La guerra dei Rossi, così definita dal Pezzana nella sua Storia di Parma, è stata un conflitto condotto dalle truppe ducali dello stato di Milano con il sostegno delle tre fazioni parmensi dei Sanvitale, dei Pallavicino e dei Da Correggio (definite le tre squadre) che si erano coalizzate contro il potere egemonico esercitato nel parmense dalla fazione dei Rossi proclamata ribelle da Ludovico il Moro. I Rossi riuscirono a tenere in scacco per un anno e mezzo le truppe ducali perché finanziati dalla Repubblica di Venezia, desiderosa di impegnare su di un fronte secondario le truppe milanesi al fine di evitare che potessero intervenire direttamente contro i territori della Serenissima, a quel tempo coinvolta nella guerra di Ferrara.
Antefatto Nel XV secolo i domini dei Rossi si erano progressivamente estesi nei territori del parmense, in particolar modo Pier Maria II de’ Rossi, grazie anche all'amicizia e all'alleanza con Francesco Sforza divenuto nel frattempo duca di Milano, riuscì a procurarsi una posizione predominante venendo addirittura acclamato alla sua entrata in Parma nel 1470 come "padre della Patria". Alla morte del duca Galeazzo Maria Sforza, avvenuta nel 1476, Pier Maria fu nominato nel triumvirato di reggenza che affiancava la duchessa Bona di Savoia e il duca di nove anni Gian Galeazzo Maria Sforza nella gestione del Ducato di Milano.
Le altre fazioni parmensi, che nei decenni precedenti avevano assistito alla prepotente ascesa di Pier Maria favorita dalla sua già menzionata amicizia con Francesco Sforza, dopo numerosi dispute, come quella che coinvolse i Sanvitale per il possesso del castello di Noceto sottratto dai Rossi e non restituito, decisero di allearsi fra di loro in attesa di cogliere il momento propizio per disfarsi degli scomodi rivali. L'occasione si presentò nel 1479 quando, in seguito al colpo di Stato di Ludovico il Moro e alla conseguente caduta in disgrazia di Cicco Simonetta, i Pallavicino riuscirono a piazzare come governatore del duca giovinetto, ma in realtà come uomo di fiducia di Ludovico il Moro, Pallavicino Pallavicini, acerrimo nemico di Pier Maria.
A causa di questo rovesciamento di alleanze, la politica degli Sforza cambiò radicalmente sin dal 1480. Il primo sgarbo ai Rossi fu il permesso accordato a Gian Francesco Pallavicino di acquistare le ville di Stagno e Tolarolo, strettamente confinanti con la Roccabianca dei Rossi; tale fu lo sdegno degli abitanti per questa concessione che 25 famiglie lasciarono in massa Tolarolo per trasferirsi a Roccabianca.
Ne seguì poi l'estromissione della fazione dei Rossi dal consiglio degli anziani di Parma che, unita ai continui favori concessi dal Moro ai Pallavicino e alle intimidazioni fatte agli appartenenti alla squadra rossa in città, fecero pensare Pier Maria all'eventualità di ribellarsi all'autorità ducale.
Dopo che Roberto Sanseverino signore di Colorno venne costretto alla fuga per essere stato proclamato dai milanesi nemico pubblico riparando a Venezia, Pier Maria si trovò totalmente isolato e iniziò ad approvvigionarsi segretamente di armi nel cremonese e nel mantovano preparandosi alla inevitabile guerra e, ben conscio di non potere resistere con le sue sole forze alle truppe sforzesche, si convinse fin dal 1481 a cercare l’alleanza di Venezia anche se gli accordi ufficiali vennero stipulati solamente nell'aprile 1482, a guerra iniziata.
La guerra Le fasi preliminari: il primo assedio di San Secondo Il 24 febbraio 1482 il duca di Milano Gian Galeazzo Maria, ormai un fantoccio nelle mani di Ludovico il Moro, comunicò al consiglio degli Anziani di Parma la sua intenzione di procedere in armi contro il ribelle Pier Maria Rossi deliberando di spedire subito da Milano cinquecento fanti da aggiungersi alle truppe già presenti nel parmense agli ordini di Costanzo Sforza e Sforza Secondo Sforza e ordinando al comune di Parma di arruolare trecento fanti come rinforzo delle truppe ducali allo scopo di porre d'assedio San Secondo dove Pier Maria risiedeva.
