I Sarbadār (, "testa da patibolo"; il cui plurale persiano è Sarbedārān ) furono un insieme di dervisci religiosi e di elementi secolari che giunsero al potere nel 1337 in una parte del Grande Khorasan occidentale durante l'agitato periodo caratterizzato dal disfacimento dell'Ilkhanato mongolo di Persia a metà del XIV secolo, mantenendosi al potere fino al 1376.
Dalla loro capitale di Sabzevār, e dai territori che la circondavano, essi continuarono a governare fino a quando Khwāja ʿAli-ye Muʾayyad si sottomise a Timur nel 1381, e costituirono uno dei pochi gruppi che riuscirono a scampare dalla famosa brutalità tipica di Tamerlano. Lo sceicco Khalīfa Mazandarānī, uno dei leader di quel movimento, era infatti un grande sapiente. Nella storia moderna iraniana, il termine "Sarbedār" è stato impiegato dall'Unione dei Comunisti Iraniani (Sarbedārān) durante la loro insurrezione armata nel gennaio del 1982 ad Amol contro il regime iraniano.
Religione Lo Stato dei Sarbadār era caratterizzato durante la sua esistenza da divisioni religiose. I suoi governanti erano sciiti, malgrado spesso i sunniti tra la popolazione reclamassero la leadership, col sostegno degli Ilkhan. La leadership dei Sarbadār derivava essenzialmente dal carisma dello sceicco Khalīfa: un dotto dell'attuale Mazandaran (allora Ṭabaristan). Lo sceicco era giunto in Khorāsān alcuni anni prima la fondazione dello Stato dei Sarbadār e fu assassinato poco dopo da sunniti. Il suo successore, Ḥasan Jūrī, travasò le pratiche del Maestro nello Stato dei Sarbadār. I devoti di tali pratiche erano noti come "Sabzavārī", a causa del nome della città. I Sabzavārī, tuttavia, erano tra loro divisi. Alcuni erano sciiti moderati che erano spesso in contrasto con i dervisci che aderivano a un'ideologia prettamente mistica. La città capitale di Sabzavār era abitata da un gran numero di sciiti, ma i Sarbadār conquistarono il territorio circostante, inglobando ampie fette di popolazione sunnita.
Governo I Sarbadār costituivano una realtà unica tra i maggiori contendenti delle spoglie dell'Ilkhanato di Persia, tra cui nessuno dei leader più importanti governava in quanto legittimo sovrano. Nessuno di essi poteva infatti vantare una legittima pretesa al trono ilkhanide, o era legato a un casato reale, mongolo o no, e nessuno di loro aveva prima occupato un posto di rilievo nell'Ilkhanato. Mentre all'occasione fosse riconosciuto qualche pretendente al trono ilkhanide come signore di questa o quella parte della Persia, ciò avveniva per pura convenienza politica, ma costoro non avevano avuto alcun legame di rilievo con l'antico Ilkhanato. Questo fatto ebbe una forte influenza sulla natura politica dello Stato dei Sarbadār.
I Sarbadār ebbero una forma di governo che, in epoca moderna, potrebbe essere identificata nell'oligarchia o nella repubblica. Al pari dei loro vicini, i Sarbadār non ebbero linee dinastiche: il potere andava usualmente al più ambizioso e capace d'impadronirsene tra loro, anche se questa idea non è condivisa da tutti. Alcuni puntano sul fatto che uno dei capi Sarbadār, Vajīḥ al-Dīn Masʿūd generò un figlio, di nome Luṭf Allāh, che riuscì a regnare. Mentre sette altri governanti separano il regno di Masʿūd e quello di suo figlio, essi sono talora considerati reggenti per conto di Luṭf Allāh, finché egli non crebbe abbastanza da gestire da solo il potere statale. Nonostante ciò, i sette sono in genere considerati come capi dello Stato sarbadaride, nel pieno dei loro diritti.
Il fatto che numerosi governanti Sarbadār avessero conosciuto una morte violenta, denuncia l'instabilità strutturale del regime politico. Il fondatore dello Stato, ʿAbd al-Razzāq, usò il titolo di Amīr (Emiro) durante il suo regno, mentre altri governanti ebbero un approccio significativamente secolare. Anche i dervisci gestirono la politica dello Stato, talora in cogestione con altri governanti di orientamento non religioso, senza che ciò allungasse il periodo di permanenza al potere, visti gli attriti che inevitabilmente si verificavano.
