Origini La tradizione assegna a Penne il primo presepe d’Abruzzo. In quella città ove, nel 1216, San Francesco aveva fondato il primo convento francescano della regione, il 25 dicembre 1225 il beato Agostino d’Assisi, che due anni prima aveva assistito al Natale di Greccio, desiderò rinnovarvi la sacra rappresentazione natalizia. Il lavoro più recente è quello di Enrico Di Carlo e Mario Canci, Il Presepe Abruzzese / Abbruzze Presepie d'Italie; prefazione di S. Em. Cardinale Angelo Comastri, Chieti, Il Viandante, 2025. Cfr. inoltre: Mirella Pontuti, "Il Presepe in terra d’Abruzzo", in Colonnella frammenti (a. 6, n. 4, dicembre 1999, p. 31). Si veda anche Candido Greco, Rievocazione del presepe di Greccio (Copione, Penne, Tipografia Cantagallo, 1998). Scrive il Cappuccino Luigi Del Vecchio, in "La Lezione di Greccio per una spiritualità del presepe", in Tradizioni e cultura contadina. Scenografie e miniature di Giuseppe Scarsella, a cura di Maddalena Piccari (L’Aquila, One Group, 2009, p. 86): «Basti notare che a Greccio il Natale fu celebrato senza statue o persone raffiguranti Maria e Giuseppe; non c’era, come alcuni sostengono, neanche l’immagine di Gesù Bambino, perché Gesù si sarebbe fatto presente, vivo e vero, nel segno sacramentale del pane e del vino, sull’altare-mangiatoia. Se di presepe si trattò a Greccio, quello fu un “presepe eucaristico”». Sempre a Penne, s’incontrava un tempo, nella chiesa di San Domenico, “un presepio di rilievo” che, nella seconda metà del Cinquecento, il domenicano Serafino Razzi descriveva come «il più bello che io abbia mai veduto, e per la moltitudine, e la bellezza delle figure e per la ricchezza loro: essendo tutte messe a oro». Cfr. Serafino Razzi, Viaggi in Abruzzo (Inedito del sec. XVI), a cura di Benedetto Carderi (L’Aquila, Japadre, 1968, p. 59)

Il più antico presepe domestico è quello che si trovava presso la nobile famiglia Piccolomini di Celano. Secondo un inventario, redatto nel 1567, che enumera gli oggetti appartenenti alla duchessa Costanza Piccolomini, 116 erano le figurine del presepe, la cui descrizione rivela una cura alla ricerca della spettacolarità che ricorda sicuramente quella della scenografia partenopea. A darne notizia, in Italia, è il francescano Donatangelo Lupinetti il quale riferisce di una fonte tedesca alla quale si deve una straordinaria descrizione del presepe celanese. Donatangelo Lupinetti, La sanda Natale, cit., cita, riassumendone il contenuto, a pp. 121-122, Rudolf Berliner, Die Weihnachtskrippe, Munich, Prestel Verlag, 1955, pp. 62-63. A dare notizia del presepe celanese è anche Luigi M. Lombardi Satriani, in Madonne, pellegrini e santi. Itinerari antropologico-religiosi nella Calabria di fine millennio (Roma, Meltemi, 2000, p. 10): «A questa data può essere associata quella del 1567, anno in cui viene rilevato un ricco presepe nel Castello di Celano in Abruzzo posseduto dai Piccolomini; un inventario parla di 116 figure tra cui nani, una giraffa, un elefante, un centauro».

Altra importante collezione è quella della famiglia Antinori, della fine del Seicento, scoperta in una cassa conservata nel Convento di Sant’Angelo della Pace (oggi Sant'Antonio di Padova), a Lanciano, in tempi recenti, da Giacomo de Crecchio e dal figlio Gaetano, i quali hanno ritrovato oltre cento pastori di quel presepe, liberandoli dalla polvere, fotografandoli con pazienza e perizia, ricomponendo il Presepe Antinori nel 2016, e compulsando le carte della famiglia Antinori dalla quale le sculture lignee sono giunte a noi seguendo – dalla città dell’Aquila – un intreccio infinito di parentele. Sono statue di altezza compresa tra i 50 e i 60 centimetri circa, deturpate dall’azione dei tarli, con arti snodabili e vestiti di stoffa, probabilmente da riferire a epoca tardo seicentesca oppure inizio del XVIII secolo, e che ancora oggi riescono a trasmettere una forte espressività.