Dopo un tentativo di riconciliazione respinto da Pier Maria, Ludovico il Moro, sempre istigato dal suo consigliere Pallavicino Pallavicini, ruppe gli indugi e ordinò di procedere contro i possedimenti dei Rossi nel parmense. A tale scopo, non fidandosi di Costanzo Sforza, vecchio amico di Pier Maria, chiese a Gian Giacomo Trivulzio, luogotenente di Costanzo, di procedere con ogni mezzo contro il Rossi, di asserragliarlo in San Secondo e di catturarlo affinché fosse consegnato alla giustizia.
Tuttavia Pier Maria, consapevole della situazione che si era venuta a delineare, forte non solo delle sue truppe ma della fedeltà dei suoi uomini sparsi nelle varie rocche del parmense, iniziò una tenace quanto forse inaspettata resistenza, mettendo in seria difficoltà le truppe ducali e costringendo l'esercito ad allontanare il campo dal castello di San Secondo a causa delle perdite inflitte durante continue sortite dei difendenti.
Il Moro decise quindi di richiamare Costanzo e il 13 marzo pose ufficialmente a comando delle truppe divise in due contingenti Gian Giacomo Trivulzio e il Bergamino. Il primo contingente, quello del Trivulzio, era diretto ad assediare le rocche dell'appennino e a devastare i territori fedeli ai Rossi, il secondo doveva procedere con lo stesso piano strategico con le rocche di pianura.
La presa di Noceto
I soldati del Trivulzio posero dapprima sotto assedio la rocca di Noceto, tuttavia in una fulminea sortita gli assedianti riuscirono a catturare 24 uomini tra i quali alcuni capitani. Il 30 marzo il Trivulzio passò quindi alla controffensiva cambiando obiettivo: attaccò il castello di Sant'Andrea dalla parte opposta del Taro, le truppe rossiane sconfitte sul campo furono costrette a trincerarsi nel castello e se non fosse stato per la pioggia che rese sdrucciolevole il terreno i ducali sarebbero riusciti sullo slancio della vittoria conseguita a impossessarsi dello stesso presidio.
Nel frattempo Ludovico il Moro, impaziente di ottenere rapidi successi, decise il 4 aprile di nominare come comandante generale di tutti gli eserciti del parmense Sforza Secondo Sforza e, per non privarsi di un ottimo generale come il Trivulzio, decise il giorno 8 maggio di nominarlo governatore di Parma.
Mentre avveniva questo avvicendamento alla guida delle truppe, i due contingenti ducali ora congiunti avevano iniziato sin dal 26 aprile il bombardamento della rocca di Noceto distruggendo le sue due torri difensive e costringendo i difensori alla resa il 3 maggio seguente, dopo che la rocca stessa era stata praticamente demolita da 300 colpi di bombarda. L'azione su Noceto aveva il chiaro intento di spezzare in due i domini dei Rossi poiché tale castello, come quelli contigui di Sant'Andrea, Carona e Roccalanzona, era visto come punto di congiunzione fra pianura e appennino.
L’intervento di Venezia Pier Maria nel frattempo si era accordato con i veneziani che avevano tutto l'interesse a sostenere la sua ribellione sia per estendere la loro sfera di influenza su Parma, sia per aprire un secondo fronte nella guerra di Ferrara, nella quale erano all'epoca impegnati, allo scopo di poter trattenere lontano dai propri confini le truppe milanesi. Nel mese di maggio Antonio Bragadin fu inviato dal governo della repubblica presso Pier Maria Rossi per esortarlo a resistere e per assicuragli aiuto nella lotta, nello stesso incontro gli fu comunicato che la sua famiglia sarebbe stata aggregata al Patriziato veneto. In termini di uomini, tale aiuto rimase più che altro sulla carta e si ridusse al solo Ammuratte Torelli che si aggiunse con 100 fanti alle truppe rossiane. I veneziani, non potendo intervenire direttamente, si accordarono anche con Obietto Fieschi per arruolare truppe da fornire ai Rossi, tuttavia il Fieschi si abboccò segretamente con i ducali tradendo i veneziani, rendendo in tal modo ancora più precaria la situazione delle truppe rossiane. A livello economico l'aiuto dei veneziani fu invece molto importante: riuscirono a far passare attraverso Genova numerosi finanziamenti a Pier Maria affinché arruolasse soldati e continuasse la guerra.