Storia Fondazione La realtà istituzionale sarbadaride venne alla luce verso i primi del 1337. A quel tempo, buona parte del Khorasan era sotto il controllo del pretendente ilkhanide Ṭoghā Temūr e dei suoi emiri. Uno di essi, ʿAlāʾ al-Dīn Muḥammad, aveva giurisdizione sulla città di Sabzevār. Le sue eccessive tassazioni portarono ʿAbd al-Razzāq Bāshtīnī, un componente della classe feudale al governo, ad assassinare un funzionario governativo a Bāshtīn, un distretto della città. Il funzionario era nipote di ʿAlāʾ al-Dīn Muḥammad e ʿAbd al-Razzāq innalzò lo stendardo della rivolta. I ribelli s'insediarono in un primo momento sulle vicine montagne, in cui sconfissero le milizie inviate contro di loro ed effettuarono razzie ai danni delle carovane e dei capi di bestiame. Poi, nell'estate del 1337 s'impadronirono di Sabzevār. Ṭoghā Temūr era a quel tempo impegnato contro i Jalayridi in una campagna militare nell'occidente khorasanico. ʿAbd al-Razzāq assunse il titolo di Emiro e batté monete a proprio nome, ma fu pugnalato a morte dal fratello Vajīḥ al-Dīn Masʿūd durante un'aspra discussione nel 1338. Masʿūd assunse il comando dei Sarbadār, sottoscrisse la pace con Ṭoghā Temūr, promettendo di riconoscerlo come sovrano e di versare a lui le tasse. Il Khān mongolo accettò, nella speranza che ciò avrebbe potuto metter fine alle razzie dei Sarbadār sui suoi trasporti di rifornimento.
Nel frattempo, il seguace dello sceicco Khalīfa, Ḥasan Jūrī, predicava nelle città del Khorāsān con grande successo. Le sue attività suscitarono il sospetto delle autorità governative e nel maggio del 1336 egli dovette fuggire nell'Iraq orientale. Quando ritornò alcuni anni più tardi, il luogotenente di Ṭoghā Temūr e comandante del Jaʾun-e Qorbān, Arghūn Shāh, lo arrestò nel 1339 o nel 1340. Fu infine rimesso in libertà, forse dietro insistenza di Vajīḥ al-Dīn Masʿūd, che subito dopo decise di trarre vantaggio dalla popolarità di Ḥasan Jūrī. Entrò nel suo Ordine mistico come novizio e lo proclamò governante aggiunto. Ḥasan Jūrī proclamò per sua parte che il 12º Imam duodecimano sarebbe presto ricomparso ma, iniziata positivamente la cogestione del potere, presto però i dissensi tra i due cominciarono a manifestarsi. Vajīḥ al-Dīn Masʿūd credeva che fosse utile accettare la sovranità nominale di Ṭoghā Temūr, mentre Ḥasan Jūrī intendeva costituire uno Stato sciita. Ognuno dei due guadagnava sostenitori alla propria causa: il primo all'interno della sua famiglia e del suo gruppo, il secondo tra i dervisci, l'aristocrazia e la corporazione dei commercianti. Entrambi avevano le proprie forze militari: Vajīḥ al-Dīn Masʿūd poteva contare su 12.000 contadini armati e una guardia del corpo di 700 schiavi Turchi, laddove Ḥasan Jūrī aveva un contingente composto da artigiani e mercanti.
Nel 1340 Vajīḥ al-Dīn Masʿūd si mosse contro i Jaʾun-e Qorbān, guidati da Arghūn Shāh. Questi fu costretto ad abbandonare Nīshāpūr e a ripiegare su Ṭūs. I Sarbadār proseguirono a battere moneta in nome di Ṭoghā Temūr, nella speranza che egli avrebbe ignorato quanto accadeva mentre stava conducendo di nuovo una campagna militare a ovest. Il Khān, tuttavia, marciò contro di loro ma le sue forze furono distrutte e, mentre fuggiva in Mazandarān, varie importanti personalità come ʿAlāʾ al-Dīn Muḥammad (in precedenza in carica a Sabzevār), e il fratello di Ṭoghā, ʿAlī Keʾūn, furono uccisi. I Sarbadār presero il controllo di Jajarm, Dāmghān e Semnān, oltre alla capitale di Ṭoghā di Gorgān. Vajīḥ al-Dīn Masʿūd e Ḥasan Jūrī, tuttavia, entrarono subito in forte contrasto su altri argomenti. Masʿūd, a seguito della sconfitta di Ṭoghā Temūr, riconobbe un nuovo sovrano nella persona di Ḥasan-e Kuçek dei Chupanidi, così come del fantoccio di questi, Suleyman Khan. Masʿūd considerava la mossa necessaria; con la conquista di Simnān, i Chupanidi erano ora i nuovi vicini ma, dal momento che i Chupanidi erano sunniti, ciò senza alcun dubbio non collimava con le opinioni del suo co-governante.
