà in seguito costruita una chiesetta a loro dedicata, Santa Maria dei Martiri. Alcune ossa furono portate a Napoli già da re Alfonso d'Aragona nel 1490. Detti martiri, oggetto di culto locale da allora fino ai giorni nostri, sono stati beatificati nel 2013 da Papa Francesco.