Il lessico dell'omofobia è l'insieme di epiteti utilizzati per indicare in modi denigratori e offensivi le persone omosessuali.
I termini più comunemente usati nella lingua italiana per indicare il maschio omosessuale spesso con accezione dispregiativa sono frocio, ricchione, buco, finocchio. Tali termini trovano corrispondenza negli inglesi faggot e fag, nello spagnolo maricón, nel francese pédé e nel russo пидор (pidor).
Nello slang LGBT viene invece in diverse occasioni usato in maniera molto più benevola e amichevole al femminile o come vezzeggiativo, diventando quindi anche frocia, o frocetto/a, frocellino/a o frocio/a perso/a.
L'uso libero e disinvolto di tali parole è da considerare non politicamente corretto. Nonostante ciò, nei Gay Pride svoltisi in Italia è stato comune per molti anni far sfilare un cartello con l'immagine della Gioconda di Leonardo da Vinci e scriverci sotto la didascalia: "Questa l'ha fatta un frocio!". La parola omosessuale è l'unica (prima di gay), fra tutte quelle indicanti le persone attratte dalle persone dello stesso sesso, a non essere nata con intenti offensivi o denigratori.
Altri sinonimi dei succitati fròcio (di origine romana) e finòcchio (di origine toscana: lo usa, ad esempio, anche Giuseppe Prezzolini ai primi del Novecento; ma non mancano adattamenti locali come fenocio nel Basso Veneto e fnòč nel Modenese e nel Parmense), usati nel linguaggio comune e tutti anch'essi di segno peggiorativo, ma aventi perlopiù diffusione regionale o comunque subnazionale, sono, da Nord a Sud:
cupio (in Piemonte, praticamente sconosciuto fuori dalla regione subalpina), anche nel peggiorativo cupias e nel vezzeggiativo cupieto culattòn/culatùn/culat(t)òne/cù(l)o/cułatòn o persino cu(l)a (femminile di culo), nei dialetti della Lombardia e del Triveneto e in genere dell'Italia del nord); buliccio (in Liguria, soprattutto a Genova); buso o busone (in Emilia-Romagna, soprattutto a Bologna e in Romagna), busòn in Veneto e bucaiolo (in Toscana) (tutti derivanti da "buco", con evidente allusione all'orifizio anale); pedale dal dialetto ferrarese pedàl o dispregiativamente pedalàz (a Ferrara e comuni limitrofi della bassa ferrarese); partendo da orecchione abbiamo recchione/ricchione/recchia o streppa (nell'Italia meridionale, soprattutto nella zona di Napoli, ma ormai in uso informale anche nel centro-nord Italia, soprattutto nella versione ricchiòne e in Veneto recia o reciòn); jarrusu o (g)arrusu in lingua siciliana, soprattutto nella Sicilia occidentale (Arruso è il titolo di un documentario del 2000 dei registi palermitani Ciprì e Maresco, dedicato allo scrittore, poeta e regista omosessuale Pasolini), a Palermo si usa la parola "matellu", mentre a Catania prevale puppu ("polpo"). Altri termini che si usano in Sicilia sono “arianu” e “aricchiuni”; ricchiuni o ricchiunazzu; termine usato per indicare "omosessuale" in Calabria, o frì frì (indicando due volte l'orecchio) per dire "omosessuale" senza essere sentiti. caghineri, caghino, cagosu, pivellu, frosciu, paraguru in lingua sarda; checca (omosessuale passivo, femmineo, effeminato), di origine toscana ma ormai diffusosi in tutta Italia, soprattutto nel centro-nord; termini ormai desueti come buggerone e bardassa (quest'ultimo termine designava specialmente un prostituto, puttano, cinedo); denominativi espliciti e fortemente volgari quali succhiacazzo/ciucciacazzi, ciucciapiselli, sucaminghie/sucaminchia, culorotto, rottinculo e piglia(i)nculo (nel romanzo di Leonardo Sciascia Il giorno della civetta, un boss mafioso divide l'umanità in "uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo (con rispetto parlando) e quaquaraquà"); fenoli (pl. fenói) e difetôs (inv.) della lingua friulana.
