Il Museo di Storia Naturale dell'Università di Pisa è un museo situato a Calci, in Provincia di Pisa. Fondato nel 1591, è una delle istituzioni museali più antiche del mondo.
Storia
L’origine del museo risale al Cinquecento, quando il granduca di Toscana Ferdinando I de' Medici istituì, annessa al Giardino dei Semplici, una Wunderkammer (camera delle meraviglie). Queste erano delle gallerie che raccoglievano reperti naturali bizzarri o rari, molto diffuse nelle corti europee di quel periodo. A differenza di molte delle altre camere delle meraviglie, quella di Pisa è sempre stata legata all’istituzione universitaria cittadina; la direzione fu infatti affidata a Luca Ghini, fondatore e curatore dell’orto botanico. Questo legame fece sì che la collezione prendesse, quasi fin dall’inizio, una connotazione più rigorosa e scientifica. Nel 1595 Ferdinando dispose che le varie collezioni naturalistiche fiorentine fossero portate nella galleria e nell’anno seguente con una bolla ufficializzò l’istituzione, fondando così uno dei primi musei al mondo.
Durante il Seicento il museo andò incontro a una fase di declino dovuta anche al cambio di atteggiamento che si ebbe nei confronti di Pisa quando il Granducato passò dalle mani di Ferdinando I a quelle di Cosimo II e pochi anni dopo a Ferdinando II. Infatti fu proprio il fratello di quest’ultimo, il Cardinal Leopoldo, ad incaricare nel 1672 Niccolò Stenone di redigere l’inventario degli oggetti presenti nella galleria, scegliere i pezzi più pregevoli e portarli a Firenze per essere esposti nella neonata galleria fiorentina. Tuttavia, nonostante Stenone abbia prelevato una parte considerevole dei reperti, le collezioni del museo continuarono ad arricchirsi grazie ai lasciti delle collezioni dei vari prefetti. La fase di declino del museo terminò nel 1737, quando il Granducato di Toscana passò dai Medici ai Lorena. Con i Lorena al governo e con il diffondersi del pensiero illuminista, l’università pisana riacquistò prestigio e fama e il museo si arricchì di nuove collezioni: in particolare, nel 1747, Francesco I di Lorena acquistò per il museo una parte importante della collezione malacologica del medico fiorentino Niccolò Gualtieri, comprendente anche più di tremila esemplari raccolti dal naturalista olandese Georg Eberhard Rumphius.
È però nell’Ottocento che il museo ha il periodo di massima espansione: infatti, nel 1814, l’università di Pisa decise di separare le cattedre degli insegnamenti scientifici affidando a Gaetano Savi quella di Botanica e a Giorgio Santi quella di zoologia, paleontologia e geologia; questa separazione delle cattedre fece sì che anche il museo, che all’epoca comprendeva sotto un'unica direzione anche le collezioni botaniche, fosse diviso in due amministrazioni distinte con una maggiore autonomia decisionale.
Sotto la direzione di Paolo Savi le collezioni si arricchirono enormemente, gli spazi espositivi vennero ampliati e vennero pubblicati centinaia di scritti. Inoltre Savi, con l’aiuto di Pacini e Studiati, in 5 anni portò a compimento 170 tassidermie di mammiferi e 1274 di uccelli, che ancora oggi sono parte integrante delle collezioni storiche del museo. Tra questi compaiono anche i primi diorami mai realizzati. Nel 1842 la cattedra di geologia venne separata da quelle di zoologia e paleontologia e Savi chiamò a ricoprirla il napoletano Leopoldo Pilla, che portò con sé un gran numero di rocce vesuviane e di cristalli. A Pilla, nel 1849, successe Giuseppe Malpighi, il quale raccolse il primo nucleo delle collezioni paleontologiche. Con la morte di Paolo Savi avvenuta nel 1871, le cattedre e la direzione del museo passarono a Richiardi, il quale raccolse un’importante collezione di cetacei e di pesci. Inoltre è a lui che si devono i preparati zootomici della collezione di anatomia comparata.
