Biografia Bianca Giovanna nacque nel 1482 - ignoti il giorno e il mese - dall'allora duca di Bari Ludovico il Moro e dalla sua amante dell'epoca, Bernardina de Corradis, della quale si sa molto poco.
Scarse anche le notizie relative alla sua infanzia: nel 1485, all'età di tre anni, fu promessa in sposa al nuovo favorito del padre, il bellissimo Galeazzo Sanseverino, condottiero che godeva della massima stima da parte di Ludovico.Carteggio degli Anziani, MCCCCLXXIII-MCCCCLXXXXII. Archivio di Stato (Lucca), Benedetti, 1943, p. 302.
Con diploma in data 8 novembre 1489, il cugino e duca di Milano Gian Galeazzo Maria concedeva la facoltà di legittimare “Dominam Johannam Blancam” al duca palatino Nicolò Gentili, marito della madre Bernardina. Da questo diploma si evince che il vero nome della bambina era Giovanna, benché venisse chiamata da tutti col secondo nome Bianca.Carla Glori, “Enigma Leonardo. Decifrazioni e scoperte - La Gioconda. In memoria di Bianca, SV, 2011-12”. Il 14 dicembre 1489, col ministero del notaio Antonio Zunico, Ludovico legittimava la figlia nel castello di Vigevano e contestualmente ufficializzava il matrimonio con Galeazzo Sanseverino, ormai divenuto suo capitano generale, dandole in dote le prestigiose contee di Bobbio e Voghera e la signoria di Castel San Giovanni e della Val Tidone.Nel rogito del notaio Antonio Zunico è detto espressamente che il Moro, duca di Bari, prometteva “all’illustre potente marchese e militare signor Galeazzo Sforza Visconti di San Severino etc. la predetta sua amatissima figlia per via di sponsali, con l’intento di dargliela in sposa non appena raggiungeva l’età legittima”. Circa un mese dopo, il 10 di gennaio 1490, nel castello di Porta Giovia, “magnifico ac solemni apparatu”, Galeazzo celebra gli sponsali con la piccola Bianca.
Nelle decisioni del Moro pesò la volontà di compiacere il favorito Galeazzo e al contempo di realizzare l’ambizione di espandere i propri domini feudali. Infatti è evidente che in quel matrimonio lo Sforza riponesse il progetto di unificare il proprio dominio sull’intero territorio sottratto ai Dal Verme dopo l’avvelenamento del conte Pietro, perpetrato nel 1485: entrambi gli sposi, Bianca con Bobbio, Voghera e Castel San Giovanni e Galeazzo, signore di Castelnuovo Scrivia, al quale venivano donate (con atto del vescovo di Bobbio Lucchino Trotti databile prima del 1494, come riportano gli storici Benedetto Rossetti e Ferdinando Ughello) le terre vermesche dell'Oltrepò e della Val Tidone (Zavattarello, Rocca d'Olgisio, Pianello Val Tidone, Romagnese, Pecorara e la sua valle ed altri feudi) espropriate dal Moro, avrebbero assicurato in futuro, quali eredi, il controllo sull’intera area, snodo commerciale verso il mare e presidio strategico-militare. Per quanto concerne Bobbio, è certo che il Sanseverino, come comandante dell’Armata Ducale, fosse in prima persona investito della difesa militare del Castello, che era la roccaforte vermesca.Ovviamente, considerata la tenera età della sposa, il matrimonio rimase per molti anni puramente nominale, senza che avvenisse alcuna consumazione. In questo periodo Bianca continuò a vivere a corte, nel Castello di Porta Giovia o nelle altre residenze di famiglia, riverita e vezzeggiata da tutti, specialmente dalla matrigna Beatrice d’Este. Quest'ultima, poco più grande di lei (nel 1491, quando sposò Ludovico, aveva quindici anni), la prese nelle proprie grazie sin dal primissimo giorno del proprio arrivo a Milano, trattandola come una sorella. L'ambasciatore estense Giacomo Trotti le rimproverava anzi che, per preferire la compagnia di Bianca, ella trascurasse quella di nobildonne adulte e ben più autorevoli, le quali avrebbero potuto sdegnarsi con lei.Festa di nozze per Ludovico il Moro, Guido Lopez, 2008, p. 99.Bianca fu sempre al fianco della matrigna in tutte le occasioni ufficiali, al secondo posto d'onore: nel 1493 salì con lei sul carro trionfale allestito per le nozze di Bianca Maria Sforza con l'imperatore Massimiliano I; l'anno seguente, 1494, la accompagnò ad Asti per le solenni accoglienze dei francesi e fu la seconda, dopo Beatrice, a baciare il re Carlo VIII in segno di saluto...
