Storiografo della corte ungherese, si spostava frequentemente, pur rimanendo legato alla terra natale frequentando le comunità italiane all'estero.Giovanni Michele Bruto e l'educazione femminile Antonella Cagnolati, Ann. Università di Ferrara, Sez. III, Filosofia, Discussion Papers n. 64, 2001, pp. 1
Biografia Primi anni Nacque a Venezia nel 1517 da un'antica famiglia veneziana dell'ordine dei cittadini. Verso il 1540 studiò retorica a Padova con Lazzaro BonamicoEpistol clarorum virorum…, a J. M. Bruto comprehens, Lugduni (Lione), 1561, pubblicato nuovamente nel 1582, p. 205. Diacono nell'Ordine dei canonici regolari, lasciò il convento con dispensa della penitenzieria, perché insofferente alle regole monastiche ed entrò in rapporti con Antonio da Capua, arcivescovo di Otranto e nunzio pontificio a Venezia, amico di Juan de Valdés, riformatori ed "eretici".
Si recò a Genova e a Napoli e, intorno al 1551, viveva presso i benedettini di Maguzzano, frequentando il circolo di umanisti che attorniavano il cardinale Reginald Pole: lì conobbe il vescovo riformato italo-ungherese Andrea Dudith-Sbardellati, con il quale rimase amico fino agli ultimi anni della vita e si avvicinò alla comunità utraquista e taborita dei Fratelli Boemi.
Nel 1555 fuggì da Venezia perché accusato di eresiaD. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, Firenze, 1939;. Si recò nei Paesi Bassi spagnoli e ad Anversa pubblicò le sue prime opere: De rebus a Carolo V Caesare Romanorum Imperatore gestis, un'orazione all'Imperatore Carlo VQuesta è la testimonianza che rappresenta il suo pensiero politico: dietro le lodi per le virtù militari e civili dell’imperatore si intravede la forte preoccupazione nei confronti della precaria autonomia delle città italiane, strette tra la politica francese e le mire espansionistiche del pontefice della famiglia Medici Clemente VII, accusato di aver messo seriamente a repentaglio la libertà della penisola, paragonando le città italiane alla servitù delle città ungheresi oppresse dai Turchi Ottomani.L’orazione porta la data del 1º agosto 1555 ed è dedicata al figlio di Carlo V, Filippo II re di Spagna: De rebus a Carolo V. Cesare Romanorum Imperatore gestis, Joannis Michelis Bruti oratio, Antverpiae, 1555. e uno scritto sull'educazione delle donne, La institutione di una fanciulla nata nobilmente.
Nel 1556 entrò al servizio di Paolo Tiepolo, un diplomatico umanista, legato straordinario della Repubblica veneta presso la corte di Madrid. Il soggiorno spagnolo fu problematico per una grave malattia e dall'insolenza arrogante dell'ambiente di corte. Abbandonato il servizio presso il Tiepolo, viaggiò attraverso Francia, Germania e di nuovo Spagna. Alla fine dell'anno visitò Londra in compagnia del genovese Niccolò Pallavicino. Di ritorno dal Regno d'Inghilterra, Bruto passò per Lione ed infine ritornò in Italia, prima a Genova, poi a Massa e quindi a Venezia nel 1558 o 1559. Qui scoprì che l'editore del Papa Paolo Manuzio aveva soppresso i nomi di autori in odore di eresia; fra questi figurava lo stesso Bruto, il cui nome era stato sostituito con un fittizio “Nicola Crotto”.
Nel 1560 si ritirò in solitudine di studio presso Lucca, per lavorare a una raccolta di lettere di uomini illustri e alla edizione della storia di Alfonso I di Napoli e d'Aragona di Bartolomeo Facio.Bartholomeus Facius, De rebus gestis ab Alphonso primo Neapolitano rege commentariorum libri decem, J.M. Bruti opera primum in lucem edita, ac summo studio vetustissimis collatis exemplaribus emendatis, Lugduni, 1560. È probabile che in quel periodo sia passato per Firenze, a cercarvi materiale per la sua opera Delle istorie fiorentine. Nel 1562 è a Lione, frequenta gli esuli fiorentini antimedicei, dove pubblica gli otto libri delle storie fiorentine e la cronaca della guerra di Siena contro Firenze nel 1454, opera di Francesco Contarini. Da quest'opera traspare il suo sentimento antimediceo, rimproverando altresì al Papa l'alleanza coi francesi in funzione antimperiale del 1527 (Lega di Cognac).