Con la disfatta dei Jaʾun-e Qorbān e di Ṭoghā Temūr, i Sarbadār non avevano comunque forze sufficienti per contrastare in Khorāsān i nemici Kartidi di Herat. Il leader di questi, Muʿizz al-Dīn Ḥusayn, riconobbe anch'egli infatti la sovranità di Ṭoghā Temūr e, quando i Sarbadār deposero il nominale sovrano ilkhanide, essi divennero dei nemici. I Sarbadār decisero di abbattere i Kartidi con una campagna militare. Gli eserciti delle due parti si scontrarono nella battaglia di Zaveh il 18 luglio del 1342. Il combattimento iniziò in modo positivo per i Sarbadār, fin quando Ḥasan Jūrī fu catturato e ucciso. I suoi seguaci, supponendo (forse correttamente) che la sua morte fosse stato un assassinio programmato da Vajīḥ al-Dīn Masʿūd, immediatamente si ritirarono, cambiando il corso dello scontro. I Kartidi quindi sopravvissero e, tornato in patria, Vajīḥ al-Dīn Masʿūd cercò di governare senza il sostegno dei dervisci, ma il suo potere s'indebolì. Cercò di metter fine alla minaccia di Ṭoghā Temūr, che nel frattempo si era accampato nella regione di Amul (Mazandarān, impedendo ai Sarbadār di rimanere in contatto coi Chupanidi. Masʿūd intraprese una nuova campagna contro di lui nel 1344, che iniziò con buoni risultati per finire però in un disastro. Sulla strada da Sari ad Amul, l'esercito dei Sarbadār cadde in un'imboscata e Masʿūd fu preso prigioniero e giustiziato. Gran parte delle conquiste dei Sarbadār furono perdute come esito delle due sconfitte e solo la regione attorno a Sabzevār e forse anche Juwayn (alla persiana "Jovein") e Nishapur rimasero nelle loro mani. Ṭoghā Temūr tornò a Gurgān e una volta ancora si accordò per un'alleanza coi Sarbadār.
1344–1361 I primi tre successori di Masʿūd governarono per un periodo complessivo di appena tre anni. I primi due avevano servito come comandanti militari; il fratello di Masʿūd, Shams al-Dīn, fu il terzo ma non fece eccezione. Questi conflitti intestini furono controbilanciati dalle positive realizzazioni verificatesi ai confini esterni, in special modo dalla morte di Arghūn Shāh nel 1343 e dall'ascesa al potere del suo successore Muḥammad Beg, che abbandonò l'alleanza coi Jaʾun-e Qorbān con Ṭoghā Temūr in favore di una coi Sarbadār. Shams al-Dīn fu rimpiazzato a sua volta dal derviscio Shams al-Dīn ʿAlī nel 1347, sottolineando la perdita di potere dei seguaci di Masʿūd. Shams al-Dīn ʿAlī fu un capace amministratore, in grado di riorganizzare le finanze statali, dando maggior ordine al sistema fiscale e pagando regolarmente in contanti i funzionari pubblici. Come uomo di religione, tentò di mettere un freno alla prostituzione, al consumo di droghe e di alcol, vivendo una vita molto semplice e senza lussi. La sua capacità militare fu notevole. Sebbene fallisse nel conquistare Ṭūs, fu in grado però di stroncare una rivolta a Dāmghān a ovest ma a impedire la trasformazione dei possedimenti Sarbadār in un vero e proprio Stato fu l'acceso sciismo dei seguaci di Masʿūd, che s'impadronirono dei gangli vitali del governo sunnita. Nel frattempo dovette fronteggiare i nemici che si opponevano ai dervisci, come pure la corruzione dei funzionari, che odiavano le riforme di Shams al-Dīn ʿAlī. Uno di questi funzionari, di nome Ḥaydar Qaṣṣāb, forse membro di una gilda di artigiani, assassinò Shams al-Dīn ʿAlī verso il 1352.