Panza (talvolta, anche Panza d'Ischia) è l'unica frazione del comune italiano di Forio e ha circa abitanti.

Geografia fisica

Panza si trova all'interno del territorio del comune di Forio, sull'isola d'Ischia.

Comprende la contrada Cuotto ed altri nuclei abitativi. I suoi confini furono definiti con censimento comunale nel 1871 e con un secondo del 1881 dal quale risulta:

che è limitata a levante dai confini di Serrara Fontana, a mezzogiorno ed a ponente dal mare ed a settentrione dalle vie: Carano, Chiena, Piellero e del Corbaro. è divisa in due sezioni: la prima detta san Leonardo, comprende la piazza, località san Gennaro, Casa Polito, Casa Caruso, Casa Mattera, Casa Battaglia, Casa Fiorentino; la seconda le case sparse nelle vie Campestre, Montecorvo, Costa, Telegrafo, Campotese.

La definizione di tali confini, non fu, tuttavia, sempre pacifica. Nel febbraio 1907, traendo a pretesto la distruzione di una lapide che avrebbe segnato il confine tra la Frazione e il Capoluogo, i foriani presentano un reclamo alla Giunta Provinciale Amministrativa, per lamentarsi di un presunto sconfinamento della Frazione nel territorio del Capoluogo e fanno circolare dei volantini per invitare la popolazione a firmare una pubblica sottoscrizione "perchè detta Frazione venga circoscritta negli antichi limiti" ed evitare che "il villaggio di Panza [...] possa un dì erigersi a Comune"

La Giunta Provinciale Amministrativa delibera per il rigetto dell'istanza, contro il quale nel giugno dello stesso anno, la Giunta comunale presenta ricorso che è nuovamente rigettato.

La frazione si estende all'interno del territorio di Forio per circa , occupando quindi circa la metà dell'intero territorio comunale di circa . Il centro abitativo del paese dista da Forio circa . Percorrendo la vecchia mulattiera il confine col capoluogo, in via Chiena, è segnato da un'edicola votiva dedicata al santo protettore di Forio, mentre percorrendo la moderna strada carrabile, il confine può esser collocato a circa due km dal Becco d'Aquila, un grande masso tufaceo verde, che ricorda il mitico uccello.

Ad est invece Panza confina con il nucleo abitativo di Succhivo, posto nel comune di Serrara Fontana.

Storia

I primi insediamenti abitativi risalgono già al Neolitico, come dimostrano i reperti costituiti da strumenti di ossidiana rinvenuti sulle alture di Punta Imperatore, così come nella piana di Citara e di Campotese, esposti presso il Museo Archeologico di Pithecusae di Villa Arbusto, nel vicino comune di Lacco Ameno.

Tuttavia, la principale testimonianza storica è costituita dal sito archeologico di Punta Chiarito, dove, nell'VIII secolo a.C., alcuni navigatori dell'Eubea sbarcarono per fondarvi una piccola colonia.

Da Punta Chiarito partirà la colonizzazione greca dell'Isola, terminata con la fondazione di Pithecusa, prima colonia greca d'Occidente. Successivamente, Panza fu conquistata dai Romani che le diedero il nome di Pansa Vicus, come dimostrano le monete dell'epoca di Antonino ed i muri a reticolato, nonché vasi ed altri reperti conservati presso il Museo Archeologico di Napoli. Nel XIV secolo il Paese assume l'attuale denominazione tanto che l'Ariosto lo citerà nell'Orlando Furioso:

Anche l'Ariosto, dunque, pare dare credito alla leggenda che vuole, appunto, che il gigante Tifeo fosse stato imprigionato da Zeus sotto l'isola di Pithecusa, e sulla sua pancia sarebbe dunque sorto il paese.

Per alcuni studiosi il nome Panza deriverebbe dalle parole greche pan (tutto) e zao (vivo) perciò tutto vivo, dove tutto è vivo; ma potrebbe derivare anche dal verbo latino pandere; pansa cioè terra estesa al sole.

