L'affare Lavon, noto anche con il nome in codice Operazione Susannah, è stato un'operazione coperta israeliana fallita, condotta in Egitto nell'estate del 1954.
Come parte dell'operazione sotto falsa bandiera, l'intelligence militare israeliana reclutò un gruppo di ebrei egiziani con l'obiettivo di piazzare delle bombe all'interno di edifici civili di proprietà egiziana, statunitense e britannica – cinema, biblioteche e centri educativi statunitensi. Le bombe furono programmate per esplodere diverse ore dopo l'orario di chiusura. Gli attacchi sarebbero stati attribuiti ai Fratelli Musulmani, ai comunisti egiziani, a «malcontenti non specificati» o a «nazionalisti locali», con lo scopo di creare un clima di sufficiente violenza e instabilità al fine di indurre il governo britannico a mantenere le sue truppe di occupazione nella zona del canale di Suez in Egitto.
L'operazione non causò vittime tra la popolazione, ma provocò la morte di quattro agenti. Il respnsabile dell'operazione avrebbe informato gli egiziani; in seguito, undici presunti agenti furono arrestati. Due di essi si suicidarono dopo la cattura, due furono giustiziati dalle autorità egiziane, due assolti al processo e i restanti cinque ricevettero condanne a pene detentive tra i sette anni e l'ergastolo.
L'operazione divenne infine nota come affare Lavon (Lavon Affair), dopo che il ministro della difesa israeliano Pinhas Lavon fu costretto a dimettersi a seguito dell'incidente. Prima delle sue dimissioni, l'incidente era stato eufemisticamente denominato in Israele come la "sfortunata vicenda" o "il cattivo affare" (, Esek HaBish). Israele ha continuato a negare pubblicamente qualsiasi coinvolgimento nell'incidente per cinquantuno anni; nel 2005 gli agenti sopravvissuti sono stati premiati ufficialmente con attestazioni di stima rilasciate dal presidente israeliano Moshe Katsav.
Storia All'inizio degli anni Cinquanta, gli Stati Uniti d'America adottarono una politica più interventista a sostegno del nazionalismo egiziano: questa linea era spesso in contrasto con la politica britannica di mantenimento della propria egemonia regionale. Il governo israeliano temeva che la politica statunitense, che incoraggiava la Gran Bretagna a ritirare le proprie forze militari dal canale di Suez, avrebbe incoraggiato le ambizioni militari del presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser nei confronti di Israele. Inizialmente Israele cercò di influenzare la politica attraverso mezzi diplomatici, senza ottenere alcun successo.
Nell'estate del 1954 il colonnello Binyamin Gibli, a capo della direzione d'intelligence israeliana Aman, avviò l'operazione Susannah con il fine di ribaltare tale decisione. L'obiettivo era quello di compiere attentati dinamitardi e altri atti di sabotaggio in Egitto, con lo scopo di creare un clima tale da permettere agli oppositori anglo-americani del ritiro militare britannico di prendere il sopravvento e bloccare la dislocazione. Secondo lo storico Shabtai Teveth, il compito era quello di «minare la fiducia occidentale nel regime egiziano esistente generando insicurezza pubblica e azioni volte a provocare arresti, manifestazioni e atti di rappresaglia, celando completamente il coinvolgimento israeliano. Il team fu quindi esortato a non farsi scoprire, in modo che i sospetti ricadessero sui Fratelli Musulmani, sui comunisti, su 'malcontenti non specificati' o su 'nazionalisti locali'».
La cellula top-secret incaricata dell'operazione, l'Unità 131, esisteva dal 1948 ed era sotto il controllo dell'Aman a partire dal 1950. All'epoca dell'operazione Susannah, l'Unità era al centro di un'aspra disputa tra l'Aman e il Mossad riguardo chi dovesse controllarla. Gli agenti dell'Unità 131 furono reclutati anni prima, quando l'ufficiale dei servizi segreti israeliani Avraham Dar arrivo a Il Cairo sotto la copertura di un cittadino britannico di Gibilterra chiamato John Darling. Dar avrebbe reclutato diversi ebrei egiziani, noti come sayanim (), i quali in precedenza si erano adoperati per aiutare gli ebrei a fuggire verso Israele addestrandoli per operazioni coperte; queste attività erano considerate illegali dall'Egitto.
