Una licenza di software libero è una licenza libera, un testo legale caratterizzato da un aspetto contrattuale o para-contrattuale, che si applica ad un software per garantirne la libertà d'utilizzo, di studio, di modifica e di condivisione, ovvero per renderlo software libero.

La nascita del concetto di licenza applicata ad un software per renderlo libero combacia in parte con la nascita di GNU, il primo sistema operativo completamente libero ideato da Richard Stallman nel 1983. Tutt'oggi il progetto GNU e la Free Software Foundation patrocinano attivamente il software distribuito sotto licenze libere e, in generale, la libertà digitale degli utenti.

La GNU General Public License, la licenza Apache e la licenza MIT sono alcune fra le licenze libere più adottate.

Storia L’idea di licenza libera si sviluppa con la nascita del software libero la cui storia inizia a partire dal 1980.

Tra gli avvenimenti principali che portano allo sviluppo di queste tematiche troviamo:

Bayh-Dole Act in America: una nuova legge che permette di privatizzare i risultati ottenuti per mezzo di attività di ricerca svoltesi in ambito accademico, a patto che si verifichino specifiche condizioni (ad esempio la collaborazione con enti privati).

Frammentazione dell’At&T: una società telefonica americana che fino a quel momento deteneva il monopolio della telefonia. In quanto azienda monopolista, nella fornitura dei servizi di telefonia, era soggetta ai limiti imposti dall’autorità anti-trust statunitense. Quest’ultima aveva imposto ad AT&T diversi obblighi, tra cui l’obbligo di non fornire prodotti o servizi diversi dalla telefonia. AT&T aveva ad un certo punto sviluppato un sistema operativo, ovvero Unix, ma non poteva venderlo. Per questo motivo lo metteva a disposizione gratuitamente nei laboratori di ricerca delle università americane. Unix era, fino al 1980, il software libero utilizzato nel sistema di ricerca nelle università americane. Nel momento in cui la società viene frazionata in più società minori, vengono meno i divieti sottoposti dall’attività anti-trust statunitense. Unix diventa così un possibile oggetto possibile di commercializzazione.

USA Software Digital Act: prima del 1980 il tema dell’applicabilità al software del diritto d’autore era molto dibattuto. Negli Stati Uniti il primo atto normativo che rende possibile questa applicabilità è del 1976, ma nel 1980 viene adottato un ulteriore atto normativo: USA Software Copyright Act. Arriva quindi in modo definitivo la tutela del diritto d’autore applicata al software. Nella storia del software è importante focalizzarsi su alcuni diritti, soprattutto parlando dei software degli anni ‘80. Nel 1980 erano importanti 3 facoltà:

● Diritto di riprodurre (Art. 64-bis lett. a ed art. 13 LdA), cioè il diritto di moltiplicare in copie il programma

● Diritto di modificare (Art. 64-bis lett. b ed art. 18 LdA), cioè autorizzare le modifiche del programma

● Diritto di distribuire (Art. 64-bis lett. C ed art 17 LdA), che negli anni ‘80 era la circolazione di copie fisiche

In quegli anni si discuteva su come proteggere il software, se con i diritti d’autore o con i brevetti. La scelta cadde sul diritto d’autore soprattutto perché la lobby delle aziende trovava conveniente adottare il diritto d’autore in quanto meno costoso, mentre il brevetto deve essere concesso (c’è bisogno di una domanda di brevetto che deve essere valutata da professionisti esperti) e ciò necessita di cifre molto importanti. Il valore economico era inizialmente nell’hardware piuttosto che nel software, solo in seguito si inizia a percepire che c’è del valore anche nel software (con l’avvento di linguaggi di programmazione come C).

A partire dal 1980 si diffondono quindi sostanziali cambiamenti, primo tra i quali la diffusione del software privato con forti limitazioni riguardanti la riproduzione, la distribuzione e la modificale libera del codice sorgente. Nel 1981 a seguito della sentenza Diamond v. Diehr, 450 US 175 (1981) venne riconosciuta per la prima volta la natura brevettuale dei programmi per elaboratore. In seguito a questi avvenimenti cominciò ad essere sempre più utilizzato e diffuso il concetto di proprietà intellettuale, concetto che in principio generò non poche difficoltà in quanto era sempre stato associato all’aspetto materiale di un prodotto. Infatti fino agli anni 90 questa espressione non era molto usata, ma diventa una moda quando viene rinominata l’organizzazione mondiale che si occupa di queste materie, chiamata WIPO. Il primo difetto di questa espressione è che mette insieme diritti molto diversi tra di loro, il che risulta molto confusionario. Il secondo difetto è che si usa l’espressione “proprietà” che nel sentir comune ricorda un diritto che applichiamo agli oggetti materiali, un diritto esclusivo ed escludente. I beni materiali come le opere dell’ingegno non funzionano così, perché la ragione dell’uso esclusivo funziona in modo diverso.

Ed è proprio in questo contesto che nascono le prime linee di pensiero in contrapposizione alle limitazioni che si stavano sviluppando. Tra i primi ad opporsi alle nuove disposizioni ci fu Richard Stallman, ideatore della definizione di software libero nonché fondatore del GNU Project (Gnu’s Not Unix). Stallman inizia il progetto con lo scopo di rifare un sistema operativo che avesse qualità simili a quelle del sistema operativo Unix, ma che fosse comunque diverso.

L’idea che sta alla base della licenza libera del software è motivata da istanze etiche riguardanti la libera diffusione e la cooperazione.

