Diario è una delle tre sezioni dell'imponente opera del filosofo danese Søren Kierkegaard intitolata Papirer, ovvero Carte, scritta fra il 1834 e l'anno della sua morte, il 1855.Papirer [Carte]: I-XVI, 25 tomi, a cura di Niels Thulstrup, Gyldendalske Boghandel, Nordisk Forlag, Copenaghen 1968-1970. I primi 11 volumi (in 20 tomi) riproducono la precedente edizione dei Papirer, a cura di Peter Andreas Heiberg, Victor Kuhr ed Einer Torsting, 1909-49; i volumi 12 e 13 contengono le carte contenenti appunti, citazioni di letture, sunti e annotazioni di lezioni seguite all'Università di Copenaghen e all'Università di Berlino. I volumi sono divisi in 3 sezioni: A. Diario, B. Abbozzi e progetti di libri e prefazioni; C. Appunti, estratti e annotazioni varie. I volumi da 14 a 16, a cura di Niels Jørgen Cappelørn, contengono l'Index.. Nel Diario, il filosofo ha raccolto nel tempo i suoi pensieri e le sue profonde angosce, le sue considerazioni teologiche e filosofiche, nonché le ampie polemiche rivolte alla sua chiesa e ai suoi più alti rappresentanti, non risparmiando i filosofi, in particolar modo quelli che si definivano cristiani.
Nota sull'opera Il Diario di Søren Kierkegaard, nell'edizione originale integrale danese è composta da 22 volumiSono tradotti in italiano presso la Morcelliana di Brescia a partire dal 1948. Oggi è in corso una quarta edizione che a settembre 2018 vede completati i primi tre volumi.. La voce relativa a questa pagina è basata sull'edizione "ridotta"Morcelliana, Brescia 1962; Rizzoli Editore, Milano 1975; RCS Libri, Milano 2000; Bur - Rizzoli, Milano 1975 (prima edizione); 2007 (undicesima edizione). o editio minorIntroduzione, 2007, p. 23. curata dal teologo e filosofo italiano Cornelio Fabro, uno dei massimi studiosi e commentatori delle opere del filosofo danese, e fa riferimento ad estratti della editio maior pubblicata nel 1962Avvertenza, ed. 2007, p. 30., e composta in italiano da 12 volumi.
Struttura dell'opera L'operaSi fa riferimento esclusivamente alla editio minor di Cornelio Fabro, undicesima edizione del 2007. è suddivisa in tre parti principali (vita, fede e pensiero), oltre a un'introduzione del curatore del Diario. Ha un totale di dodici temi centrali (quattro per parte) introdotti da una premessa fatta dal curatore. Ogni parte a sua volta ha diversi paragrafi numerati«I numeri rimandano alla numerazione progressiva della editio maior del diario pubblicata presso la Morcelliana, II ed., Brescia, 1962» che affrontano temi diversi.
Il Diario è schematicamente così strutturato: Introduzione (a cura di Cornelio Fabro) Parte prima, La crisi della vita: Premessa. Su me stesso. Il rapporto al padre. Il rapporto a Regina. Il rapporto a Mynster. Parte seconda, La crisi del pensiero: Premessa. Il rapporto all'ambiente. Critica alla filosofia del tempo. Il «singolo» e la folla. L'io e la libertà. Parte terza, La crisi della fede: Premessa. Il tradimento della cristianità. Ragione e fede. Il «paradosso». Imitazione e contemporaneità.
Ogni sezione segue l'ordine cronologico delle annotazioni di Kierkegaard, da quando cominciò la scrittura del Diario fino alla morte, il che permette di conoscere l'evoluzione del suo pensiero nel tempo.
Riassunto dell'opera
Introduzione Definito «uomo moderno, più di quant'altri» che «sa avvertire con coscienza profetica e con occhio infallibile i "segni dei tempi"», Kierkegaard ha il merito di aver previsto "la caduta dell'Occidente, che intravede come risvolto negativo, nell'avanzare dei nuovi idoli della scienza e della democrazia, distruttrici della trascendenza e della libertà". Vissuto nell'epoca del "razionalismo illuministico" che vede incalzare il "dominante romanticismo antropologico", Kierkegaard "sceglie l'isolamento" nell'unico rifugio che è la categoria del "singolo" dove intravede "la possibilità del nulla" «che sottende la vita e la libertà».
