è un vocabolo giapponese che significa "doppio suicidio". Nel linguaggio comune, il vocabolo è usato per indicare qualsiasi tipo di suicidio che avviene simultaneamente fra persone legate da vincoli affettivi, di solito amanti, o coniugi, o genitori e figli, o anche intere famiglie.
Storia Gli amanti che commettono shinjū credono che saranno uniti di nuovo in cielo; questa credenza è sorta in Giappone durante il periodo Edo, allorché si sostenne che il legame tra l'uomo e la donna proseguisse anche nell'altro mondo- Nell'Amidismo buddista si ritiene che attraverso il doppio suicidio ci si può avvicinare alla paradisiaca Sukhavati (Terra Pura)Carl B. Becker, Buddhist Views of Suicide and Euthanasia, Philosophy East and West, Vol. 40 N. 4 (ottobre 1990), pp. 543-555, University of Hawaii Press (on-line ).
I doppi suicidi sono abbastanza comuni nella storia del Giappone e costituiscono un tema importante del repertorio del teatro di marionette (Bunraku). Noto è il suicidio commesso, dopo numerosi e infruttuosi tentativi, dallo scrittore Osamu Dazai e dalla sua amante Tomie Yamazaki nel 1948. Nel teatro e nella tradizione letteraria giapponese, i doppi suicidi avvengono fra due amanti, laddove il ninjo ("sentimento personale" o amore per l'altro) è in contraddizione con il giri (le "convenzioni sociali" o gli obblighi familiari); l'esito tragico, generalmente noto al pubblico, è preceduto da un michiyuki, un breve viaggio durante il quale gli amanti rievocano i momenti più felici della loro vita e del loro amoreDonald Keene, Bunraku: the art of the Japanese puppet theatr; photographs by Kaneko Hiroshi; with an introduction by Tanizaki Junichiro, Tokyo; New York; San Francisco: Kodansha International, 1965, ISBN 0870110152. Il drammaturgo Chikamatsu Monzaemon (1653 – 1724), per esempio, lo ha affrontato nei drammi Shinjū ten no Amijima (Doppio suicidio d'amore ad Amijima) del 1720 e Sonezaki shinjū (Gli amanti suicidi di Sonezaki) terminato nel 1703; il soggetto è stato affrontato anche nel film La donna che voleva morire diretto da Kōji Wakamatsu (1971).
Note
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