La regione ebbe numerose testimonianze anche di grandiose composizioni lignee. Damiano Venanzo Fucinese cita, tra queste, quella che la famiglia Valignani di Chieti commise per trecento ducati, come risulta da un contratto stipulato nel 1584, allo scultore spagnolo Giovanni Scimenes, abitante in Lanciano, da realizzare per la loro cappella gentilizia nel duomo teatino di San Giustino. «Non sappiamo se l’opera sia mai stata eseguita, tuttavia, l’interesse per il documento che ci rappresenta, almeno nelle intenzioni, uno dei presepi più grandi finora noti, non viene minimamente intaccato dal fatto che il lavoro non sia pervenuto fino a noi».Cfr. Damiano Venanzio Fucinese, "Il presepe Valignani della cattedrale di Chieti (1584). Documenti per la storia dell’arte in Abruzzo", in Rivista Abruzzese, cit., p. 37.

Tracce di un'attività fiorente, fino ai primi anni del Novecento, si raccolgono a Vasto dove nelle chiese e nelle famiglie importanti i presepi costituivano pure un interessante documento di vita locale. Tra gli artistiTra gli artigiani vastesi ricordiamo anche Camillo Paolini, detto la Pichicca. che si dedicarono a modellare i pastori, risultano essere addirittura i fratelli Palizzi, Giuseppe, Filippo, Nicola e Francesco Paolo: «il che è particolarmente interessante perché permette di spiegare, specie in Filippo, un certo suo realismo minuto, che ha caratterizzato, in particolare, nei suoi lavori giovanili, la sua pittura».Cfr. Paolo Ricci, I fratelli Palizzi. Filippo, Giuseppe, Nicola, Francesco Paolo (Busto Arsizio, Bramante Editrice, 1960), p. 16. In quella città, era conosciuto con l’appellativo di Monzù l’artista Domenico Miscione (1826-1905), autore di pupattelli.Il 29 ottobre 2013, l’associazione Italia Nostra di Vasto ha dedicato all’artista una mostra dal titolo “I pupattelli di Monzù”, con una conversazione di Luigi Murolo su “Il presepe meridionale tra ‘festa dei morti’ e Natale”.

A Chieti, nella seconda metà dell’Ottocento, Costantino BarbellaCostantino Barbella nacque a Chieti il 31 gennaio 1852 e morì a Roma il 5 dicembre 1925. Fu tra gli animatori del “cenacolo” di Francavilla al Mare, con Francesco Paolo Michetti, Gabriele d’Annunzio e Francesco Paolo Tosti. Per le successive informazioni biografiche, cfr. Franco Di Tizio, Costantino Barbella, Chieti, Marino Solfanelli Editore, 1991. scolpisce il presepe con gli arnesi propri del mestiere, al numero 10 della Calata Santa Lucia, strada del centro storico di Chieti. Conseguito il diploma di Scuola tecnica, è messo dal padre Sebastiano a lavorare nel suo negozio di chincaglierie. Egli avrebbe invece preferito dedicarsi alla realizzazione di disegni o statuette verso cui mostrava una naturale inclinazione. E, quasi per gioco, iniziò a plasmare le figurine terrine e i pastori per presepe, tutti modellati con gusto finissimo, dal commercio dei quali cominciò a trarre i primi guadagni. Nel Natale del 1868, il barone De Virgiliis, direttore del Banco di Napoli a Chieti (oggi Banca d'Italia), vedendogli vendere un gruppo di pastorelli di creta al solo prezzo di venti soldi rimproverò il genitore di non mandare il figlio a studiare scultura. Ma era ancora presto per il ragazzo uscire dalle costrizioni paterne.

Non abbiamo traccia di quella giovanile attività artistica del Barbella, però la produzione dell’età adulta ci consente di immaginare la finezza e il realismo di quei pastori.