A inizio Novecento il museo fu scosso, come del resto gran parte del mondo, dalle guerre mondiali, uscendone anch’esso ferito. Infatti durante la seconda guerra mondiale alcune delle collezioni vennero danneggiate dai bombardamenti alleati e il museo rimase chiuso sino a quando il professore Ezio Tongiorgi non si prodigò affinché parte della certosa di Calci, ormai abbandonata dai monaci, fosse affidata, in uso perpetuo e gratuito, all'Università al fine di costituirvi il Museo di Storia Naturale, di cui divenne direttore curandone il trasferimento e l'allestimento.
A fine 2016, mentre stava già da una decina di anni andando incontro ad una fase di rinnovamento totale, il museo ha ricevuto una donazione da parte della fondazione Barbero di una collezione di più di 550 animali in tassidermia, perlopiù mammiferi. Questa donazione rappresenta la più grande acquisizione che il museo abbia fatto dall'Ottocento.
Percorso espositivo Il museo, dal 2015, sta riorganizzando ed ampliando il proprio percorso espositivo, anche per ospitare la donazione della collezione Giorgio Barbero. I lavori dovrebbero finire nel 2019. In particolare, le sezioni che hanno subito le maggiori modifiche sono state la Galleria dei monotremi, marsupiali e carnivori e la Galleria degli erbivori. Altri interventi interesseranno la sezione dedicata ai dinosauri e quella dedicata ai primati.
Galleria storica
La Galleria storica apre il percorso espositivo ed ha lo scopo di illustrare la storia del Museo e delle sue collezioni. Essa è concepita come un percorso a ritroso nella storia dell'istituzione, dal Novecento sino alla sua nascita a metà del Cinquecento con la Camera delle meraviglie.
Il Novecento è rappresentato principalmente dalle molteplici pubblicazioni di Giovanni D'Achiardi, in cui vengono descritti i vari minerali e i cliché originari usati per riportare le strutture cristalline di questi. Va citato il cliché usato nella pubblicazione del 1905 nella quale D'Achiardi descrisse per la prima volta la dachiardite.
La sezione ottocentesca della galleria è quella più grande ed è quasi interamente dedicata al lavoro di Paolo Savi, direttore del Museo dal 1823 al 1871, che contribuì significativamente ad ingrandire la collezione museale grazie ad acquisti e preparati zoologici. Qui spiccano gli imponenti scheletri di elefante asiatico e di giraffa, le grandi difese di mammut meridionale e l'omero di elefante dalle zanne dritte. In alcune vetrine successive sono esposti vari esemplari di uccelli esotici, tra cui una coppia di quetzal pavonini e molte specie di buceri e pappagalli. Un'altra vetrina è dedicata agli uccelli incapaci di volare, tra i quali sono esposti anche esemplari di kakapo, di struzzo somalo, già presente nel 1828, di casuario e di kiwi, già citato in una nota del 1849. Un'ampia parte di questa sezione è dedicata ai diorami eseguiti da Savi; egli infatti fu il primo a ricreare scene realistiche di vita con animali tassidermizzati. Tra i tanti ve ne sono quattro di grandi dimensioni che, essendo stati realizzati tra il 1820 e il 1830, vengono considerati i primi mai realizzati: in essi sono rappresentati una scena di caccia al cinghiale con cani, un condor delle Ande che si nutre di una carcassa di asino, un'antilope cacciata da una leonessa e un lupo che caccia un agnello con dei cani pastore. Importanti sono anche alcuni rari esemplari di specie e sottospecie ormai estinte, tra i quali ricordiamo il fregilupo dell'isola di Réunion, del quale esistono solo 19 esemplari tassidermizzati; la colomba migratrice del Nord America; l'alca impenne, uccello simile ai pinguini inabile al volo di cui esistono circa solo 40 esemplari in tassidermia; un esemplare di potoroo dalla faccia larga, piccolo marsupiale australiano estintosi nel 1875, e un giovane esemplare di leone berbero, di cui è presente anche il cranio. Sia questo esemplare che quello di tigre esposto anch'esso in questa sala sono stati montati con le pupille semilunari tipiche dei gatti, e non circolari come questi animali hanno in realtà; questo è dovuto al fatto che nell'Ottocento il preparatore montava le pelli senza conoscere la vera fattezza degli animali, riprendendo i caratteri dagli animali che conosceva e riteneva più simili.
