Fu ostaggio delle Brigate Rosse dal 12 dicembre 1980 al 15 gennaio 1981. Al momento della morte era presidente di sezione della Corte di Cassazione.
Il sequestro
Il 12 dicembre 1980 il giudice venne rapito in via Pio IV a Roma, nel quartiere Aurelio. In quel momento D'Urso ricopriva l'incarico di direttore dell'ufficio III della direzione generale degli istituti di prevenzione e pena presso il Ministero di Grazia e Giustizia.Giuseppe Zaccaria, Da 20 giorni senza scorta, "La Stampa", 14 dicembre 1980, pp. 1-2 Il 13 dicembre il rapimento venne rivendicato dalle Brigate Rosse con un comunicato diffuso insieme ad una foto del prigioniero, per i terroristi responsabile di torture e vessazioni nei confronti di migliaia di proletari. Condizione per il rilascio del prigioniero era la chiusura del carcere dell'Asinara. Il commando responsabile del rapimento era capitanato da Mario Moretti.Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate rosse, p. 274
Dopo il rapimento si crearono rapidamente due fronti opposti, quello della fermezza e quello della trattativa, come al tempo del sequestro Moro. Il giorno di Natale, il segretario del PSI, Bettino Craxi, fece diffondere un comunicato della direzione del partito nel quale si affermava che la chiusura dell'Asinara coincideva con un adempimento giustificato e da più parti richiesto. Il giorno dopo Sarti, ministro di grazia e giustizia, annunciò lo sgombero dell'Asinara.Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, p. 401 Il 28 dicembre il fallito tentativo di evasione di alcuni brigatisti dal carcere di Trani si trasformò in rivolta, soffocata in 24 ore grazie all'intervento del GIS. Le BR risposero con l'assassinio del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, vicecomandante dell'ufficio XII addetto al sicurezza esterna delle carceri e collaboratore di D'Urso, il 31 dicembre 1980.
Il 4 gennaio 1981 le BR diffusero un comunicato nel quale si dichiarava la condanna a morte del giudice D'Urso al termine del processo proletario a suo carico. In cambio della sua vita dovevano essere pubblicati integralmente sui maggiori quotidiani italiani i testi dei comunicati dei comitati di lotta di Trani e Palmi.Flamigni, cit., p. 277 Molti quotidiani si rifiutarono di pubblicare i testi brigatisti.
Il 7 gennaio i detenuti nelle carceri di massima sicurezza di Palmi e Trani fecero conoscere la loro posizione chiedendo la sospensione della condanna a morte e la liberazione di D'Urso, il 9 gennaio furono pubblicati ampi brani del documento brigatista su due quotidiani: il socialista l’Avanti e Lotta continua, legato ad aree della sinistra extraparlamentare.
Il 10 gennaio 1981 i radicali concessero alla famiglia D'Urso lo spazio a loro assegnato nella tribuna politica flash, trasmessa dalla Rai, e in questa occasione Lorena, la figlia del giudice, dopo aver rivolto un appello accorato per la liberazione del padre, lesse ampi stralci dai due comunicati e fu in tal modo costretta a leggere di suo padre definito come "il boia D'Urso". Radio Radicale, registrazione della tribuna politica flash del 10 gennaio 1981 Lo stesso giorno le Brigate rosse comunicarono un nuovo ultimatum di 48 ore: il loro prigioniero sarebbe stato giustiziato se i testi integrali dei comunicati, emessi dai comitati dei detenuti delle carceri di Palmi e Trani, non fossero stati pubblicati dai quotidiani nazionali; anche stavolta gli altri giornali nazionale non cedettero e non pubblicarono.
Il sequestro terminò col ritrovamento di Giovanni D'Urso all'alba del 15 gennaio in via del Portico di Ottavia, zone centrale di Roma, in catene e imbavagliato, all’interno di un’auto, ma vivo.Zavoli, cit, p. 404.
Note
Bibliografia
Voci correlate
Vittime delle Brigate Rosse Terrorismo in Italia
Categoria:Persone sequestrate