Biografia Figlio di Sebastiano, che nel 1861 ha fondato le ben note concerie Bocciardo di Genova, cresce nel periodo della scalata familiare ai vertici dell'alta borghesia industriale cittadina, dalla quale assimila le future capacità sia tecniche che direttive. Compie gli studi superiori e universitari a Torino, dove nel 1904 consegue la laurea in ingegneria e si perfeziona nelle costruzioni elettromeccaniche. L'appartenenza ad una famiglia rinomata nell'ambiente industriale facilita le sue prime esperienze sul campo e già nel 1907 assume la direzione della San Giorgio, impresa ben nota nel campo della costruzione di autovetture e di rotabili ferroviari. La sua nomina è stata voluta da Attilio Odero, fondatore degli omonimi cantieri navali, per affrontare una crisi legata ad un calo del mercato automobilistico e un aumento dei dazi doganali con l'Inghilterra. Bocciardo da subito prova delle sue indubbie capacità con una completa riorganizzazione che mantiene il settore ancora produttivo delle costruzioni ferrotranviarie nella sede di Pistoia ed avvia a Genova quello della meccanica di precisione (strumenti ottici e di misurazione) e delle apparecchiature elettromeccaniche per le navi.
La scelta si rivela vincente di li a pochi anni, quando con lo scoppio della guerra la San Giorgio si specializza nella produzione di telemetri e strumenti di mira per artiglieria occupando lo spazio lasciato libero sul mercato dalla concorrenza tedesca, scomparsa in quanto paese belligerante. La San Giorgio può approfittare delle tecnologie concorrenti senza tema di ricorsi e si distingue per l'elevata professionalità delle sue maestranze.
L'attività di fornitore delle forze armate gli vale nel 1918 la nomina a direttore generale del servizio materiali metallici del Ministero delle Armi e delle Munizioni. Il servizio, cui viene chiamato dal sottosegretario di Stato Cesare Nava, si occupa di controllare la produzione siderurgica nazionale e partecipa al comitato interalleato per la ripartizione delle materie prime necessarie a tale industria. Dopo l'armistizio viene nominato da Nitti Segretario generale della Giunta Esecutiva del Comitato Interministeriale per la liquidazione delle forniture di guerra, compito che porta a termine nel novembre del 1919. In entrambi gli incarichi Bocciardo si trova più volte al centro di polemiche per un presunto orientamento a favore o contro determinate imprese, ad esempio favorevole verso il gruppo Terni-Ilva degli Odero a danno dell'Ansaldo del gruppo Perrone. Le polemiche non vanno però oltre le ipotesi, e nessun rilievo ufficiale viene mosso al suo operato..
Nel 1920 chiede ed ottiene di poter tornare alla propria attività, chiamato da Odero ad assumere l'incarico di amministratore delegato delle acciaierie di Terni, uscite piuttosto malconce dal periodo della guerra. Il venir meno delle commesse militari e la crisi economica post-bellica hanno ridotto notevolmente la produzione ed avviato una congiuntura sfavorevole a causa del contenzioso col governo per i sopraprofitti di guerra e i crediti che l'azienda avanza per le forniture militari, col risultato che gran parte degli impianti sono inattivi e le maestranze senza lavoro. Con Bocciardo arrivano alla Terni le garanzie economiche della Banca Commerciale Italiana, di cui gode la fiducia e che già aveva consentito a suo tempo l'ingresso di Odero e Giuseppe Orlando, garanzie fondamentali per i consistenti investimenti economici che vengono messi in cantiere.
Il piano prevede di unificare le due grandi industrie della Valnerina, la Società degli Alti Forni e Fonderie di Terni e la Società Italiana per il Carburo di Calcio Acetilene ed altri Gas. Quest'ultima è andata incontro ad un graduale declino per il calo della domanda di acetilene per l'illuminazione, conseguente alla concorrenza della ben più pratica ed economica energia elettrica,. ciò che rende sempre meno produttiva la spesa di mantenimento di un grande impianto industriale, e con la società finirebbero a rischio le sue centrali idroelettriche, le concessioni per la derivazione delle acque del Velino e del Nera e la linea tranviaria extraurbana per Terni. Con la nuova ragione sociale Terni, Società per l'Industria e l'Elettricità nasce una nuova azienda dove la siderurgia è l'attività principale, con due grandi centrali idroelettriche capaci di sviluppare oltre Kw di energia, tre laghi artificiali capaci di di m³ d'acqua, due stabilimenti attivi nella chimica industriale e 3 200 dipendenti nel solo primo anno di attività.
Nel piano sono compresi l'attivazione di un cementificio a Spoleto (1923), la costruzione di una diga mobile sul Velino per sfruttare come bacino di invaso il lago di Piediluco e la firma di apposite convenzioni per la fornitura esclusiva di elettricità ai comuni circostanti.
Più o meno contemporaneamente, nel 1922, Bocciardo viene nominato presidente dell'Ilva,. l'altro grande polo siderurgico italiano al quale la Terni (direttamente ed attraverso la Società siderurgica di Savona), aveva a suo tempo dato vita assieme ai gruppi Elba e Bondi per la costruzione dello stabilimento di Bagnoli, previsto dal piano di industrializzazione di Napoli voluto dal ministro Nitti... Nel periodo della guerra, per sfruttare le opportunità offerte dalle commesse belliche, l'Ilva ha assunto partecipazioni o addirittura assorbito numerose piccole aziende dal settore minerario a quello elettrico, dalla navigazione al settore meccanico e cantieristico, contraendo debiti per centinaia di milioni che ad ostilità cessate non è stata in grado di onorare per la crisi del dopoguerra. Il principale creditore del gruppo, la banca commerciale, lo chiama a risolvere una situazione ormai insostenibile, col 95% del capitale andato in fumo e l'azienda ad un passo dalla dichiarazione di fallimento.
