La chiesa di Santo Stefano al Ponte è un luogo di culto cattolico situato a Firenze nei pressi del Ponte Vecchio, cui deve il suo nome. Si trova nella piccola omonima piazza Santo Stefano. La chiesa è il risultato di più interventi nel corso dei secoli. Tra questi spicca quello seicentesco che rimodellò l'interno, creando un'originalissima architettura di linee spezzate, priva di qualsiasi curva.

Storia Dal Medioevo al XVIII secolo

Santo Stefano al Ponte Vecchio è documentata già nel 1116, nel primo elenco di chiese fiorentine conosciuto, anche se probabilmente venne fondata molto tempo prima. Le leggende cittadine tramandate dal Basso Medioevo in poi, la vogliono esistente ai tempi di Carlo Magno, tanto che sull'antico portale della chiesa era inchiodato un ferro di mula che si diceva perso dall'imperatore mentre si recava a Roma per l'incoronazione dell'anno 800. Oltre che Santo Stefano ad pontem, la chiesa era detta anche ad portam ferream, con riferimento ai battenti ricoperti di metallo della vicina Porta Santa Maria, e anche "dei Lamberti", da una delle prime famiglie che ne fu patronaBargellini-Guarnieri, p. 117..

Altre famiglie che vi tennero tombe e cappelle furono i Gherardini di Montagliari (sepoltura di Lotteringo Gherardini, morto nel 1303), i Girolami, i Riccomanni, i Baldovinetti, i Bertoldi, i Bellandi, i Ragaletti, i Gucci e i Bartolommei, tutte residenti nella sua parrocchia.

Fra XIII e XIV secolo essa assunse l'aspetto attuale con tre monofore nella parte superiore ed un portale al centro in marmo bianco e verde (1233 circa): venne creata la navata unica, più lunga e più larga, vennero aggiunte le tre cappelle del coro e rifatto il tetto con capriate a vista, probabilmente dipinte. Qui si riunirono temporaneamente alcune Arti di Firenze tra XIII e XIV secolo, come l'Arte dei Fabbri, dei Chiavaioli o quella dei Legnaioli.

La chiesa doveva godere di una certa reputazione se in occasione dell'elezione dei capi della città era riservato al priore di Santo Stefano l'onore di celebrare la messa. Nel XV secolo venne creato il chiostro, che presenta delle bifore in pietra serena dal taglio brunelleschiano.

Passata agli Agostiniani della Congregazione di Lecceto nel 1585, la chiesa venne unita dal 1591 alla demolita San Pier Scheraggio e a partire da quel periodo fu oggetto di radicali ristrutturazioni specialmente nel Seicento. Gli Agostiniani acquistarono nel 1515 anche l'edificio limitrofo, detto Torre degli Importuni. I primi interventi nella chiesa riguardarono la creazione di nuovi altari laterali, secondo i dettami del Concilio di Trento. Tra il 1631 e il 1641 l'interno venne completamente rimodellato, su progetto di un architetto ignoto (forse Andrea Arrighetti o Ferdinando Tacca) e probabilmente con un consistente apporto creativo anche del committente stesso, Anton Maria Bartolommei; i lavori vennero portati a compimento dagli eredi del marchese nel 1655. Furono riadattati anche il coro e la cripta.

Nel 1783 Santo Stefano ottenne anche il titolo della scomparsa chiesa di Santa Cecilia, ricevendone molti arredi e venendo riconsacrata dall'arcivescovo Antonio Martini come prioria dei Santi Stefano e Cecilia il 14 ottobre 1787. Dal 1790, per qualche anno, vi si riunì la Compagnia di Sant'Anna dei Palafrenieri.

Attribuzione e modelli

Molto discussa è l'attribuzione dell'architettura di Santo Stefano nella redazione seicentesca. In base ai documenti d'archivio si sono trovati i nomi di Andrea Arringhetti, che però è noto solo come ingegnere idraulico, e di Ferdinando Tacca, che però viene pagato solo per le opere di scultura. Alcuni hanno fatto il nome di Pietro Tacca (Paatz e altri), ma ciò è dovuto a un errore di interpretazione dei documenti originali, dove il grande scultore è citato solo come padre di FerdinandoSpagnesi, cit., pag. 16..