Inizio dell'operazione L'Aman decise di attivare la rete nella primavera del 1954. Il 2 luglio, l'Unità 131 fece esplodere delle bombe in un ufficio postale di Alessandria; il 14 luglio bombardò le biblioteche dell'United States Information Agency presenti nella città sopraccitata e a Il Cairo, e un teatro di proprietà britannica. Le bombe artigianali, costituite da sacchetti contenenti acido posti sopra la nitroglicerina, venivano inserite all'interno dei libri e collocate sugli scaffali delle biblioteche poco prima dell'orario di chiusura. Diverse ore dopo, man mano che l'acido corrodeva i sacchetti, le bombe esplodevano; gli ordigni causarono pochi danni agli obiettivi, non provocando feriti o morti.
Prima che l'Unità iniziasse l'operazione, l'agente israeliano Avri Elad venne inviato per supervisionarla. Elad assunse l'identità di Paul Frank, un ex-ufficiale delle SS legato alla resistenza nazista. Egli avrebbe informato gli egiziani, permettendo così ai loro servizi segreti di seguire un sospetto fino al suo obiettivo, il Teatrio Rio, dove era presente un'autopompa. Le autorità egiziane arrestarono il sospetto, Philip Natanson, nel momento in cui la sua bomba esplose accidentalmente in tasca. A seguito della perquisizione del suo appartamento, vennero trovate prove incriminanti e i nomi dei complici dell'operazione.
Undici sospetti furono arrestati dalla sicurezza di Stato egiziana, includendo gli ebrei egiziani e gli israeliani sotto copertura. Elad e Dar riuscirono a fuggire; due sospetti, Yosef Carmon e l'israeliano Meir Max Bineth, si suicidarono in prigione.
Processi e carcere Il processo egiziano iniziò l'11 dicembre 1954 e terminò il 27 gennaio 1955: due degli imputati furono condannati a morte per impiccagione, due furono assolti e gli altri ricevettero lunghe pene detentive, a partire dai sette anni fino all'ergastolo. Nel 1954 Maurice Orbach, a nome di Winston Churchill e del Congresso ebraico mondiale, si recò a Il Cairo per intercedere per la vita dei condannati a morte. In seguito, egli affermò che il presidente egiziano Nasser aveva acconsentito a risparmiarli, ritrattando in seguito e bilanciando la loro esecuzione con quella dei membri dei Fratelli Musulmani.
In Israele, il processo fu considerato una farsa, sebbene la rigida censura militare sulla stampa dell'epoca facesse sì che l'opinione pubblica israeliana fosse tenuta all'oscuro dei fatti e, di fatto, indotta a credere che gli imputati fossero innocenti.
Dopo aver scontato sette anni di carcere, due degli agenti imprigionati (Meir Meyuhas e Meir Za'afran) furono rilasciati nel 1962. I restanti furono liberati nel febbraio del 1968 – tra di loro figurava Marcelle Ninio, rilasciata nell'ambito di un'aggiunta segreta in uno scambio di prigionieri di guerra.
Poco dopo la vicenda, il capo del Mossad Isser Harel espresse all'aman i suoi sospetti riguardanti l'integrità di Avri Elad. Nonostante le preoccupazioni espresse, l'Aman continuò ad utilizzarlo per le operazioni di intelligence fino al 1956, anno in cui fu sorpreso nel tentativo di vendere documenti israeliani agli egiziani. Elad fu processato in Israele e condannato a dieci anni di reclusione. Durante la sua prigionia nel carcere di Ayalon, i media poterono riferirsi a lui usando esclusivamente gli appellativi «Terzo Uomo» o «X», a causa della censura governativa; nel 1976, mentre viveva a Los Angeles, Elad si identificò ufficialmente come il «Terzo Uomo» dell'affare Lavon. Nel 1980, Harel rivelò pubblicamente prove che Elad era stato reclutato dagli egiziani anche prima dell'operazione Susannah.
Eredità L'operazione Susannah e l'affare Lavon si rivelarono disastrosi per Israele sotto diversi aspetti: lo Stato perse posizione e credibilità in modo significativo nei suoi rapporti con il Regno Unito e con gli Stati Uniti d'America, che richiesero anni per essere ripristinati; le conseguenze furono accompagnate da una notevole instabilità politica in Israele, che impattò sull'influenza del suo governo.
Il 30 marzo 2005 Israele rese pubblicamente omaggio alle spie sopravvissute. Il presidente Moshe Katsav consegnò a ciascuna di loro un attestato di riconoscimento per l'impegno a favore dello Stato, ponendo fine a decenni di negazioni ufficiali da parte del governo israeliano.
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