Dalle lettere private del carteggio fra le corti di Milano e di Ferrara si conosce che Bianca Giovanna era molto affezionata ai fratellastri e che se ne prendeva personalmente cura. Il piccolo Francesco, secondogenito di Beatrice, le era particolarmente legato, tanto che quando, ancora neonato, cadde gravemente ammalato, pareva rianimarsi solo quando vedeva lei. Al piccolo Ercole Massimiliano, primogenito di Beatrice, spettava invece il compito di persuadere Bianca a prendere le sue medicine.. Si sa pure che Bianca mantenne i contatti con la propria madre naturale Bernardina, presso la quale una volta, nella primavera del 1495, si recò per curare la sorellastra Margherita (figlia del marito della madre) che era gravemente ammalata..
Francesco Malaguzzi Valeri ne offrì un ritratto di adolescente innocente e fragile, turbata dal generale clima cortigiano amorale e dalle vicende familiari non edificanti a cui assisteva (l’oscura morte del cugino Gian Galeazzo, le amanti del padre, i conflitti con Isabella d’Aragona ecc.). A tal proposito, scrive che “le emozioni troppo forti della vita di corte e del precoce matrimonio ne danneggiarono la debole compagine“. Infatti “La piccola Bianca, come tant’altre sue compagne, fu subito lanciata nel vortice pericoloso della vita di corte e dei piaceri mondani”.
Il matrimonio e la repentina morte Solo il 20 giugno 1496 il Moro acconsentì che avvenisse per Bianca la “trasductio ad maritum”, ovvero che la giovane si trasferisse a vivere nella stessa dimora del marito: atto definitivo delle pratiche matrimoniali. In un sonetto di Bernardo Bellincioni gli sposi sono celebrati nella cornice della corte milanese al culmine dello splendore: qui Bianca è definita una “fenice”, per esaltarne le doti spirituali.
Già una decina di giorni dopo le nozze, ai primi del luglio 1496, Bianca si ammalò e tale rimase fino alla fine del mese, quando un miglioramento della salute la portò a recarsi in un monastero. Appena un paio di giorni dopo ebbe una ricaduta e non guarì che ai primi di ottobre, quando si recò nel suo feudo di Voghera, benevolmente accolta e omaggiata dai nobili e dalla popolazione locale. Quasi contemporaneamente anche Galeazzo si ammalò in maniera alquanto grave di febbri malariche, che perdurarono per tutto il settembre e l'ottobre, impedendogli di partecipare alle pratiche politiche tra il suocero e l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo.
Tornata a Milano, nel novembre Bianca si ammalò nuovamente. Ludovico e Beatrice si erano recati in quei giorni a Vigevano e poi a Pavia, dove attendevano l'arrivo dell'imperatore che faceva ritorno in Germania. Galeazzo, ormai guarito, si era perciò portato a Vigevano per salutarvi i suoceri, ma avuta notizia della ricaduta della moglie subito corse a Milano per starle vicino. Bianca tuttavia spirò il 23 novembreNon solo due missive del Moro, vergate il giorno della morte della figlia e datate 23 novembre, ma pure un'ulteriore lettera dell'Arcivescovo di Milano parimenti scritta da Vigevano e datata 23 novembre 1496 certificano che la data esatta della morte di Bianca fu il 23 (e non il 22 novembre, come altrove erroneamente attestato). in seguito a un repentino peggioramento..
La sua morte colpì duramente tutti quanti, ma specialmente il padre, il marito e la matrigna, che ne furono addoloratissimi. A Beatrice infatti, benché in stato avanzato di gravidanza, non fu tenuta nascosta la notizia della morte, anzi ne fu avvisata per prima e spettò a lei il doloroso compito di decidere in che maniera avvisarne Ludovico senza sconvolgerlo.