Abruzzo presepe d’Italia

È veramente l’Abruzzo presepe d’Italia, per riprendere una felice espressione di Donatangelo Lupinetti. Cfr. Donatangelo Lupinetti, in La sanda Natale. Canti e tradizioni abruzzesi del tempo natalizio (Lanciano, Cet, 1963, p. 127). Non appaia, allora, casuale, né tantomeno scontata, la sensazione che lo scrittore Mario Pomilio avverte nell’attraversare il Parco Nazionale d’Abruzzo, ai primordi della sua fondazione, quando, lungo la strada in direzione di Opi, ha l’impressione di "muoversi ai bordi di un presepe".Cfr. Mario Pomilio, "Viaggio nel Parco Nazionale d’Abruzzo", in Abruzzo. La terra dei santi poveri, vol. I (Teramo, Edigrafital, 1998, p. 108).

Nel presepe abruzzese i pastori con le loro greggi e i loro strumenti costruiti da mani nodose, non percorrono tratturi, ma strade polverose che conducono a Dio. Nel nostro presepe non si assiste allo sfarzo di quello napoletano: ben più sobria è la realtà rappresentata. Qui i personaggi non sono allegri e scanzonati perché da sempre rappresentano il mondo contadino e pastorale, dedito a una quotidianità meno variegata di quella partenopea. E assume valore altro se questa realtà viene espressa attraverso la statuaria anche modesta di un presepe domestico, dove la bellezza non è tanto in quello che si realizza, ma ancor più in quello che si esprime. Pure la poesia abruzzese riprende questo mistero e, attraverso la metrica, esprime i sentimenti più sinceri.

Si rinnova l’incanto nella dimora del poeta ortonese Luigi DommarcoLuigi Dommarco nacque ad Ortona (Ch) il 23 dicembre 1876 e morì a Roma il 3 settembre 1969. che come ricorda in una sua poesia dialettale Lu Preseppie (1959), con l’aiuto della moglie e dei figli, metteva su un vero e proprio cantiere dove, per almeno due mesi, risuonavano canti e allegriaA raccontarlo è il figlio Alessandro, in Luigi Dommarco, Poesie scelte, a cura di A. Dommarco, con saggi di Alberto Maria Cirese ed Emerico Giachery, Roma, Edizioni dell’Urbe, 1984, p. 372). Il testo citato è a commento della raccolta di Luigi Dommarco, La bbona Natele agli Amici del Presepio (Roma, Tipografica Editrice Romana, 1966).: «Mi facce viecchie, ma stu core none: / pi lu Prisèppie arvè ‘lla cittilanze, / artorne spinzierète pe nu ccone».Da Luigi Dommarco, "La bbona Natele agli Amici del Presepio", cit., in Id., Poesie scelte, a cura di Alessandro Dommarco, p. 382. Riportiamo la traduzione: "Mi faccio vecchio, ma non [si fa vecchio] questo cuore: / per il Presepio ritorna la fanciullezza, / ritorno spensierato per un po’". Il rito del Presepe in contrapposizione alla manie moderniste dell'albero di Natale, è citato anche in una poesia dialettale dell'orsognese Plinio Silverii.

Torna, anzi "artorne", l’immagine del proprio padre a fare da regista a un manipolo di figli, nella lirica del chietino Raffaele Fraticelli. Egli descrive la magìa di quella piccola umanità ove ognuno è impegnato in un ruolo prezioso: «[...] lu punticelle sopr’a lu laghette, / la grotte, li lumine culurate, / lu fiume, le montagne e le casette; / lu Bambenelle ‘entr’a la magnatore, / mentre la neve avè ngasciàte fore».Cfr. Raffaele Fraticelli, "Lu pressepie de la bon’àneme", in Giorni di festa e dintorni. Poesia nel folclore sacro d’Abruzzo (Teramo, EGI, 1995, pp. 22-26). Riportiamo la traduzione: "il ponticello sopra al laghetto, / la grotta, le luci colorate, / i fiumi, le montagne e le casette; / il Bambinello entro la mangiatoia, / mentre la neve aveva attaccato fuori". Per la bio-bibliografia del poeta (nato il 9 gennaio 1924), cfr. Enrico Di Carlo, Raffaele Fraticelli, Voce di popolo, con la presentazione di Bruno Forte (Castelli, Verdone, 2009).