Penna San Giovanni (La Penna in dialetto fermano e maceratese) è un comune italiano di abitanti della provincia di Macerata nelle Marche.

La sua collocazione, le vedute, l'aria salubre e le preziose opere architettoniche, quale il settecentesco e interamente ligneo Teatro Comunale, fanno di questo comune una perla della antica Marca Fermana.

Geografia fisica Si eleva a 630 m s.l.m. ubicato a ridosso di uno sperone roccioso tra le valli dei fiumi Salino e Tennacola. Circondato da una campagna di alta collina, domina il territorio dalla catena dei Monti Sibillini alla costa Adriatica.

Territorio e clima Lo storico pennese Giuseppe Colucci (1752-1809) così descrisse la topografia del luogo:

Toponomastica Il nome di Penna Il nome Penna, secondo gli etimologisti, non proviene dal latino, né dal linguaggio dei Goti, o di altri invasori dell’Italia. È da preferire infatti l’etimologia celtica, secondo cui Penna indica un luogo posto su di un’altura scoscesa, o cucuzzolo. Prova ne è il nome stesso dei Monti Appennini e quello del Jupiter Poeninus, nume notissimo idolatrato sulle Alpi.

Dalla necessità di distinguere questo luogo da altri con lo stesso nome si decise di intitolarlo a San Giovanni Battista al quale, fin da tempi remoti, venne dedicato un primo tempio eretto sul monte. E siccome Penna equivaleva allo stesso significato di Monte, non è infrequente che nei documenti antichi si alternassero i nomi di Penna e di Mons S. Johannis.G. Colucci, Delle Antichità Picene, Tomo XXX, Fermo 1796, pp. 70-72.

Storia Il periodo romano Per quanto non si abbiano informazioni dirette circa il periodo romano, è da supporre che il territorio di Penna San Giovanni fosse compreso nella Colonia Faleriense, il cui centro si trovava a pochi chilometri da Penna.

Prova ne è un'iscrizione romana, incastonata nella facciata della chiesa di Sant'Antonio Abate in cui si legge: C. SILLIVS. C. / L. PRINCEPS / HIC REQVIESCIT / NOBILIS / DE SVO POSVIT. Alla famiglia Sillia, che aveva residenza a Falerone, si faceva dunque riferimento nella lapide di un liberto, o servo, chiamato Nobile e tumulato, appunto, a Penna San Giovanni.G. Colucci, Delle Antichità Picene, tomo XXX, Fermo 1796, pp. 72-74.

Il periodo altomedievale Sebbene la storia documentata di Penna San Giovanni sia da far incominciare nel 1248, anno in cui i feudatari del castrum cedettero la loro signoria alla cittadinanza pennese che contestualmente si costituì in comune, è possibile definire delle ipotesi attendibili circa gli assetti politico-amministrativi dell'area.

Lo storico locale Delio Pacini associa a questo luogo la figura del Conte Mainardo, capostipite di diverse famiglie aristocratiche dell’area, il quale, in un atto del 1012 attualmente depositato presso l’Archivio comunale di SarnanoArchivio Comunale di Sarnano, Fondo Piobbico., viene denominato Mainardus Comes de Monte Sancti Ioannis, ossia Mainardo Conte di Monte San Giovanni. Il Pacini identifica il luogo cui si riferisce questo predicato con il feudo di Morrone. Di tale toponimo, che probabilmente in antichità indicava Penna stessa o una porzione di suo territorio estremamente rilevante, resta memoria nella attuale contrada pennese, il Morrone ai confini con il comune di Gualdo.Delio Pacini, Mogliano e i Da Mogliano nella storia, dalle origini al secolo XVI, Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo, Fermo 2005, pp. 174-175.G. Colucci, Delle Antichità Picene, tomo XXX, Fermo, 1796, p. 159.

Il Conte Mainardo detenne vasti territori tra l’Aso e il Tenna e tra il Tenna e il Tennacola fino ai Monti Sibillini. Alcuni dei suoi discendenti – tra questi i capostipiti di alcune fra le famiglie più antiche e potenti della zona (ad esempio i Brunforte) – permasero in Penna San Giovanni come conti e signori feudali.

La fine della signoria

Dei Signori che dominarono su Penna San Giovanni sappiamo che, agli scorci del secolo XII, due fratelli, i conti Aldobrandino e Subberardo, figli a loro volta del conte Berardo (o Bernardo), detenevano il potere feudale. Le loro famiglie poi si diramarono; tanto è vero che nel 1248 i nobili firmatari dell'atto costitutivo del comune di Penna San Giovanni furono circa dieci.