"L'intensità di concentrazione interiore" di Kierkegaard, è per il curatore dell'introduzione all'opera, una qualità che non trova riscontri «nella storia spirituale dell'Occidente», neppure fra grandi come lo furono Seneca, Agostino, Pascal, Vico, Nietzsche o Dostoevskij. Resa, la sua opera, inaccessibile per quasi un secolo, proprio per la ricchezza e la complessità dei temi, il presentatore dell'opera si augura che gli «autentici kierkegaardiani» in un prossimo futuro riescano «a dissipare la foschia» che la Kierkegaard Renaissance si ostina a mantenere intorno al filosofo.
Fra le molteplici opere di Kierkegaard suddivise in tre gruppi: opere pseudonime, opere pubblicate col suo nome e «Carte» (Papirer) «di cui la parte più interessante è data dal Journal o Diario», il Diario è "l'opera che egli scrisse per sé". Discontinuo sia come contenuto sia come compilazione, è l'unica opera che rivela come nessun'altra il proprio animo. La sincerità e l'intimità del Kierkegaard interiore "l'avvicinano per la commozione di stile alle Confessioni di Sant'Agostino". L'opera inoltre rappresenta la chiave di lettura e di raccordo delle sue opere, dalle pseudonime a quelle pubblicate con il suo nome. La produzione di questi suoi appunti è gigantesca proprio perché rappresenta i "casi" della sua vita che si concluderanno solo con la sua morte, e infatti il suo ultimo scritto risale solo a poche settimane prima del suo decesso, ed è datato al 25 settembre 1855.
La selezione dell'edizione italiana (editio minor) del Diario è destinata per il suo carattere informativo, come osserva il curatore dell'introduzione, non agli specialisti di studi kierkegaardiani bensì a un «pubblico di buona cultura». In questa edizione si è preferito all'ordine cronologico della disposizione dei testi (come nell'edizione originale), quello tematico diviso in tre parti: I. La crisi della vita; II. La crisi del pensiero; III. La crisi della fede. All'interno di ognuna delle tre parti si è però seguito l'ordine cronologico proprio per stabilire lo "sviluppo" nel tempo degli avvenimenti. Le note sono quelle brevi del filosofo, mentre sono state omesse le cosiddette note-commento contenute nelleditio maior. Questa edizione minore quindi si pone lo scopo di stimolare alla fine il lettore al passaggio della "edizione maggiore" «per immergersi in quella dialettica della vita e della fede dove il mare, secondo l'espressione dello stesso Kierkegaard, misura la profondità di 70.000 piedi».
Ma questa edizione del Diario, pur così "ridotta", non è da ritenersi di minore importanza, come scrive il curatore con una nota polemica. Nella parte conclusiva della sua introduzione infatti scrive: «Anche così ridotto, tuttavia esso è in grado di dissipare errori ed equivoci di interpretazioni aberranti da parte del positivismo e dell'idealismo, assorbiti passivamente anche dalla cultura filosofica italiana».
Parte prima: La crisi della vita Premessa
Tutta la vita di Kierkegaard è riflessa nella sua copiosa produzione, quindi a parte il Diario, anche nei Discorsi edificanti e negli scritti pseudonimi (di cui il frammento 3064, riportato sopra nella citazione, è un esempio).
Troviamo da subito e già nel 1843 con Aut-Aut accenni alla sua vita privata e alla sua malinconia. Nello stesso anno, con le opere Timore e tremore (1843) e La ripetizione (1843) (due opere dove usa gli pseudonimi Johannes de Silentio e Constantin Constantius), non è tanto Abramo con il sacrificio di Isacco o Giobbe e le sue pene e «neppure soltanto suo padre» l'unico tema degli scritti, bensì «è lui stesso nel suo "rapporto sacrificale" al Cristianesimo ossia nel destino di vittima, della dedizione totale all'idea che questo esige», vedi appunto il frammento 3064 della citazione, descritto come un racconto che narra «con un virtuosismo esasperante la forza di trascinamento che la dialettica delle idee aveva sul giovanetto alle prese con le prime impressioni della vita». Due anni dopo, nel 1845 Kierkegaard riprende la stessa dialettica con l'opera: Gli stadi sulla via della vita, che descrive momenti cruciali della sua esistenza, e lo fa con forti richiami al mondo biblico. Nelle opere Briciole di filosofia (1844) e Postilla conclusiva non scientifica alle briciole filosofiche (1846) (dove il filosofo usa lo pseudonimo Johannes Climacus), Kierkegaard «esprime il suo impegno di chiarire, a soluzione e compimento della precedente dialettica della vita, la dialettica della ragione in direzione della fede» proprio come nella La malattia mortale (1849) ed Esercizio di cristianesimo (1850) dove viene mostrato «l'impegno radicale che il Cristianesimo esige da un cristiano coerente».