Etimologie dei termini in lingua italiana
Frocio
Originariamente parola gergale proveniente dal dialetto romanesco poi passata all'italiano, "frocio" o "froscio" (usato anche nei romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959) di Pier Paolo Pasolini, così come da Alberto Moravia e nel cinema neorealista); ma è presente anche in vari altri autori contemporanei, da Aldo Busi ad Aldo Nove a Niccolò Ammaniti: mentre al femminile (frocia) viene utilizzato, tra gli altri, da Pier Vittorio Tondelli in Pao Pao. Una “frociata" è un atto o comportamento da frociValter Boggione e Giovanni Casalegno Dizionario del lessico erotico Torino 2004, p. 233.
Le ipotesi riguardanti l'origine etimologica sono le seguenti:
deriverebbe dai Lanzichenecchi, che, durante il Sacco di Roma del 1527, acquisirono fama di soldati particolarmente brutali e "feroci" ("froci", appunto) arrivando a stuprare donne e uomini indistintamente; sarebbe una derivazione da "froge": le froge o narici del naso, che, quando si gonfiano diventano "frogione". Anche qui vengono additati dai romani i Lanzichenecchi, ai quali, essendo soliti ubriacarsi, si arrossava e ingrossava il naso. Secondo altre fonti invece nell'antica Roma sarebbe esistita una fontana chiamata "fontana delle froge" (delle narici appunto) presso cui si riunivano gli omosessuali. Da qui quindi il termine; dallo spagnolo flojo ("floscio"), ossia individuo senza carattere e privo di forza di volontà, da cui il romanesco "fròscio"; dal tedesco Frosch (ranocchio) usato come appellativo offensivo; dalla parola francese français storpiata in fronscè in romanesco e usata per indicare in maniera dispregiativa l’invasore straniero ai tempi della discesa delle truppe napoleoniche a Roma all’inizio dell’Ottocento.
Finocchio
Sull'etimologia di finocchio esiste invece la suggestiva ipotesi suggerente il fatto che possa derivare dall'epoca in cui operava la Santa Inquisizione nello Stato Pontificio, quando i semi di finocchio sarebbero stati gettati sugli omosessuali che stavano bruciando dopo esser stati condannati alla pena di morte sul rogo, al fine di mitigare l’odore di carne bruciata. Non vi è però alcuna prova oggettivamente documentata che questo sia effettivamente il significato autentico.
Invece pare trattarsi di questo: il finocchio selvatico veniva usato come ripiego per aromatizzare i cibi quando non si avevano i soldi per comprare le pregiate e costose spezie provenienti dall'Oriente (ancor oggi in Toscana col finocchio si dà l'aroma al salame, dando vita così alla famosa finocchiona). Ecco, quindi, che "finocchio", se riferito a una persona, è qualcuno che vale davvero ben poco, un uomo che non è uomo.
Un'altra possibile spiegazione sarebbe un'allusione metaforica alla forma arrotondata del bulbo ("grùmolo") edule del finocchio, che ricorda vagamente quella delle natiche umane. Peraltro, proprio il finocchio dal grumolo tondeggiante, più saporito e quindi più pregiato, è curiosamente detto "finocchio maschio".
Altri invece ipotizzano che la voce non vada direttamente connessa al vegetale, bensì all'omonima maschera popolare della commedia dell'arte che incarnava il servo sciocco e al contempo astuto, dai modi vagamente effeminati; i pareri rimangono in ogni caso discordanti. Vi è anche l'ipotesi che riconduce l'uso equivoco al modo di dire popolare "Metter il finocchio tra le mele", il metter insieme due cose le quali pur differenti vengono perfettamente ad accordarsiValter Boggione e Giovanni Casalegno, Dizionario del lessico erotico, Torino, 2004, pp. 233-234.
In ambito letterario il termine viene usato, oltre che da Pasolini, Tondelli e Busi, anche da Vasco Pratolini, Giorgio Bassani in Gli occhiali d'oro, Fruttero & Lucentini in La donna della domenica; infine l'uso equivoco dell'accezione potrebbe risalire per metonimia da una scherzosa reinterpretazione intesa come "occhio fino", cioè "occhio più piccolo" nel senso di anoValter Boggione e Giovanni Casalegno Dizionario del lessico erotico Torino 2004, p. 216.
