La scultura rinascimentale bresciana è stata una importante declinazione della scultura rinascimentale sviluppata a Brescia a partire dagli anni 1460 circa nell'ambito della cultura veneta, con apice tra la fine del secolo e l'inizio del successivo. In questo periodo, una serie di cantieri pubblici e privati furono in grado di produrre opere assolutamente originali, spaziando dalla raffinata e sperimentale matrice scultorea della chiesa di Santa Maria dei Miracoli al regolare classicismo del palazzo della Loggia.
Protagonista di questa fortunata quanto breve parabola, stroncata nel 1512 con l'invasione dei francesi e il successivo sacco di Brescia, fu Gasparo Cairano, riconosciuto autore di opere di altissimo livello artistico quali l'arca di sant'Apollonio, lAdorazione Caprioli, il mausoleo Martinengo e, in primo luogo, il ciclo dei Cesari per i prospetti del palazzo della Loggia, elogiato a stampa già nel 1504 dal De sculptura di Pomponio Gaurico. Contemporanei al Cairano furono altri autori più o meno bresciani, spesso presenti a Brescia solo per brevi capitoli della loro carriera, quali il Tamagnino e la bottega dei Sanmicheli, assieme ad altri artisti minori collocabili nella cerchia del maestro, per esempio Antonio Mangiacavalli e Ambrogio Mazzola, mentre resta ancora oggi in gran parte anonima la galassia di scultori di impronta veneta attiva in città durante l'intera seconda metà del XV secolo.
Arte di transizione nella Brescia del XV secolo
Gli scarsi documenti pervenuti, così come le poche testimonianze sopravvissute, non consentono di ricostruire in modo adeguato il quadro dell'arte scultorea a Brescia nei decenni precedenti all'apertura del cantiere di Santa Maria dei Miracoli. Tuttavia, appare chiara l'assenza di un significativo scenario di maestranze locali in grado di produrre opere in marmo di una certa qualità, benché nell'ambito della lavorazione della terracotta, in quegli anni, fiorisse a Brescia e dintorni la scuola del Maestro degli angeli cantori, autore di opere di notevole qualità. Dopo il quasi nulla di fatto, dal punto di vista documentario, degli anni '50 e '60 del XV secoloSono note solamente pochissime opere, quasi tutte di committenza pubblica e praticamente tutte perdute. Sono inoltre noti alcuni scultori di provenienza bresciana presenti in quegli anni a Roma e Bergamo, i quali tuttavia hanno lasciato opere di scarso interesse e, anche in questo caso, quasi tutte perdute. Si veda , si incontrano sporadiche opere nelle quali si assiste al progressivo aggiornamento ai tratti decorativi e antiquari mutuati dalla Cappella Colleoni, quali l'altare della cappella Averoldi nella chiesa di Santa Maria del Carmine e il portale della stessa chiesa, il portale della basilica di Santa Maria delle Grazie e il portale della chiesa del Santissimo Corpo di Cristo.
Agli anni '70 appartiene una categoria di opere concepite in modo austero e irrigidito, alla ricerca, in questo senso, di un'espressione più monumentale del modellato, per esempio la lunetta figurata del già citato portale di Santa Maria delle Grazie, il trittico di sant'Onorio e l'arca di san Paterio, entrambi nel museo di Santa Giulia. Da questo tipo di rappresentazione si distaccano nettamente le prime due opere considerate davvero innovative per il panorama artistico scultoreo dell'epoca, ossia la lastra sepolcrale di Bartolomeo Lamberti al Santa Giulia e il monumento funebre di Domenico de Dominici in Duomo vecchio. Questi due manufatti sembrano avere poco a che fare con l'espressione dell'arte locale del periodo e sono pertanto addebitabili a maestranze esterne, provenienti dall'entroterra veneto, oppure a maestranze bresciane ma già attive in centri quali Verona o Vicenza. Trova quindi ulteriore conferma il già documentato, costante spostamento di numerosi artisti lombardi nell'area padana e anche oltre.
In questo contesto si inserisce anche la figura di Filippo Grassi, milanese di origine e alle dipendenze del comune di Brescia dal 1481 come lapicida mentre, dal 1495-1496, anche come architetto e ingegnere capo del cantiere della Loggia. È interessante notare come il Grassi, pur alla luce del suo curriculum, non sia mai documentato su opere a carattere figurativo o decorativo, né al santuario dei Miracoli, né alla Loggia: ciò appare come un indizio dell'orientamento che, progressivamente, stava assumendo la committenza pubblica sui livelli di cultura artistica delle maestranze attive nei propri cantieri, livelli che evidentemente il Grassi non sapeva offrire e che la municipalità stava cercando altrove. Queste doti saranno infine trovate in Gasparo Cairano e nella sua capacità di interpretare nella pietra i vanti rinascimentali delle alte cariche, pubbliche e private, della Brescia nell'esplosione rinascimentale, attitudine ben presto preferita al raffinato ed elegante sperimentalismo dei Sanmicheli.