Nella lettera che Beatrice scrisse poi alla sorella Isabella, non tanto per annunciarle la morte della figliastra (che pare le fosse già stata comunicata da Ludovico) quanto per dare sfogo al proprio dolore, ella le disse: "quantunche sia certa che la S. V. per lettera de lo Ill.mo S. Duca mio consorte serrà avisata de la immatura morte de la Ill.ma M.ma Biancha [...] niente di meno per el debito mio ho voluto anchora mi dargliene notitia, cum dirli che d'epsa morte ne havemo sentito quello cordoglio et affanno che extimar se potesse, per el loco quale teneva presso noi, e N. S. Dio habbia l'anima sua".
Il legame tra le due giovani era molto stretto, le si ritrova associate nelle feste o in cerimonie, sempre appaiate in magnificenza ed eleganza; forse proprio questi ultimi recentissimi dolori compromisero la gravidanza di Beatrice, la quale infatti, poco più di un mese dopo, avrebbe seguito la figliastra, morendo di parto prematuro nella notte tra il 2 e il 3 gennaio e lasciando il marito nella disperazione. La repentina scomparsa di entrambe incise sul potere già traballante del Moro, che a lungo manifestò segni di instabilità e manie.come scrive lo storico Gino Benzoni, per cui si rinvia alla voce in Dizionario biografico Treccani, Ludovico Sforza, detto il Moro
Lo stesso Galeazzo Sanseverino manifestò un profondo dolore alla morte della moglie e si rinchiuse in certe camere umide del castello di Milano che gli nuocevano alla salute, già debilitata dalla recente grave malattia duratagli per tutto il settembre e l'ottobre. Ancora alcuni cortigiani di Ludovico, ovvero il castellano Bernardino da Corte, il primo segretario Bartolomeo Calco e l'Arcivescovo di Milano, preoccupatissimi per il suo benestare, si erano recati in visita presso di lui e l'avevano trovato "tanto percosso et aterrato [...] pieno de lachrime et de singulti in modo che quasi non poteva exprimere le parole di dolore". Qualche giorno dopo essi tornarono insieme al vescovo di Piacenza per convincere Galeazzo a raggiungere a Pavia il suocero Ludovico, che in quei giorni doveva recarsi a Parma per accogliere l'imperatore Massimiliano, poiché egli aveva desiderio di avere il genero presso di sé onde confortarsi a vicenda, ma Galeazzo ricusò dicendo di non essere in grado di lasciare la camera per la grandezza del proprio dolore, ma che se proprio Ludovico glielo avesse ordinato allora si sarebbe recato presso di lui "cum la lingua per terra", gesto plateale di penitenza. Riuscì tuttavia Bernardino da Corte a persuaderlo a lasciare le camere per spostarsi nella più salutare residenza di campagna di Abbiategrasso affinché non si ammalasse..
Il sibillino passo del Muratori e il presunto delitto
Lo storico settecentesco Ludovico Antonio Muratori ricollegando - nelle proprie Antichità Estensi - la morte di Bianca a quella quasi contemporanea della duchessa Beatrice, accenna alla possibilità di un delitto:Il passo, alquanto vago, ricevette nel tempo diverse interpretazioni. Secondo alcuni storici, il Muratori volle far intendere che Beatrice avesse avvelenato Bianca Giovanna per vendetta nei confronti di Galeazzo Sanseverino, il quale offriva il proprio palazzo agli incontri segreti tra Ludovico e Lucrezia Crivelli, e che pertanto Galeazzo si fosse alla medesima maniera vendicato.. Lo storico Alessandro Giulini, nell’osservare che “Il Muratori raccoglie la voce che Beatrice sia stata avvelenata da Francesca Dal Verme, istigata dal Sanseverino, come Francesca avrebbe poi confessato in punto di morte” sottolinea che ciò fa "sorgere nel lettore il dubbio che un rapporto potesse esistere fra i due avvenimenti luttuosi, che funestarono in sì breve volgere di tempo la corte sforzesca. Invero, quando si pon mente al fatto che il Sanseverino si era dimostrato compiacente intermediario negli amori di Lucrezia Crivelli col duca, il quale forniva con la sua vita dissoluta argomento di continue dicerie alla cronaca mondana d’allora, ci si sentirebbe portati a credere non privo affatto di base il dubbio che può sorgere alla lettura del passo del Muratori".