Verso la fine dell'anno 1562 ritornò a Venezia, dove frequentò Donato Giannotti, esiliato da Firenze e, per un anno e mezzo, fece l'istitutore di Francesco Raineri, figlio di mercanti fiorentini residenti a Lione. Il 27 marzo 1565 il Sant'Uffizio di Venezia invitava Bruto e i suoi amici con una citazione successiva, Cesare Boniparte e Costanzio Cato, a comparire entro il termine perentorio di tre giorni davanti al Tribunale; ma Bruto e i suoi amici erano già fuggiti, col risultato che due mesi dopo tutti vennero ufficialmente banditi da Venezia “come heretici contumaci et fuggitivi” e sulla loro testa fu posta una taglia di lire mille.Archivio di Stato di Venezia, Processi del sant’Uffizio, pf.18, fasc.15. Ritornato a Lione vi rimase fino al 1571, sostentandosi con l'insegnamento e la pubblicazione di classici tradotti (Cesare, Orazio, Cicerone), e a una nuova edizione di Della repubblica dei veneziani del Giannotti.
In Ungheria e Polonia Nel 1565 il nobile ungherese Ferenc Forgách, allora Vescovo di Oradea, aveva invitato Giovanni Michele Bruto a collaborare alla stesura di una storia d'Ungheria. Forgách, che allora si trovava a Vienna alla corte di Massimiliano II d'Asburgo, progettava la continuazione del lavoro di Antonio Bonfini, Rerum Ungaricarum decades, che terminava al 1490. Il principe transilvano Stefano Báthory, tramite il suo cancelliere, che si trovava allora a Padova, rinnovò l'invito ad occuparsi di storia ungherese, non trovando per il momento interesse per le proposte. Solo nel 1572, mentre si trovava a Basilea, in fuga dalla FranciaBattistini Mario sostiene che la fuga dalla Francia fosse dovuta alla sua adesione al calvinismo, al tempo delle guerre di religione in Francia, - vedi Battistini, “Jean Michel Bruto, humaniste…”, op. cit., pp. 57-60., sembrò accettare un nuovo invito di Forgách, che nel frattempo era passato alla parte antiasburgica dei principi di Transilvania e divenuto Cancelliere del Principato di Transilvania. Durante il viaggio si fermò a Vienna, resistendo alle pressioni dell'imperatore Massimiliano II, che intendeva affidargli una storia di Ferdinando I imperatore, e tornò a Lione. Nel giugno 1573 scrisse a Bathori di accettare l'incarico. Nel gennaio 1574 raggiunse Cluj e Alba Iulia, dove venne accolto con onori da Báthory e da Forgách. In Transilvania trascorse un paio d'anni per raccogliere fonti per la sua storia d'Ungheria, con una retribuzione annua di 450 talleriA Bruto venne assegnata una abitazione all’interno del castello reale, una rendita annua di 450 talleri con l'obbligo di scrivere la storia d’Ungheria; tale emolumento gli fu aumentato successivamente di 100 talleri, quando nel marzo 1581 ricevette la nomina di segretario del re., che venne portata gradualmente a 841 fiorini polacchi. L'opera storiografica concepita da Báthory doveva dimostrare l'infondatezza delle pretese asburgiche sul trono di Transilvania. Nelle sue dichiarazioni polemiche anti asburgiche, riferite dal nunzio apostolico Alberto Bolognetti, Bruto afferma "... non aver avuto... altra intenzione che di non lasciar opprimere la verità dalle bugie del SambucoGiovanni Sambuco, medico e umanista ungherese e storiografo imperiale, che lavorava a Vienna, aveva ripubblicato nel 1568 e nel 1581 la storia d'Ungheria di Antonio Bonfini, con aggiunte e aggiornamenti propri per giovare agli Asburgo., e dimostrar principalmente che il re Giovanni I d'Ungheria era vero Re".Monumenta Poloniae vaticana, t. VI, J. A. Caligarii, nuntii Apostolici in Polonia, epistolae et acta (1578-1581), Cracovia, 1915, p. 162 Quando, nel 1576, l'ungherese Stefano Báthory fu proclamato Re di Polonia, Bruto si trasferì a Cracovia, dove gli fu assegnato un alloggio al Wawel come storiografo di corte, con l'incarico ora molto più vasto, comprendente anche la Confederazione polacco-lituana. Seguì il re nelle campagne di Prussia e di Moscovia, nell'ambito della Prima guerra del nord. Nel 1578 fu ospite dell'ex vescovo Andrea Dudith a Paskov, in Slesia, ed entrò in vivace scambio di idee con tutto il gruppo degli amici del Dudith, caratterizzato da un atteggiamento di tolleranza religiosa e da interessi scientifici. Nel 1581 si recò per qualche tempo a Breslavia in visita ad Andrea Dudith, che vi si era trasferito, e al medico imperiale Giovanni Crato von Krafftheim. Nella tollerante Cracovia del tempo si trovò in sintonia ed amicizia col medico di corte Niccolò Buccella, anch'egli padovano, e frequentò le riunioni che si tenevano in casa del ricco nobile piemontese Prospero Provana, alle quali interveniva Fausto Sozzini, anche se non ebbe a che fare con l'ambiente degli anabattisti locali, o degli italiani entusiasti e chiliasti di passaggio, in fuga dall'Italia della Controriforma.