La bottega bresciana dei Sanmicheli
Le prime informazioni documentarie sull'impresa dei fratelli Bartolomeo e Giovanni Sanmicheli, originari di Porlezza sul lago di Como, risalgono ai primi anni '80 del XV secolo a Verona ed entro la fine del secolo sono documentate alcune importanti commissioni ottenute in varie città del nord ItaliaSi segnalano in particolare la cappella del Santissimo Sacramento nel duomo di Mantova, tra l'altro unica opera sanmicheliana quattrocentesca certa e sopravvissuta integralmente fino ai giorni nostri, e una cappella perduta nella chiesa di Santo Spirito a Bergamo. Per la cappella mantovana si veda , per il resto . L'impresa dei due scultori approda probabilmente anche a Brescia, dato che Bartolomeo risulta qui residente almeno dal 1501 al 1503A sostegno di questa tesi esistono sia una fonte diretta, nello specifico un atto notarile bresciano del 1503 che qualifica Bartolomeo cittadino bresciano, sia una indiretta, ossia l'anagrafe veronese del 1501 e del 1502 che censisce Paolo Sanmicheli come figlio di Bartolomeo "de Brixia". Si veda e una presenza così prolungata è giustificabile solo ammettendo l'esistenza di una significativa attività locale. Vi è comunque motivo di credere che il capitolo dei Sanmicheli a Brescia debba avere radici ben più profonde del biennio documentato, a partire dallo "Jacobo" o "Iacomo" quasi sempre qualificato "intayador""Intagliatore", in dialetto bresciano. e sempre al primo posto nelle polizze di pagamento del 1493 per i lavori di scultura al cantiere di Santa Maria dei Miracoli, la cui bottega di famiglia ne sarebbe pertanto la principale artefice, seguito da schiere di "tayapreda""Tagliapietra", in dialetto bresciano.Già Archivio Storico di Santa Maria dei Miracoli, oggi in Archivio Brunelli (archivio parrocchiale di Bassano Bresciano, non consultabile), mazzo 1, n. 1. Si veda per la trascrizione., e ancora allo "Jacobus da Verona" che il 19 dicembre 1495 iniziava a lavorare il primo dei quattro capitelli giganti in facciata al palazzo della LoggiaBaldassarre Zamboni, Collectanea de rebus Brixiae, Biblioteca Queriniana, Ms. H. III. M. 2..
Questo personaggio potrebbe essere identificato in Jacopo SanmicheliL'identificazione si basa su una serie di riscontri stilistici e documentari che coinvolgono anche quanto riferito da Giorgio Vasari nelle Vite circa i suoi studi umanistici. Si veda e note al testo., così come l'identità di Matteo Sanmicheli potrebbe celarsi dietro il "Matteo da Proleza" registrato nel 1493 tra i "tayapreda" del santuario dei MiracoliAnche in questo caso interviene un'analisi di tipo stilistico sulla sofisticata componente intellettualistica dimostrata da Matteo nelle sue opere piemontesi, come evidenziato in . Si veda anche . La carriera bresciana dei Sanmicheli prosegue dunque nel secondo, grande cantiere della Brescia rinascimentale, quello della Loggia, dove però il gusto locale, inizialmente focalizzato sull'ornato e sulla finissima decorazione di superficie, migra verso orizzonti di potenza e classicità strutturale, più pesata e forse meno leziosa, di fatto estranea alla specializzazione di famiglia.
L'ascesa di Gasparo Cairano
L'esordio a Brescia di Gasparo Cairano è l'opera per il quale viene pagato il 24 dicembre 1489Già Archivio Storico di Santa Maria dei Miracoli, cart. A, fasc. 3, perduto, si veda : il ciclo delle dodici statue di Apostoli per la prima cupola della chiesa di Santa Maria dei Miracoli a Brescia, eseguite approssimativamente nello stesso periodo in cui il Tamagnino eseguiva i suoi dodici Angeli di contrappunto, da disporsi nel registro inferiore. La completa autografia del Cairano si può comunque limitare a non più di due o tre esemplari, benché in generale si riconducano allo stile espressionistico, molto fortunato all'epoca, introdotto da Antonio Mantegazza. In generale, tutta la produzione lapidea del cantiere di Santa Maria dei Miracoli eseguita nel decennio successivo al ciclo degli Apostoli, limitatamente a quanto presente all'interno dell'edificio, è riconducibile al Cairano e ai suoi collaboratori. Non è da escludere che quest'opera propedeutica portasse in seno proprio il diritto a proseguire i lavori, in un vero e proprio confronto disputato tra Cairano e il Tamagnino.
Appena conquistata la prosecuzione dei lavori all'interno del santuario dei Miracoli, l'arte e la carriera del Cairano cominciavano una rapida ascesa: già il 16 novembre 1491 gli vengono pagate le due chiavi di volta per il nuovo presbiterio del Duomo vecchio, in via di costruzione sotto il progetto di Bernardino da Martinengo e sole sculture figurate presenti nella nuova costruzione. Due anni dopo, nel 1493, il Cairano avviava il proprio impegno nel cantiere della Loggia.
Proprio con la Loggia irrompe sulla scena artistica bresciana l'ormai formato Gasparo Cairano, la cui potenza dei Cesari sancisce l'avvio al declino della sperimentazione sanmicheliana al santuario dei Miracoli che aveva efficacemente cavalcato il gusto locale dell'ornato rinascimentale, nel quale però municipalità e nobiltà non si rispecchiavano più. Probabilmente negli ultimi anni del secolo i Sanmicheli intervengono nella decorazione lapidea della cappella Caprioli nella chiesa di San Giorgio, la stessa per la quale il Cairano, quasi contemporaneamente, predispone la sua Adorazione, tra i suoi capolavori, manifestando per la prima volta al di fuori della Loggia un affiancamento tra le due botteghe, ma non è noto di quale entità.
La scultura bresciana dopo il cantiere della Loggia