Tale atto, stipulato il 24 maggio 1248, faceva seguito a un altro patto definito in precedenza con Mainardino di Paganello di Subberardo, e con Guglielmo figlio di Giovanni del Conte Aldobrandino. Vi si sanciva la libertà della comunità di eleggersi liberamente il giudice, il notaio, i massari, il consiglio e tutti gli altri ufficiali necessari, e di farsi leggi e statuti con cui regolarsi. Ai nobili che rinunciavano ai diritti feudali rimaneva l’onore di proteggere la nascente comunità in ogni occorrenza, e di esserne podestà per venti anni. I nobili rinunciarono inoltre alla proprietà del Girone, ossia del luogo in cui sorgeva il loro castello, promisero di abbassare le loro torri e case e di sottomettersi come tutti gli altri cittadini alle leggi del nascente comune.

Stipulati che furono i primi atti, la comunità pennese si sottomise a Fermo, di cui ottenne la cittadinanza, e di conseguenza alla Santa Sede: i rappresentanti del neocostituito Comune inoltre, schierandosi con Fermo, manifestarono la loro alleanza con il partito guelfo. Ciò portò, nel 1252, a un accordo attraverso il quale la comunità ottenne dai nobili, rappresentati da Monalduccio di Paganello, il dominio sulla rocca e sulle fortificazioni.G. Colucci, Delle Antichità Picene, tomo XXX, Fermo 1796, pp. 78 e ss.Giambattista Bravi, Album Pennese - Primo Volume, Città ideale, Massa Fermana 2004, pp. 37-39.

Nella seconda metà del secolo XIII, quando la Santa Sede chiese alla "repubblica pennese" di ricevere in cessione la rocca e la cinta muraria, che i residenti avrebbero comunque mantenuto nella quotidiana custodia, il ceto nobiliare avanzò sonore rimostranze. Di contro al consenso popolare, favorevole alla richiesta, l'aristocrazia pennese prese a pretesto la mancata osservanza di alcune condizioni siglate nel patto del 1248 per giustificare le proprie resistenze alle istanze guelfe e defezionare nelle file dell'imperatore di Sicilia Manfredi, figlio di Federico II e aperto nemico della Chiesa. Manfredi si pose a capo delle forze ghibelline, cui i nobili locali aderivano, e tentò di far propria Penna San Giovanni. Accadde allora che il popolo, pur di non consegnare la cittadina intonsa alle forze nemiche del Papa, mettesse a ferro e fuoco molte delle case che pure aveva in abitazione e devastasse la rocca. E se questo suscitò in un primo momento le perplessità dello Stato Pontificio, cui il castello fortificato era andato in proprietà, subito il legato della Marca Cardinal Paltiniero riferì le debite spiegazioni al Papa. Deceduto lo scomunicato Manfredi nel 1266 nella guerra contro Carlo d'Angiò, il partito nobiliare circa un decennio più tardi una sortita per occupare il castello riedificato. Giovannuccio della Penna con Rinaldo di Brunforte, lontani parenti, capeggiarono l'assalto, respinto ancora una volta dal popolo guidato da uomini di carica pubblica.Mario Fugazza (a cura di), Penna San Giovanni, Aspetti storici culturali economici, Edizioni Media Service Cooperativa, Civitanova Marche 1997, pp. 14-15.

La dominazione dei Da Varano

Un'iscrizione del 1354 presente presso Porta della Pesa – di cui parla lo storico pennese Giuseppe Colucci nella sua monumentale opera “Delle Antichità Picene”, Tomo XXX dedicato a Penna San Giovanni – riporta il nome di Ridolfo de’ Varani che in quell’anno era podestà del Comune.

La famiglia dei Duchi Da Varano, approfittando della debolezza politico-militare del Papa, trasferitosi ad Avignone nel 1309, guadagnò potere e dominii territoriali arrivando, verso la metà del Trecento, a esercitare la propria influenza anche sul comune di Penna San Giovanni. Si formarono in Penna due partiti opposti: quello di Vanne (o Vanni) di Roffino, favorevole al Varano; quello di Antonio Morrone, figlio di Luca, favorevole al Papato e all'azione del cardinale Egidio Albornoz.

