è un termine giapponese della tradizione Zen, composto dai caratteri Ken che significa "vedere", e shō con cui si intende "essenza", "Natura di Buddha".

Il Kensho è una prima intuizione del risveglio, di percezione della Vacuità che è l'obiettivo della pratica Zen, propedeutica e non coincidente con l'illuminazione totale.. Dev'essere seguita, perché possa portare frutto nella pratica, da un addestramento ulteriore per approfondire questa prima visione ed imparare ad esprimerne la consapevolezza nella vita quotidiana....

Terminologia Il termine Kensho spesso viene alternato con il termine satori, derivato dal verbo satoru. che significa "realizzazione, comprensione". Secondo Fischer-Schreiber, kenshō e satori sono grossomodo sinonimi; viene però distinto kenshō per intendere una realizzazione iniziale che deve essere approfondita, e satori per intendere la realizzazione della Natura di Buddha di un risvegliato o di un patriarca...

La tradizione buddista giapponese mantiene una ricchezza di termini riferibili ad "illuminazione": risveglio (kaku), vero risveglio (shōgaku), perfetto risveglio, liberazione (gedatsu), confermazione (shō), Grande Morte (daishi), illuminazione solitaria (mushi dokugo), piena penetrazione della Natura di Buddha (taigo tettei), e completo perfetto risveglio (anokutara sanmyaku sanbodai).. Viene usato anche il termine Daigo. Il termine cinese corrispondente a kensho è jianxing (见性), composto dai caratteri: jian 見 "vedere, osservare, percepire" e xing 性 "natura originaria".

A loro volta, i monaci buddisti che compilarono le traduzioni cinesi dei sutra dovettero affrontare numerose complicazioni linguistiche: scelsero infatti il termine jian (見) per tradurre il vocabolo sanscrito dṛś (दृश्), che significa "vedere, osservare" e il concetto buddista di "visione", "saggezza", e il termine xing 性 o zixing 自性 "propria natura" per il sanscrito svabhāva स्वभाव "natura intrinseca, vera natura".

Quindi,jianxing era la traduzione per dṛṣṭi-svabhāva: la visione della propria natura autentica.

Il primo riferimento al termine jianxing si può trovare nel Sutra della Piattaforma cinese, risalente al VII secolo d.C.Hanyu Da Cidian 汉语大词典, vol. 10, p. 314.

Le traduzioni successive furono le seguenti: kenshō 見性 or ケンショウ in giapponese, kyŏnsŏng 견성 in coreano, kiến tính in vietnamita.

Definizioni ad opera di praticanti Zen Alcuni studiosi buddisti hanno definito in questo modo l'esperienza del kensho: Daisetsu Teitarō Suzuki: "Vedere nella propria natura o l'apertura del satori",. "Quell'acquisizione di un nuovo punto di vista sul nostro rapporto con la vita e il mondo è chiamata "satori" dagli studenti giapponesi. È davvero un altro termine per definire l'illuminazione".. Dumoulin (1988/2005): "L'illuminazione è descritta qui come un'intuizione di una natura intima in unione con tutta la realtà in un presente eterno, come una visione che rimuove tutte le distinzioni. Quest'illuminazione è il fulcro e l'obiettivo della via dello Zen. Hakuin preferisce il termine "vedere nella natura dell'uno" che per lui intende la realtà assoluta, nonostante Natura di Buddha, Dharmakaya, la saggezza intuitiva, (prajna), e la vacuità (sunyata), il volto originario e altre espressioni della tavolozza variopinta del vocabolario Mahayana erano tutti termini a lui famigliari, appresi dal suo studio costante dei sutra e della letteratura Zen".. Peter Harvey (1990): "È una salvifica realizzazione di che cosa sia la natura intima di una persona, la mente originaria è direttamente conosciuta come una vacuità illuminante, una quiddità dinamica e immanente nel mondo"..

Nozioni ulteriori Il termine kenshō fa riferimento alla realizzazione della non-dualità del soggetto e dell'oggetto. ma il termine può essere applicato anche ad altri contesti..