Questa prima parte del Diario quindi rivelerà «il vero protagonista del suo aspirare, la fonte dei suoi turbamenti e delle sue speranze, che'è Dio» e il suo rapporto con l'uomo, il tutto «come dialettica della libertà nella tensione di finito-Infinito e di tempo-eternità»
Su me stesso Kierkegaard, solo, triste e riflessivo, parliamo di un Kierkegaard che ha solo 22 anni, in quella sua giovane esistenza ha solo pochi motivi di gioia. Uno di questi motivi gioiosi è provato dai momenti in cui medita sui suoi cari morti, morti che sembravano tanto "vivi" da sembrare venirgli incontro. Questo gli procura una sensazione di "vero riposo". Un altro motivo era dato dalla sua permanenza sulla spiaggia del mare: «[...] mentre rimanevo così solo e abbandonato e l'impeto del mare e la violenza delle onde mi ricordavano il mio nulla e d'altra parte il volo sicuro degli uccelli mi faceva venire in mente la parola di Cristo che "neppure un passero cade in terra senza la volontà del Padre Celeste" (Mt ) io provavo insieme e la mia grandezza e la mia piccolezza, e queste due grandi potenze l'orgoglio e l'umiltà alla fine si fondevano in me armoniosamente.» Era poi il grido del gabbiano, scrive Kierkegaard, che lo scuoteva, riportandolo al mondo reale e ricordandogli che era solo, solitudine che il filosofo in tutti i casi preferisce al «brusio del mondo» cui è costretto prima o poi a far ritorno. La riflessione sull'imponenza della natura, lo rende umile. Infatti per imparare la vera umiltà (stava parlando dello stato interiore che il filosofo provava in quel momento di meditazione) l'uomo deve sottrarsi a quello che il filosofo chiama «rumore del mondo» imitando proprio lo stesso Cristo che a volte si ritirò (Mt ) anche quando il popolo lo voleva proclamarlo re (Gv ). Nella vera umiltà l'uomo «sente ad un tempo la sua grandezza e la sua piccolezza, senza bisogno dell'osservazione di Fichte (nel suo Die Bestimmung des Menschen)La frase di Fichte: "Un tutto organico, che proceda in tutte le sue parti da un unico punto centrale e nuovamente vi faccia riferimento, non apparirà mai nelle esposizioni di quest’epoca, ma queste esposizioni somiglieranno a della sabbia lanciata in aria, in cui ogni granello è precisamente per sé anche un tutto, e tutti non sono tenuti insieme che dall'aria vuota." si trova nel saggio Die Grundzüge des gegenwärtigen Zeitalters, (1805; Gesamtausgabe, I, 8, pp. 206-207); tr. it. a cura di A. Carrano, I tratti fondamentali dell’epoca presente, Milano, Guerini, 1999, pp. 97-98. del granello di sabbia come costitutivo del mondo: frase che rasenta la pazzia» - 29 luglio 1835.
In questa data Kierkegaard fa un appunto sull'incomprensione della gente nei suoi confronti: «La gente mi comprende così poco che non comprende neppure i miei lamenti perché non mi comprende» - febbraio 1836.
Il filosofo annota di una riunione di "salotto" dove i «motti di spirito scoppiettavano» sulle sue labbra. Kierkegaard non è nuovo a questo tipo di "riunioni" nella Copenaghen bene, «tutti ridevano e mi ammiravano - ma io me ne andai» - 18 aprile 1836.