Un'ipotesi tra le più accreditate è quella che vuole attivo nel processo creativo lo stesso committente, il marchese Anton Maria Bartolommei, che vi "operava a suo capriccio"Da una nota lasciata dal Rosselli, contemporaneo del marchese. L'originale uso delle linee spezzate al posto delle curve non ha una spiegazione certa, ma un'ipotesi lo collega alle teorie di Galileo Galilei, del quale il Bartolommei fu estimatore, secondo le quali la scienza riconduceva il divino e l'incomprensibile a forme intelligibili tramite esperimenti: analogamente per arrivare a calcolare con una certa esattezza il cerchio (simbolo del divino) si doveva procedere a successive approssimazioni sulle spezzate dei poliedri.

L'uso sistematico del dodecaedro e delle volte sfaccettate in architettura sembrano essere senza precedenti, fatti unici come altre opere fiorentine di estrema originalità (come il prospetto sul cortile di Palazzo Pitti dell'Ammannati o il Palazzo Zuccari). Il modello più vicino per lo schema generale della disposizione architettonica è rintracciabile nella Cappella dei Principi di San Lorenzo o in opere michelangiolesche come le absidi esterne di San Pietro in Vaticano o ancora in opere a base ottagonale come la tribuna degli Uffizi del Buontalenti o la fontana del Carciofo dell'Ammannati. Questi modelli però non sono sufficienti a spiegare l'interno di Santo Stefano, con l'arcone così alto, con gli inserti in pietra serena sfaccettata, che sembrano simili piuttosto alle fantastiche costruzioni degli stipi in legno e pietre dure.

XIX e XX secolo

Durante le ristrutturazioni del centro cittadino tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, a Santo Stefano pervenne la grandiosa scalinata con balaustra, capolavoro manierista di Bernardo Buontalenti, dalla basilica di Santa Trinita (che era stata ristrutturata riportandola alle forme gotiche) e altri arredi tra cui l'altare di Giambologna. Anche Santo Stefano venne quindi radicalmente restaurata, ritrovando le bifore romaniche sulla facciata e la nicchia gotica all'interno, mentre la cripta veniva travolta con la costruzione di muri di sostegno per tenere la scalinata di Santa Trinità.

La chiesa è stata duramente colpita nell'ultima guerra mondiale e dall'alluvione del 1966. In particolare il 4 agosto 1944 le truppe tedesche in ritirata, con l'obiettivo di coprire di macerie tutti gli accessi al ponte Vecchio, distrussero tutti gli edifici a ridosso di via Por Santa Maria, sfollando preventivamente la popolazione. Particolarmente tragica fu la vicenda del parroco di Santo Stefano, Pietro Veneziani che, essendo priore e quindi responsabile a vita della sua chiesa, a 92 anni si rifiutò di abbandonare l'edificio, tanto che pur mobilitato l'arcivescovo, si riuscì solo a farlo andare nell'androne di palazzo Bartolommei, collegato alla chiesa stessa, dove venne ritrovato morto dopo le esplosioniBargellini-Guarnieri, p. 119..

Il 31 ottobre 1981 venne riaperta al culto, al termine di una mostra intitolata Firenze e la Toscana religiosa nel Cinquecento (16 marzo - 15 giugno 1980), con un nuovo parroco. Venne all'epoca pubblicato un libretto di Cenni storico-artistici. Nel 1986 venne di nuovo soppressa per la riduzione delle parrocchie nel centro storico cittadino a causa dello spopolamento. In quell'occasione l'arcidiocesi cancellò ben 180 parrocchie. A Santo Stefano, in particolare nella sagrestia, nella Cappella degli Orafi e in altri vani attigui alla chiesa, confluirono opere d'arte provenienti dalle chiese non più officiate che andarono a costituire il nucleo iniziale del Museo diocesano.

Da allora la chiesa, per alcuni anni, divenne lauditorium dell'Orchestra regionale toscana.

In occasione dell'attentato di via dei Georgofili del 27 maggio 1993 subì gravi danni, ma venne presto restaurata. In quell'occasione venne anche riscoperto un affresco quattrocentesco di scuola botticelliana raffigurante Tobia e l'arcangelo Raffaele, in un vano presso l'altare di Santo Stefano inglobato nel Palazzo Bartolommei, che un tempo dava direttamente sull'antico tracciato di via Lambertesca.