Nella prima metà degli anni ‘90, alcuni sviluppatori si convinsero che l’enfasi sugli aspetti etici fosse d’intralcio alla diffusione del software libero in ambito industriale e iniziarono a dubitare anche dell’espressione “free software” che risulta essere un po’ ambigua (in quanto si può anche tradurre "free" come "gratis"). Quindi questo gruppo di sviluppatori pensò di fare re-branding dell’idea di software libero, creando la Open source Initiative ed evolvendo il concetto in quello di Open Source Definition, una definizione simile all’espressione di software libero nella sostanza, ma molto diversa nella forma. Questa definizione è articolata in 10 punti. Negli anni sono state create molte licenze di software libero diverse.

Caratteristiche Il codice contenuto nel software, a livello giuridico, viene trattato dalle leggi sul diritto di autore. Nell'ambito del software si è introdotto un contratto, la licenza, il cui scopo è spesso quello di limitare ulteriormente i diritti di chi ne fruisce. Il software ha solitamente un proprietario che è colui che detiene i diritti di autore sul software stesso, cioè colui che possiede il copyright. L'uso del software può essere concesso gratuitamente o a pagamento, per le operazioni sancite dal contratto di licenza, o in sua mancanza per quanto stabilito dalla legge.

Quando si parla di licenza libera (o aperta) del software, così come intesa nell’Art. 69 del CAD, si fa riferimento ad una licenza che garantisca all’utente di un software 4 libertà:

libertà di eseguire il programma ad ogni scopo (libertà 0); libertà di poter studiare il funzionamento del programma con possibilità di accesso al codice sorgente per potervi apportare delle modifiche qualora ce ne fosse necessità (libertà 1); libertà di ridistribuire copie in linea con il concetto di condivisione nei confronti di chi necessiti del programma (libertà 2); libertà di apportare migliorie al programma e ridistribuire la versione aggiornata in modo che questo possa giovare alla comunità (libertà 3). Le libertà 1 e 3 richiedono l’accesso al codice sorgente.

Tipologia di licenze copyleft Si possono suddividere le licenze di software libero in quattro tipologie: licenze non copyleft, licenze copyleft deboli, licenze copyleft forti e licenze copyleft di rete.

Licenze non copyleft Il codice sviluppato nelle licenze non copyleft può essere preso, modificato senza che il codice così risultante debba soggiacere alla stessa licenza. Le licenze che seguono questo paradigma vengono dette anche “ultraliberali”, nel senso che consentono di fare quel che si vuole. In ciò rientra anche rendere il software interamente proprietario.

In tali licenze, che per la tradizione storica vengono anche dette “accademiche” abbiamo licenze legate appunto all’ambito universitario: la BSD e, meno diffusa, la MIT.

Alle accademiche si accompagna un’altra licenza molto utilizzata, la Apache Public License, licenza usata dalla Apache Software Foundation, che si occupa del più famoso e utilizzato server web. La Apache, al contrario delle accademiche, è una licenza lunga, che comprende anche una clausola di risoluzione nel caso di uso aggressivo dei brevetti da parte di un licenziatario.

Licenza copyleft forte Una licenza di copyleft forte tende a estendere il suo effetto vincolante il più possibile a qualunque “opera derivata” di software copyleft. Il copyleft forte richiede una struttura normativa più complessa e stringente, perché essendo “restrittivo” (nel senso che tende a imporre condizioni più stringenti ed effettive al fine di mantenere le libertà del software), richiede che tutti i “buchi” siano tappati, tutte le scappatoie siano evitate, in modo che il copyleft forte resista a chi cerca di evitarlo. Creare una licenza di copyleft forte è molto difficile.

Siccome le licenze di copyleft forte hanno condizioni più stringenti e peculiari, è molto facile che una di esse sia incompatibile con qualsiasi altra licenza di copyleft forte, perciò combinare software sotto due licenze di copyleft forte è in pratica impossibile. Anche combinare copyleft forte con copyleft debole, e a volte anche con non copyleft, si rivela sovente impossibile. Se non si possono rispettare le condizioni di licenza ‒ tutte le condizioni ‒ non si può usare il software, non si possono trarre opere derivate.

La licenza di copyleft forte è la GNU General Public License, o GPL della Free Software Foundation (FSF). Questa licenza è giunta alla sua terza versione.

Licenza copyleft debole Il copyleft debole è più recessivo rispetto al copyleft forte. Come idea, il copyleft debole opera a livello di file; per cui se uno sviluppatore appone le proprie modifiche a quel file, quel file rimane sotto la stessa licenza. Mentre se il codice sorgente di quel file viene compilato (“linkato”) con altro codice sorgente per creare un file oggetto che li comprenda (un’opera più ampia), il file oggetto risultante ‒ pur incorporando codice copyleft ‒ non necessita di essere pubblicato sotto le stesse condizioni, dunque non c’è interferenza in caso i due file sorgente siano sotto licenze incompatibili, e il prodotto risultante può anche essere sotto licenze proprietarie. Spesso infatti le licenze di copyleft debole sono usate per file destinati ad essere incorporati in altro software, tipicamente librerie.

Per il copyleft debole esistono due licenze: la GNU Lesser General Public License (un tempo “Library General Public License”, in quanto nata per le librerie GlibC, le librerie del compilatore C del progetto GNU) o LGPL; e la Mozilla Public License o MPL, la licenza di Firefox, uno dei più diffusi browser web (poi adottata anche da LibreOffice).

Licenze copyleft di rete Con la licenza copyleft di rete si ha diritto ad accedere al programma anche chi utilizza il programma da remoto.