La amenità e la salubrità del luogo colpì, nel corso dei secoli, i vari visitatori che ne lasciarono traccia nei loro racconti di viaggi. Già nel XVI secolo il medico calabrese Giulio Iasolino descriveva il territorio con queste parole: "uno dei più bei siti di tutta l'Isola, abbondante di buonissimi frutti, d'acqua e vini d'eccellenza…".

Gli fa eco il G.C.Capaccio nella sua Historia Neapolitana del XVI secolo: "È una villa situata sotto un clima ottimo ed in piano riposta. Avanti alla piazza giace la Chiesa Madre e dedicata a san Leonardo [...] nel mese di settembre di quaglie e di tortorelle vi si fa una dilettevole e copiosa caccia. Per tale motivo fu un tempo la Villa di Panza sollazzo al Re Ferdinando"

Così ne parla il De Ferrari: "Panza è un Comunello quasi tutto composto di case contadinesche[...] L'aria qui dee essere straordinariamente salubre: passandovi noi nell'estate 1824, ci venne assicurato che degli 800 abitanti del villaggio, niuno era ammalato".

Da sempre esposti alle invasioni piratesche (già nell'812 papa Leone III rivolgeva appelli a Carlo Magno affinché proteggesse l'Isola) i panzesi trovarono dapprima rifugio in case scavate in enormi massi tufacei, ma, col crescere della popolazione, e soprattutto in seguito alla vittoria di Lepanto del 7 ottobre 1571, il paese si dotò, nel 1576, di ben 7 torri, alcune quadrate - quelle poste all'interno dell'abitato - ed alcune rotonde, tutte in comunicamento ottico con le altre dei casali limitrofi

Oggi le torri sono state trasformate in moderne abitazioni ed è difficile distinguerle dagli altri fabbricati. La situazione per i poveri abitanti dell'allora Regio Casale di Panza fu tuttavia sempre precaria, nel 1544 l'armata di Khayr al-Din Barbarossa durante la notte raduna 150 barche nella baia della Scannella, e risalendo da lì e dalla baia di Citara, invade stringendo in una morsa il paese bruciando case, campi, violentando le donne, uccidendo e catturando gli uomini da vendere come schiavi nei mercati di Algeri:

In quella notte, circa 7.000 isolani caddero prigionieri del Barbarossa. Le invasioni piratesche, nonostante le torri, continueranno a mietere vittime fino al 1800.

Monumenti e luoghi d'interesse Punta Chiarito La frazione Panza conserva, tra le bellezze naturali, in località Chiarito, un importante sito archeologico per la storia d'Italia, la casa greca. Il sito non è aperto al pubblico, tuttavia è possibile osservare una ricostruzione della casa presso il Museo archeologico di Pithecusae.

Si tratta di una casa a pianta ovale, anch'essa con pietre a secco e coperta da un tetto a doppio spiovente di tegole e coppi sostenuti da pali, di cui si sono rinvenute le buche sul piano di calpestio, in battuto. La scoperta di tale sito è stata del tutto fortuita, quando cioè, nel 1989, in seguito ad un copioso acquazzone, ci fu uno smottamento del terreno che portò alla luce una parete di tufo verde. In seguito all'intervento dei vigili urbani, furono iniziati i lavori di scavo sotto la direzione della Prof.ssa Gialanella.

Gli scavi effettuati tra il 1993 ed il 1995 portarono alla luce lo spazio interno della struttura impegnato da una zona utilizzata come dispensa, di fronte all'ingresso, con grandi anforoni locali e pithoi alti, in qualche caso, più di un metro, anfore locali e anfore importate corinzie, chiote ed etrusche e mensole alle pareti per vasi da mensa da cucina. Nel lato corto, separato da un tramezzo, era invece il focolare, intorno alla quale si svolgevano le attività femminili, quali la tessitura e la cucina. Sono stati rinvenuti inoltre una vasca di tufo, un piccone e corna di cervo. Inoltre una campagna coltivata. Si tratta, probabilmente, di una fattoria greca tenuta da agricoltori benestanti, a giudicare dai servizi da mensa e dagli altri vasi dipinti importati dalla Grecia.