A partire dal 2015, Santo Stefano al Ponte ospita le mostre interattive di Crossmedia Group..

In seguito, a partire dal 2016, si tengono settimanalmente concerti di tributo ai famosi "Tre Tenori", noti a Firenze con il nome di "The Three Tenors - Nessun Dorma"

Descrizione Le fasi costruttive di Santo Stefano al Ponte sono essenzialmente tre: una romanica, della quale resta solo la parte inferiore della facciata, una gotica e una del barocco fiorentino.

Facciata La facciata conserva tracce dell'assetto romanico nella parte inferiore. Al centro si apre un portale sormontato da lunetta a tutto sesto (con un oculo) e incorniciato da un ricco paramento bicromo in marmo bianco e marmo verde di Prato. Le due porte laterali sono di struttura simile ma più piccole e prive di incrostazioni marmoree: la loro presenza rivela come anticamente la chiesa dovesse essere a tre navate. Nelle lunette laterali si trovano due rosoncini a forma di ruota e sopra di esse si aprono due bifore con colonnina e archivolto incrostato di marmi bicolore. La parte superiore della facciata ha un paramento a bozze più lisce e regolari che tradisce una datazione più moderna, fatta tra il XIII secolo e gli inizi del XIV. Vi si aprono tre finestre ad arco e una nicchia centrale con colonnine su peducci. Il coronamento a capanna è decorato da archetti pensili.

Interno

La parte più antica, di epoca gotica, è quella fino al terzo altare laterale; la parte finale della navata è successiva, con il tetto più alto di circa due metri e finestre lucifere nel muro di collegamento.

I grandi altari cinquecenteschi ai lati riprendono il modello di quelli vasariani in Santa Croce, con timpano spezzato con medaglioni al centro, che in questo caso portano il monogramma di San Bernardino da Siena, forse in visita alla chiesa nel 1424. Si ha anche notizia di una pala del Beato Angelico commissionata dai Gherardini nel 1418 per adornare la propria Cappella ed oggi perduta.

Il complesso delle decorazioni seicentesche volute dal marchese Bartolommei è imponente e ricco, ma non sovraccarico, secondo l'attenta misura del barocco fiorentino. La tribuna si apre con un grande fondale scenografico alla navata, che fa correre lo sguardo dell'osservatore in altezza e in profondità. Le membrature architettoniche sono tutte in pietra serena, che, secondo il più classico stile fiorentino-brunelleschiano, spiccano sull'intonaco bianco delle pareti. Il gioco di luci e ombre creato dai minuti elementi geometrici (i rilievi a scacchi, le spezzate, le sfaccettature, i dentelli) crea un effetto di "brulichio ordinato"Spagnesi, cit. pag. 22., che non dà all'occhio un attimo di posa. Ogni elemento curvilineo è accuratamente evitato: al posto del cerchio si trova il dodecaedro, al posto dell'arco una spezzata di sette lati (semi-dodecaedro), al posto della base curva nicchie e cupola a spicchi.

Il presbiterio è diviso in tre partizioni: la tribuna-cappella centrale e due cappelle laterali (delle quali però quella di sinistra è finta). La cappella centrale è inquadrata da un grande pseudo-arco (in realtà è un semi-dodecaedro) poggiante su poderosi pilastri con capitelli corinzi. Le facce centrali dei pilastri sono lisce, mentre quelle angolari contengono una decorazione a scacchiera con gigli, evidente richiamo allo stemma araldico dei Bartolommei. Oltre la trabeazione si trova un secondo ordine con lesene, finestre timpanate e balaustra in pietra serena, dove si apre anche la cantoria con l'organo. Sopra si imposta la cupola a spicchi, con tamburo e oculi, in omaggio a Santa Maria del Fiore.

In alto, nella navata, le capriate sono impostate su un cornicione sporgente retto da mensole a volute d'acanto. Il fregio sottostante è composto da oculi pseudo-ovali (anche qui tornano le linee spezzate) intervallate da rilievi di cherubini.