Con la morte di Stefano Bathori il 12 dicembre 1586 gli venne a mancare il suo protettore e ciò lo obbligò a schierarsi a favore dell'arciduca Massimiliano III d'Austria per la successione sul trono di Polonia. Le previsioni politiche sulle quali aveva puntato invece non si realizzarono e nel 1587 divenne re Sigismondo, figlio del re di Svezia, la cui candidatura era stata osteggiata da Bruto. Svolse persino attività diplomatica a favore delle pretese asburgiche perdendo sue amicizie ungheresi e polacche. La sua posizione a corte si fece precaria e si vide costretto a lasciare la Polonia nel 1586, trasferendosi a Bratislava. Si recò poi a Praga dove, grazie alla protezione dell'arciduca Ernesto, alla fine del 1588 venne nominato storiografo ufficiale dall'imperatore Rodolfo II d'Asburgo con un compenso di ben 600 ducati d'oro, grazie anche alla presentazione fattagli dal medico di corte Giovanni Crato von Krafftheim e ai contatti con l'ambasciatore spagnolo Guillem de Santcliment.
La fine L'imperatore Rodolfo II nel 1591 era desideroso di vedere i risultati del lungo lavoro di Bruto e gli chiese di far pubblicare la sua "storia d'Ungheria", il cui manoscritto era in possesso di Sigismondo, nipote di Stefano Bathori. Ciò avrebbe messo in una posizione scomoda Bruto nei confronti dell'imperatore Rodolfo II, in quanto l'opera era critica nei confronti degli Asburgo. Bruto si affrettò quindi a programmare un viaggio a Carlsberg, dove in tranquillità avrebbe potuto revisionare il manoscritto prima della sua pubblicazione, passando per la Transilvania per fermarne il rilascio. Riuscì nell'intento di bloccare l'uscita del manoscritto, ma il viaggio d'inverno e il freddo lo fecero ammalare; morì il 16 maggio 1592, a 75 anni, a Alba Iulia.
Ebbe almeno tre figli da tre donne diverse, nessuna delle quali gli sopravvisse, e numerosi nipoti.Monumenta Poloniae vaticana, t. IV, J. A. Caligarii, nuntii Apostolici in Polonia, epistolae et acta (1578-1581), Cracovia, 1915, pp. 571-572, n. 317.
Posizioni religiose e politiche Educato al cattolicesimo rigoroso degli agostiniani, le sue frequentazioni iniziali a Venezia e Padova - Antonio da Capua, Juan de Valdés, riformatori ed "eretici", poi frequentando il circolo di umanisti che attorniavano il cardinale Reginald Pole, l'italo-ungherese Andrea Dudith-Sbardellati - lo costrinsero a recarsi ad Anversa e poi a Lione, con l'intermezzo della cattolicissima Spagna e Inghilterra.
Nella sua omelia dedicata all'Imperatore Carlo V evidenzia la precaria autonomia delle città italiane, strette tra la politica francese e le mire espansionistiche del pontefice della famiglia Medici Clemente VII, accusato di aver messo seriamente a repentaglio la libertà della penisola, paragonando le città italiane alla servitù delle città ungheresi oppresse dai Turchi Ottomani.