Chiesa parrocchiale

La Chiesa parrocchiale, dedicata a san Leonardo del Limosino, sorge sul luogo di una primitiva cappella, la cui data di fondazione è ancora incerta. Ingranditasi nel XVI sec., affidata a mastri laici, funziona per quasi un secolo come grangia. In un documento vaticano del 1536 è riportato "Nel Casale di Panza vi è la cappella di Santo Lionardo [...] ". È tutto quanto, ad oggi, si sa su questa chiesa che, elevata a Parrocchia tra il 1601 ed 1604, per volontà del vescovo Pastineo,, finì per essere totalmente inglobata nella nuova struttura. Tuttavia, poco si conosce dei primi anni della sua attività perché, come per altre parrocchie isolane, molti registri parrocchiali sono andati persi.

Nel 1606, per volontà di papa Paolo V con breve del 26 giugno, la Parrocchia fu sottratta per due anni alla giurisdizione del vescovo d'Ischia e affidata a quella dell'arcivescovo di Napoli, Ottavio Acquaviva, approvato con l'exequatur dell'agosto dello stesso anno.

I rapporti tra la Parrocchia e le autorità comunali saranno, tuttavia, sempre tesi per l'ostinato rifiuto che opporranno quest'ultime al versamento al parroco della congrua sulla base degli introiti provenienti dalle gabelle che imponevano sui generi di prima necessità agli abitanti dell'allora Casale di Panza.

Nel 1641 si staccano dalla Parrocchia madre di san Leonardo i territori di sant'Angelo, Succhivo e Ciglio, per dare vita alla Parrocchia di Santa Maria del Carmine di Serrara Fontana, fondata nello stesso anno.

Il sacerdote Erasmo Scotto di Tabaia di Procida nominato parroco nel 1666 la abbandona poco dopo per l'assenza di una congrua e nel 1693 vi rinuncia definitivamente.

Nel luglio 1694 settantadue capofamiglia del paese sottoscrivono per mano del notaio una autotassazione per costituire la congrua del parroco. La situazione non dovette migliorare, poiché nel 1781, il parroco Filippo Impagliazzo inoltra una petizione alla Real Camera, che, nel 1789, ingiunge alle autorità comunali di versare la somma di 30 ducati in luogo dei 18 chiesti dal sacerdote. La somma non sarà mai versata. Analoga situazione, si ripropone nel gennaio del 1826 quando l'economo Eusebio Impagliazzo ricorre nuovamente alla Real Camera di Santa Chiara in Napoli per ottenere dalle autorità comunali gli assegnamenti per le spese di culto e il mantenimento del sottoparroco come previsto dal Concordato tra Regno di Napoli e Santa Sede del 1741.

La situazione, tuttavia, dovette nuovamente degenerare, giacché nel 1831, l'allora sindaco Pietro Regine, propone di non versare più i 20 ducati di congrua, di ridurre lo stipendio del sottoparroco della Parrocchia e contestualmente di aumentare quello del sottoparroco e del sacrestano della chiesa madre. A partire dal 1875 la congrua non sarà più versata al parroco della Frazione poiché s'afferma non essere parte del Comune.

La parrocchia, una tra le cinque più antiche della Diocesi, è per numero di anime (4917 ca.) la più grande della Diocesi di Ischia. Con i suoi circa 40 m di lunghezza (29,69 m l'edificio e circa 9 m di sagrato) è il più grande edificio di culto della Frazione e il terzo per grandezza dell'intero Comune. È un esempio tipico del barocco campano in voga sull'isola e conserva al suo interno statue e tele di buona fattura. Un crocefisso in gesso policromo del '600, conservato in sacrestia, e una statua della Vergine del Rosario costituiscono le uniche testimonianze della secentesca parrocchia che oggetto di lavori dal 1737 al 1777 assumerà l'aspetto attuale nel XVIII secolo. Sempre nel corso del XVIII secolo, furono eseguiti i lavori di stucco dal partenopeo Cesare Starace detto Ponticelli.

Negli anni '80 del secolo scorso, la Parrocchia è oggetto di nuovi lavori che modificano il suo aspetto originario, con la distruzione degli altari laterali, dell'altare perpetuum privilegiatum, della balaustra presbiteriale, la scomparsa del pulpito ligneo, degli affreschi del transetto e la dispersione degli ex-voto.