Entrambi i contendenti erano discendenti di Monalduccio di Paganello – quindi degli antichi feudatari di Penna – e detenevano, oltre a vasti possedimenti terrieri, anche un importante ruolo politico e una certa influenza sul volgo del paese. Con Antonio Morrone assistiamo poi alla prima cognomizzazione dell’antico predicato feudale del conte Mainardo, suo antenato. Lo scontro tra Vanne e Antonio Morrone divenne talmente aspro che il primo attentò alla vita del secondo e, non riuscendo nell’intento, gli incendiò casa e uccise diversi membri della servitù. Antonio, che era riuscito a mettersi in salvo a Fermo dove aveva già preso moglie e avuto figli, ricorse per ottenere la condanna a morte del Vanne. Tale condanna, benché osteggiata dai Varano, venne ugualmente eseguita e Vanne fu precipitato dalla rupe boreale del Monte., pp. 111-117.

La Famiglia Morrone, trasferitasi definitivamente a Fermo per opera dello stesso Antonio, venne ascritta al Patriziato fermano prima del 1380 e mantenne il titolo comitale. Tale famiglia, tra le più nobili e antiche di Fermo, si dice ora dei conti Morrone Mozzi.G. Colucci, Delle Antichità Picene, Tomo XXX, Fermo, 1796, pp. 158-160.Alessandro Morrone Mozzi, Storia della Famiglia Morrone (ora Morrone–Mozzi), Biblioteca Civica "Romolo Spezioli" di Fermo, Fermo 2018, pp. 1-15.

Divenuto papa Bonifacio IX, i rapporti con i Varano si incrinarono in modo insostenibile. Tant'è che Bonifacio inviò nella Marca suo fratello Andrea Tomacelli, con titolo di Marchese e Gran Maresciallo, per recuperare allo Stato Pontificio quanti più possibili Comuni in dominio dei Varano. Penna San Giovanni, per la sua collocazione strategica, costituiva uno degli avamposti di maggior interesse bellico. Duro fu lo scontro; le truppe papali riuscirono a penetrare entro i confini della cittadina, senza tuttavia conquistare il castello, strenuamente difeso. I Varano ebbero tempo di riorganizzarsi: da Camerino giunsero le milizie alleate di Biordo Perugino. Presto le sorti della contesa si ribaltarono. Nel luogo del combattimento, che si ritiene fosse a ponente della rocca per i ritrovamenti di molte ossa umane, Tomacelli venne battuto e fatto prigioniero. Bonifacio IX, costretto a fare buon viso a cattiva sorte, concesse la terra di Penna San Giovanni in Vicariato a Rodolfo Varano.M. Fugazza (a cura di), ivi, pp. 15-17.

Il potere degli Sforza

La signoria piuttosto opprimente della famiglia Varano, che vantò dominio anche su Firenze con Podestà Gentile I, capitolò sotto il crescente potere degli Sforza, che papa Eugenio IV aveva in grazia. Non appena essi ebbero la meglio per mano di Alessandro sui Varano, il Vicariato da costoro esercitato passò nelle loro mani, con estensione poi su tutta la Marca. A Francesco Sforza, fratello di Alessandro, fu assegnato il titolo di Gonfaloniere per l'intero territorio del Vicariato.

Che la presenza degli Sforza fosse certamente meglio tollerata dai pennesi risulta dall'accordo stipulato dalla nobile famiglia con il papato. In esso si concede alla comunità locale la libera estrazione e vendita del sale; l'utilizzo delle rendite della Pieve di San Giovanni anche a favore della parte di popolazione indigente; inoltre, mentre i Varano imponevano a piacere loro il Vicario, gli Sforza proponevano tre persone tra le quali i pennesi avrebbero potuto effettuare la loro scelta.

Sino al 1445 gli Sforza mantennero possesso su Fermo, e non è improbabile che la stessa data indichi il termine della signoria anche su Penna.M. Fugazza (a cura di), ivi, p. 17.

L'età moderna

Durante il XVI secolo il paese, governato dalle leggi e dalle istituzioni pontificie, conosce un periodo di floridezza. La pieve è messa in buone condizioni con il contributo del conte Giovanni Morrone, pievano (dal 1498 al 1547) e Protonotario Apostolico appartenente alla famiglia Morrone di cui si è parlato in precedenza. Lo stesso personaggio introduce nelle campagne la coltivazione della vite a filari.