Checca
Per quanto riguarda checca, ipocoristico familiare del nome Francesca (o "chicca", al maschile "checco") viene a indicare essenzialmente un uomo molto effeminato; è questo il termine che più sta, nel gergo gay, alla base di espressioni composte (tra le più note: checca fatua, fracica, isterica, manifesta, marcia, onnivora, pazza, persa, sfatta o sfranta, storica, velata). Una curiosità: esiste anche la pasta alla checca, una ricetta romana di pasta al dente condita con sugo.
Dal termine vezzeggiativo del nome Francesca il termine avrebbe assunto senso equivoco probabilmente in conseguenza dell'abitudine di alcuni omosessuali di farsi chiamare con nomi femminili; in letteratura, tra i contemporanei è usato da Pasolini, Arbasino, Tondelli e Busi. Nomi alternativi sono il diminutivo "checchina" o l'accrescitivo "checcona", mentre la checcaggine è il modo di fare caratteristico della checca; la checcata è invece un'effusione di carattere omosessuale, il "checchismo" sarebbe l'ideologia delle checcheValter Boggione e Giovanni Casalegno Dizionario del lessico erotico Torino 2004, p. 502.
Un romanzo di William Burroughs, nell'originale Queer, è stato pubblicato in italiano con il titolo Checca
Recchione
Voce di area meridionale, anche questa di etimo controverso. Su "recchione" (o ricchione) vi è la teoria che vuole il toccarsi il lobo dell'orecchio tirandolo verso il basso (facendolo diventare quindi un o-recchione) come un segno di riconoscimento della persona omosessuale quando voleva far sapere d'esser disposto a un incontro sessuale.
Un'altra ipotesi considera la voce come forma aferetica di orecchione, che avrebbe assunto il valore figurativo di persona dalla scarsa virilità; con allusione alla parotite epidemica, una malattia infettiva dell'infanzia comunemente nota proprio come "orecchioni": se contratta in età adulta può aver la complicazione dell'infiammazione testicolare che può talvolta produrre la sterilitàValter Boggione e Giovanni Casalegno Dizionario del lessico erotico Torino 2004, pp. 110-111. Nella narrativa contemporanea viene usato da Arbasino, Sebastiano Vassalli in Alcova, Giuseppe Ferrandino in Pericle, Ammaniti ed Enrico Brizzi.
Culattone
Derivante dalla parola culo, questa sineddoche è in uso quasi esclusivamente a settentrione. L'uso del padano culattone è stato spesso e volentieri utilizzato da vari esponenti di punta (a cominciare da Umberto Bossi), sia in passato sia in tempi recenti, della Lega Nord per irridere e insultare i gay, per negare poi in alcuni casi d'aver avuto intenzioni offensive.
Bardassa
Termine oramai desueto, dopo esser stato ampiamente familiare e comune fino al XIX secolo, quando definiva normalmente l'omosessuale passivo o il prostituto. Deriva dall'arabo bardag, "schiavo giovinetto", che a sua volta proviene dal persiano hardah, "schiavo" appunto. Il corrispondente francese cinquecentesco bardaches passa presto a indicare quegli sciamani appartenenti alle tribù dei nativi americani che praticavano il travestitismo, le persone cioè possedute dai due spiriti.
Nel 1603 la parola è iscritta anche negli atti del procedimento penale per diffamazione contro Michelangelo Merisi da Caravaggio e Onorio Longhi: Et che lui l'haveva havuto da una bardassa di essi Honorio et Micalangiolo chiamato Giovanni Battista (insinuando pertanto che Caravaggio avesse inclinazioni omoerotiche nei confronti "delle bardasse")Andrew Graham-Dixon e Massimo Parizzi, Caravaggio. Vita sacra e profana, Mondadori, Milano 2101.
Il termine si usa anche ne L'Alcibiade fanciullo a scola di Antonio Rocco ove si precisa che il bardassa vuol propriamente dir putto mercenario, e venale, che solo per simplice mercede, quasi un tanto per misura, vende se stesso: né altro attende, che il guadagno servile.
Sino ad arrivare al vate degli italiani, il poeta-soldato Gabriele D'Annunzio; egli difatti nelle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi declama:
Altro
Cupio è un regionalismo piemontese, forse derivante dal latino "cupidus", con significato di bramoso e lussurioso. Buco è un termine utilizzato soprattutto in Toscana e fa chiaramente riferimento all’ano e ai relativi rapporti sessuali.