In questa sezione c'è anche una delle poche collezione di invertebrati, per lo più Cnidari, realizzati in vetro soffiato dai fratelli Leopold e Rudolf Blaschka, composta da 51 modelli anatomicamente perfetti.
Nel Settecento Francesco I di Lorena acquistò per il museo una parte della collezione malacologica del medico fiorentino Niccolò Gualtieri, che comprende anche più di tremila esemplari raccolti dal naturalista olandese Georg Eberhard Rumphius con le riproduzioni cartacee fedeli e sovrapponibili che furono studiate da Linneo, il che rende i reperti di questa collezione gli olotipi delle specie descritte.
Camera delle meraviglie
Alla fine della galleria, in una stanza adiacente, è stata replicata una tipica camera delle meraviglie, o wunderkammer, seicentesca alla quale si accede attraverso un'anticamera, nella quale, oltre al cranio di un ippopotamo e uno scheletro completo di dromedario, proveniente dalla tenuta di San Rossore, vi è la ricostruzione tridimensionale del quadro Lo scarabattolo di Domenico Remps. La scelta di ricreare proprio questo dipinto non è dovuta solo al fatto che esso riproduce una camera delle meraviglie, ma soprattutto al fatto che in essa è raffigurato il cranio pietrificato con corallo già presente nell'inventario del museo all'epoca di Francesco I di Lorena e ancora oggi esposto nella wunderkammer.
Dall'anticamera si accede poi alla Camera delle meraviglie vera e propria, che è stata il primo nucleo delle collezioni del museo da quando Ferdinando I de' Medici ne chiese l'istituzione presso il giardino dei semplici pisano. In queste camere venivano raccolti reperti naturali e non, suddivisi in tre categorie: i naturalia, reperti naturali, i curiosa, oggetti strani e curiosi, e gli artificialia, particolari oggetti modificati. Gli oggetti oggi qui contenuti sono di varie epoche, anche molto recenti; tuttavia ve ne sono alcuni di importanza storica in quanto già citati nell'inventario (Indice di cose naturali) redatto presumibilmente da Niccolò Stenone su richiesta del Granduca Francesco I di Lorena nel XVIII secolo, tra cui, come esempi di curiosia e naturalia, una mano di corallo che "fa castagna", gesto scaramantico e volgare, e i crani di un bucero rinoceronte e di un bucero cespuglioso, rari uccelli delle Indie orientali, all'epoca spacciati per crani di Araba Fenice. Tra gli artificialia storici troviamo invece due conchiglie lavorate e messe in oro; una catena di denti di scimmia legati in filo e il teschio umano pietrificato con sopra montato un rametto di corallo rosso che in passato si pensava fosse di formazione naturale e che venne descritto nell'inventario come "testa umana pietrificata sopra la quale è nata una branchetta di corallo".
Nella wunderkammer è presente anche un dente di narvalo, simbolo di fertilità che si pensava fosse il corno del mitico unicorno. Tuttavia, il 6 marzo 2015 il Museo ha subito il furto di un altro dente di narvalo e di un corno di rinoceronte risalenti al XVII secolo, anch'essi conservati in questa sala. Dopo questo furto, del valore di oltre 30.000 euro, il sistema di videosorveglianza interna è stato rafforzato.
Sezione anfibi e rettili La galleria degli anfibi e dei rettili espone reperti provenienti dalla collezione storica del Museo qui suddivisi con criterio tassonomico.
Nella prima sezione sono esposti esemplari di anfibi tassidermizzati e conservati in formalina. Tra i reperti più importanti vi è una salamandra gigante giapponese, la seconda salamandra più grande del mondo. Il resto della sala è dedicato ai rettili, suddivisi negli ordini ancora viventi: Crocodylia, Testudines, Squamata e Rhynchocephalia.
Nella sezione dei loricati sono esposti un alligatore, un caimano comune, uno scheletro di alligatore del Mississippi e un cranio di gaviale.