Corruzione al Palazzo di giustizia è un film per la televisione del 1966 diretto da Ottavio Spadaro e tratto dall'omonimo dramma di Ugo Betti.

Nel 1974 tale dramma ebbe anche una trasposizione cinematografica diretta da Marcello Aliprandi.

Trama La storia inizia con l'arrivo del consigliere Erzi del Consiglio Superiore, un giudice ispettore inviato dal Ministero per condurre un'indagine approfondita su un grave caso di corruzione avvenuto all'interno del Palazzo di Giustizia. La corruzione riguarda un losco e ricco faccendiere locale, Ludvi-Pol, che è riuscito a garantirsi l'impunità grazie alla connivenza di un magistrato di alto rango, la cui identità in principio è sconosciuta.

La vicenda assume una piega più complessa allorché, immediatamente all'inizio dell'indagine, viene scoperto, in una zona poco frequentata del Palazzo di Giustizia, il corpo senza vita di Ludvi-Pol. La morte del faccendiere viene ufficialmente archiviata come suicidio, tuttavia l'inchiesta del consigliere Erzi e i dubbi sollevati ad arte dal giudice Cust lasciano aperta l'ipotesi di un omicidio abilmente camuffato al fine di eliminare una potenziale testimonianza scomoda.

L'indagine ruota attorno a tre figure principali, tutte consumate dall'ambizione e dal cinismo: Vanan, l'anziano Presidente del Tribunale, che mostra i primi segni di un inesorabile declino mentale; Croz, un giudice spietato e disilluso, pieno di disprezzo per i colleghi e l'ipocrisia del sistema; Cust, il più giovane tra i magistrati, un uomo subdolo e calcolatore che si contende con Croz la posizione di Presidente del Tribunale.

L’inchiesta, trasformando i giudici in indagati, innesca una spirale di sospetti e porta alla luce intrighi e miserie morali. Cust, il vero colpevole, sfrutta con destrezza la situazione per indirizzare i sospetti verso il vecchio Vanan, danneggiandone pesantemente la reputazione professionale e il già precario equilibrio psicologico.

Lo sceneggiato si muove in bilico tra atmosfere da giallo giudiziario e suggestioni kafkiane (in special modo per quanto riguarda Elena, la figlia del giudice Vanan), fino a giungere al suo culmine nella fase finale, quando Croz e Cust hanno un ultimo intenso dialogo. Croz, ormai ridotto allo stremo dalla malattia, viene colto da un malore e si accascia immobile. Il giudice Cust, convinto che il collega sia spirato in quel preciso momento, abbassa la sua usuale maschera di cinismo e si abbandona a uno sfogo emotivo, rivelando di essere il magistrato corrotto che si era venduto al faccendiere Ludvi-Pol. Inaspettatamente, Croz riapre gli occhi e parla: approfittando del malore, che tuttavia era reale, aveva finto di essere già morto proprio per spingere l'avversario a confessare spontaneamente.

Croz, ormai consapevole della verità e conscio che la fine è comunque imminente, fa chiamare il consigliere Erzi per rilasciargli una dichiarazione scritta. Contrariamente alle aspettative, il giudice, anziché incolpare Cust, compie la sua ultima e definitiva beffa prima di spirare. Mosso da un estremo disprezzo per l'ipocrisia del sistema, rilascia a Erzi una confessione firmata in cui si autoaccusa falsamente di essere il giudice corrotto: il gesto scagiona Vanan da ogni sospetto e, soprattutto, copre i misfatti di Cust.

Questo diabolico regalo consente a Cust di raggiungere la tanto ambita carica di Presidente del Tribunale, ma al contempo lo condanna a essere tormentato per sempre dalla propria coscienza. Lo sceneggiato si conclude con Cust che, anziché godere del suo trionfo, decide spontaneamente di confessare i propri crimini all'Alto Revisore, spinto da un impellente bisogno di espiazione.

Principali differenze tra il dramma teatrale e lo sceneggiato televisivo Nel dramma teatrale l'evoluzione della trama si intensifica con l'ingresso in scena di Elena, la giovane e innocente figlia di Vanan. Mossa da un amore incondizionato per il padre, Elena lotta disperatamente per salvare il genitore e chiede aiuto proprio a Cust, percependolo come un alleato. Tuttavia Cust, pur di salvaguardare sé stesso e la propria ambizione di potere, manipola psicologicamente la giovane fino a condurla indirettamente al suicidio.

Nello sceneggiato televisivo, la figura di Elena viene completamente trasformata in senso simbolico e spettrale. Diventa un personaggio muto che lo spettatore riconosce come un'apparizione, o una proiezione della mente, solo nel momento finale, quando il padre Vanan rivela con una frase cruciale che Elena è morta quand'era ancora bambina. Le interazioni che i giudici, in particolare Cust e Vanan, hanno con lei si rivelano pertanto il prodotto dei loro deliri e dei loro sensi di colpa. Elena smette di essere un personaggio tangibile per diventare la personificazione dell'Innocenza, rappresentando tutto ciò che il Palazzo di Giustizia e il potere hanno irrimediabilmente corrotto. Questa scelta registica, se da una parte accentua l'aspetto psicologico e il carattere kafkiano del dramma, dall'altra lascia il pubblico in uno stato di sottile e suggestiva incertezza.

Note

Collegamenti esterni

Categoria:Miniserie televisive basate su opere teatrali