Il kenshō non rappresenta solo una singola esperienza, ma talvolta rimanda ad una serie completa di realizzazioni dallo sguardo superficiale di un principiante sulla natura della mente fino alla visione del vuoto equivalente alla Bhumi o alla natura di Buddha stessa. In tutti questi casi, viene realizzata la stessa esperienza, ma in diversi gradi di chiarezza e di profondità..

Intuizione o esperienza? Il kensho è un'intuizione, una comprensione della realtà per come è.. Le concezioni contemporanee definiscono anche il kensho come un'"esperienza". Il termine "esperienza dell'illuminazione" è tautologico per sé stesso, come dire "Il Kensho è l'esperienza del kensho".

La nozione di "esperienza" si adatta a una serie conosciuta di dicotomia: pura, immediata invece di mediata, graduale; non-cognitiva invece di cognitiva; intuitiva invece di intellettuale; irrazionale invece di razionale; ineffabile invece di discorsiva; non-proposizionale invece di proposizionale..

La nozione di "pura esperienza" (junsui kuiken) per intendere e capire il significato di kensho è stata introdotta da Kitaro Nishida nel suo Colloquio sul Bene (1911), sotto l'influenza di una "sua qualche idiosincratistica lettura della filosofia occidentale".. Soprattutto William James, che scrisse The Varieties of Religious Experience. Victor Sogen Hori, studioso giapponese, nota che Kitaro Nishida cercò, nonostante l'uso di una terminologia occidentale, di esprimere il senso di insegnamenti basilari del Buddismo Mahayana: "Egli ha preso in prestito, per esempio, il termine junsui keiken, "esperienza pura", da William James, ma successivamente arrivò a dire che, mentre per James l'esperienza individuale precedeva l'esperienza pura, per lui, l'esperienza pura era alla base di quella individuale. Questo capovolgimento di senso rese la nozione di Nishida di pura esperienza richiamasse meno la psicologia di William James e più la nozione Mahayana di sunyata"..

La nozione di "esperienza" è stata criticata.... Robert Sharf fa notare che "esperienza" è un tipico termine occidentale, che ha trovato la sua via per la religiosità asiatica attraverso influenze occidentali. La nozione di esperienza involtre sovraenfatizza il kensho, come se fosse il solo obiettivo dell'addestramento Zen, dove per la tradizione Zen vale che "l'odore di Zen". dev'essere rimosso e l'"esperienza" del kensho dev'essere integrata nella vita quotidiana.. Nella scuola Rinzai questo addestramento post-satori include lo studio e la padronanza di grandi quantità di poesia classica cinese, che è lontana da essere "universale" e da trascendere la cultura. Al contrario, richiede un'educazione in un linguaggio specifico e in un comportamento che è regolato da specifiche e rigide norme culturali.. Enfatizzare il termine "esperienza" riduce la dialettica sofisticata della dottrina e della pratica Zen a meri concetti astratti o ad un set di tecniche intese ad inculcare questo tipo di esperienza..

Esperienze di kensho Esempi classici I testi Zen classici, come il Kao-seng-chuan ("Biografie di monaci eminenti") e l'elenco di trasmissioni chiamato La trasmissione della Lampada, il genere "yu-lu", che riporta detti di maestri, tra cui il celebre Linchi Lu (giapp: Rinzai Roku) e varie raccolte di koan contengono relazioni di "esperienze di illuminazione". Questi rapporti non sono relazioni orali di simili esperienze, ma testi finemente composti, scritti decenni o persino decadi dopo i supposti dialoghi. Il Dentoroku, "La memoria della Trasmissione della Lampada", scritto da Keizan Jōkin 瑩山紹瑾 (1268–1325), rappresenta un esempio di questo genere. Esso contiene memorie letterarie dei patriarchi riconosciuti nel lignaggio Soto, dal Buddha Shakyamuni al successore di Dogen Koun Ejō, nei quali il kensho gioca un ruolo essenziale. I racconti non sono da prendere come resoconti letterali di risveglio, ma come documenti per legittimare la scuola di Dogen, che nei suoi primi anni vedeva un feroce conflitto interno a proposito della definizione del corretto lignaggio. Il Dentoroku dà il seguente resoconto del risveglio di Dogen:

Sebbene nella tradizione Zen si sia riluttanti a parlare apertamente della propria esperienza del Kensho, nei testi Zen possono essere trovate anche testimonianze in prima persona. Hakuin così descrive il suo primo kensho, all'età di ventun'anni.:

Questo tipo di kensho non fu riconosciuto dal maestro Shoju Rojin, che sottopose ad Hakuin un ulteriore addestramento sui koan. Hakuin ebbe invece successo con un secondo kensho, dopo il quale egli avrebbe lasciato il suo maestro. Accadde solo quando egli ebbe 41 anni, e ottenne "la sua finale grande illuminazione"

Keido Fukushima, un abate Rinzai del XX secolo, diede la seguente descrizione:

Altre testimonianze possono essere trovate in mezzo alla letteratura Zen. In I tre pilastri dello Zen, Philippe Kapleau fornisce dieci casi diversi di praticanti a lui contemporanei, incluso il suo con le iniziali "KP" Altri casi famosi riportati personalmente sono quelli del kensho dello studioso Sekida., quello di Satomi, che divento uno con il mu-koan, classico tipo di kensho della Sanbo Kyodan... Altrettanto famoso è il caso della monaca Maura Soshin O'Halloran, che riporta le sue testimonianze nella biografia Cuore Puro, Mente Illuminata.

Kensho "autodidatta" Qualche volta viene testimoniato di kensho ottenuti senza l'aiuto di un maestro. Per esempio Richard Clarke, che studiò con Philip Kapleau, affermò di aver avuto un kensho spontaneo all'età di 13 anni. Dennis Genpo Merzel riporta invece di una sua esperienza di risveglio nel 1971:

La letteratura Zen fornisce altre numerose descrizioni di "kensho spontanei: Lo studioso Sekida indica l'esempio di una donna, di cui la "forte pressione interiore" (gidan) non ha mai cessato di bussare alla porta della sua mente, domandando di essere realizzata: "Un giorno, quando stava per farsi un bagno, subi un particolare cambiamento. Nonostante questo sarebbe stato più tardi confermato come un kensho da un maestro, lei non aveva idea di che cosa questo significasse".. Philip Kapleau riportò invece il caso di un uomo che ebbe un kensho, descritto da uno psicanalista come "esperienza di conversione".

Addestramento per il kenshō Secondo il buddhologo Ian Harris, lavorare verso il kensho rappresenta di solito un lungo processo che si protrae per anni o persino decenni . Contrariamente, il prof. Victor Hori nota che con uno studio intenso dei koan è possibile ottenere una prima intuizione entro sei mesi di pratica.. Quest'affermazione sembra trovare una conferma nell'esperienza della monaca Houn Jiyu-Kennett, che ottenne appunto in kensho dopo sei mesi di pratica in un monastero Soto.

È bene ora distinguere un'esperienza di kensho dalle varie allucinazioni e lievi disturbi che possono sorgere in una pratica intensa. Essi sono definiti makyo. Distinguerli dal vero kensho è il primo compito del maestro, qualora il discepolo dovesse erroneamente convincersi di avere raggiunto un'illuminazione incontrandone uno.

È noto che l'approccio alla pratica per il kensho è differente a seconda delle tradizioni: mentre la pratica tradizionale Soto si distingue per un approccio graduale, basato su sessioni di meditazione seduta e di studi su koan poco frequenti, lasciando che l'intuizione arrivi da sé, la pratica tradizionale Rinzai è conosciuta per un uso intenso dei koan al fine di ottenere il kensho il prima possibile, per intensificare ulteriormente la pratica con uno stimolo in più.

Casistica di addestramenti Nella Rinzai-shu Nella scuola Rinzai, come già visto, il kensho è visto come indispensabile al fine di una pratica avanzata:

Nella pratica Rinzai, il praticante viene stimolato a porre sé stesso totalmente nello studio del koan attraverso ogni attività quotidiana per diventare uno con esso La parola Kensho in questo caso viene usata per descrivere la prima breccia nello studio dei Koan

Sōtō-shu Nella scuola Soto sono riconosciuti due tipi di risveglio.. Uno è relativo alla pratica di shikantaza,