L'aiuto di Venezia ai Rossi era ormai palese e costrinse lo stato di Milano a tutelarsi da una potenziale minaccia veneziana sui confini orientali dello stato inviandovi a presidio un contingente capeggiato da Costanzo Sforza mentre, su pressioni della Lega anti-veneziana che richiedeva truppe fresche nella guerra contro la Serenissima, anche il Trivulzio fu ritirato con i suoi armati e messo a disposizione del Duca di Urbino, lasciando così il solo Bergamino con 600 uomini a combattere i Rossi.
Il 13 maggio Pier Maria, per vendicarsi delle persecuzioni e della cacciata degli uomini della sua fazione da Parma, tentò la sortita sulla città cercando di prenderla da due lati, riuscendo a impadronirsi della Porta San Francesco, facendo ingente bottino e, penetrando dentro le mura da Porta San Michele, mettendola a ferro e fuoco. Il 17 maggio fu compiuta una sortita notturna sempre su Parma, mentre il Della Vella, a comando della guarnigione della città, inviò per rappresaglia le sue truppe a devastare il contado di Felino, territorio dei Rossi. Sempre a maggio una sortita dei Rossiani da San Secondo su Fontanellato procacciò a Pier Maria un altro cospicuo bottino. In seguito fu ancora Parma l'obiettivo di un ulteriore attacco condotto dalla base del castello di Felino da Guido de’ Rossi e da Ammuratte Torelli; tale sortita, condotta a fine maggio, provocò grande devastazione in città e indusse il consiglio degli Anziani, preoccupato, a chiedere urgentemente rinforzi al Duca di Milano che a sua volta promise di inviare il marchese del Monferrato Bonifacio III Paleologo con 500 armati e Obietto Fieschi con alcuni contingenti.
Mentre la controffensiva dei Rossi si concentrava principalmente su Parma, la guerra divampava nel territorio segnando alcune vittorie delle truppe ducali: Sforza Secondo Sforza aveva prima preso senza combattere Sant'Andrea a causa del tradimento dei difensori, allo stesso modo poi si era impadronito del castello di Carona, il 13 di maggio. Imbaldanzito dalla resa piuttosto celere delle due rocche appenniniche, il comandante in capo delle truppe ducali si portò sotto il castello di Roccalanzona, ultimo baluardo rossiano a presidio della Val Taro, ove a differenza dei due casi precedenti i difensori gli sbarrarono il passo decisi a resistere, e, dopo un breve assedio, constatata l'impossibilità di prendere la Rocca, le truppe ducali si ritirarono portandosi su Parma.
Il duca di Urbino, Federico da Montefeltro, desiderando un maggior impegno nella guerra contro Venezia da parte dei milanesi, caldeggiava un accordo con i Rossi e il 1 giugno mandò a Felino un suo messo per trattare con Guido de’ Rossi e Ammuratte Torelli le condizioni della pace senza tuttavia raggiungere alcun compromesso soddisfacente.
In giugno Sforza Secondo Sforza tentò di cambiare tattica attaccando direttamente la rocca di San Secondo difesa direttamente da Pier Maria II e residenza della sua famiglia, tuttavia i milanesi attaccati a sorpresa dai rossiani dovettero retrocedere il proprio campo sino a Grugno, nel territorio presidiato dai Sanvitale di Fontanellato, continuando comunque a subire le sortite delle truppe mariesche che continuamente molestavano le salmerie dell'esercito ducale devastando al contempo il territorio di Fontanellato.