Il nuovo presidente ritiene che l'Ilva debba tornare alla sua originaria attività nella siderurgia, ciò che porta alla cessione di tutte le partecipazioni inutili a tale attività e ad una trattativa con Giorgio Falck, proprietario delle acciaierie omonime, che porta ad un nulla di fatto quando Jósef Leopold Toepliz, presidente della Banca Commerciale, la blocca per i maggiori vantaggi che ne avrebbe ricavato il Credito Italiano.. L'unica altra strada è la ricapitalizzazione dell'azienda, strada tutt'altro che facile dal momento che l'azionista di maggioranza vanta crediti per decine di milioni ed ovviamente nessuno investe in una impresa indebitata. Bocciardo, fino ad allora politicamente neutrale, non può far altro che avvicinarsi agli esponenti del fascismo ternano che, specie dopo le tormentate elezioni del 6 aprile 1924, era andato espandendosi a macchia d'olio. Passata la crisi Matteotti e ridotti i partiti diversi dal PNF (1925), la parziale ripresa dell'attività produttiva, attuata con non pochi sacrifici, lo mette in buona luce con Benito Mussolini, già favorevolmente colpito dai buoni risultati ottenuti dal partito e dal regime nella zona. Una buona luce che gli consente di ottenere dal Duce la destituzione del podestà di Terni e deputato del collegio, il conte Elia Rossi Passavanti, e di riottenere il controllo dei bacini fluviali del Velino e del Nera in tempo per l'istituzione della provincia di Terni (1927).
Con la fornitura elettrica garantita dai propri impianti e la produzione siderurgica che torna poco alla volta a buoni livelli Bocciardo può infatti presentare a Mussolini quella che chiama la fabbrica totale, cioè l'intera provincia che si identifica e dà lavoro alla sua principale industria. Entusiasta di questa vasta adesione al fascismo in tuta operaia anziché in camicia nera. Mussolini favorisce il piano di riassetto aziendale, portato a compimento nel 1928, col quale la Terni giunge al massimo della sua espansione prima della crisi degli anni '30.
Seguendo lo schema ideato per la prima volta da Ulrich Geisser Bocciardo ne fa la capofila di una rete di società collegate, alcune create appositamente per i problemi di finanziamento del gruppo, oltre che azionista di riferimento di numerose imprese. L'elenco - probabilmente parziale - si desume dalle cariche cui Bocciardo deve rinunciare nel 1932: vicepresidente della Società Odero-Terni-Orlando (che riunisce le attività di cantieristica navale), dell'Istituto di Credito Industriale, dell'Istituto Ligure Mobiliare Finanziario; presidente della Società Idroelettrica ligure-piacentina, della Società anonima Industriale Interamna, della Società Lavelli prodotti magnesiaci e refrattari, della Società anonima per la utilizzazione delle forze idrauliche della Dalmazia, della Società italiana di ricerche industriali, della Società carburo di calcio e ferroleghe (Consorzio); consigliere del Consorzio Mobiliare Finanziario (Comofin), della Società Finanziaria Industriale Italiana (Sofindit), della Società Magona d'Italia, nonché dei consorzi per la vendita dei prodotti siderurgici e della calciocianamide.
La Terni aumenta il fatturato con la distribuzione dell'energia elettrica prodotta in eccesso a imprese minori ma la costruzione di una rete capillare di distribuzione per le abitazioni private viene meno con le conseguenze della crisi economica del 1929, che in Italia iniziano a manifestarsi già a metà del 1930.. La Banca Commerciale Italiana controlla in tale anno il 20% del valore di tutte le società per azioni italiane, il suo presidente siede personalmente nei 32 più importanti consigli di amministrazione e il valore del suo portafoglio supera il miliardo di lire. La caduta a domino delle borse europee a seguito di quella d'oltreoceano provoca una pesante crisi di liquidità quando diventa impossibile monetizzare i pacchetti azionari, al punto che la BCI si trova indebitata con la Banca d'Italia (ripetutamente intervenuta con robuste iniezioni di liquidità), per poco meno di tre miliardi di lire. Il governatore della banca centrale, Bonaldo Stringher, avverte che la situazione non è più sostenibile e che l'istituto deve chiedere ufficialmente il salvataggio da parte dello Stato. Mancando qualsiasi altra alternativa Toepliz si rivolge al governo ma ciò significa la fine del "suo" impero industriale. Mussolini vuole infatti nazionalizzare le grandi imprese e costringe la BCI a conferire tutte le sue partecipazioni alla Società Finanziaria Industriale Italiana, una società a prevalente capitale pubblico che da parte sua le amministra in via transitoria, essendosi già deciso di dare vita all'IRI.
Bocciardo accetta il cambiamento obtorto collo, non senza tentare di mantenere nell'ambito dell'iniziativa privata almeno la Terni, ma la situazione economica è tale da non consentire - ammesso che ci siano imprenditori disposti a contrariare la volontà del governo - un apporto di liquidità sufficiente almeno a coprire la quota lasciata scoperta dalla banca.