MagasaL'accento è sulla seconda vocale. (Magàsa in dialetto bresciano) è un comune italiano di abitanti della provincia di Brescia in Lombardia. È situato a nord-est del capoluogo, al confine col Trentino. È il comune della provincia di Brescia meno popolato. Vanta anche il primato di comune con l'età media più alta della provincia (58 anni), quinto in Lombardia e 45º nazionalmente.

Geografia fisica Territorio Il territorio comunale è situato a circa 1.000 m s.l.m. nella Val Vestino, compresa tra il lago di Garda e quello d'Idro. Dista 26 chilometri da Gargnano, 30 da Idro e circa 72 dalla città di Brescia, ed è raggiungibile tramite la strada provinciale 9, che sale da Gargnano, o la 58, proveniente da Idro.

Il comune fa parte, insieme ad altri otto, della Comunità Montana Parco Regionale Alto Garda Bresciano, con sede a Gargnano.

Frazioni Cadria, nella valle omonima, oltre il passo di Cima Rest.

Geologia Il territorio comunale è costituito in prevalenza da dolomia principale, su cui poggiano gli strati retici, fortemente fagliati. L'ampio pianoro sopra l'abitato, occupato da prati e cespugli, appartiene a questi ultimi e si distingue nettamente dalle circostanti pareti dolomitiche, aspre e quasi brulle; verso il paese affiorano calcari grigi e neri alternati a calcari dolomitici e a dolomie bianche.. Alla formazione del Calcare di Zorzino, di età mesozoica, appartiene il giacimento fossilifero di Cima Rest.

Il giacimento fossile di Cima Rest La presenza di fossili nell'area era già stata rilevata nell'ultimo quarto dell'Ottocento dal geologo Karl Richard Lepsius, che fra il 1875 e il 1878, nell'ambito delle ricerche finanziate dall'Impero austriaco tramite il Geologische Reichsanstalt, svolse accurati rilievi stratigrafici sulle Alpi di Ledro e sui monti a sud dell'Ampola, dedicando alcune pagine alla Val Vestino e al monte Caplone. Lepsius segnalava fra l'altro il rinvenimento di grandi quantità di fossili caratteristici degli strati retici, tra cui Avicula contorta, Cyrena rhaetica e Terebratula gregaria.

Il giacimento fu riconosciuto nella sua rilevanza scientifica nel 1969, quando ricercatori del Museo Civico di Scienze Naturali di Brescia ne accertarono l'estensione superficiale in località Alvezza: risalente a circa 220 milioni di anni fa, conserva una fauna di gamberi e pesci notevole per la completezza della morfologia e per l'evidenza dei particolari anatomici.. Fra i rinvenimenti spicca un esemplare di Paralepidotus ornatus lungo 600 millimetri, riferibile al Norico, oggi conservato al museo bresciano: si trattava di un pesce dai movimenti lenti, dotato di robuste scaglie ganoidi e di denti adatti a nutrirsi di molluschi; ..

Sono stati inoltre identificati pesci dei generi Pholidophorus e Birgeria, mascelle di Pseudodalatias, gamberi dei generi Antrimpos, Archeopalinurus e Acanthinopus, nonché tilacocefali e resti problematici che potrebbero corrispondere all'ala di un rettile volante del gruppo dei ranforinchi. Ulteriori reperti estratti tra il 1999 e il 2006 dalle rocce di Crune, presso malga Alvezza, sono costituiti da piccoli folidoforidi, in genere non superiori agli 11 centimetri, che negli antichi mari triassici costituivano fonte di nutrimento per i pesci predatori e che in precedenza erano stati rinvenuti soltanto in poche altre località italiane ed europee, come Cene, Ponte Giurino e Seefeld in TiroloMuseo etnografico e naturalistico Val Sanagra, scheda Parapholidophorus sp..

Flora Il massiccio del monte Tombea-Caplone, che con i suoi 1.976 metri è la vetta più alta del Parco Alto Garda Bresciano, è un territorio ricco di endemismi floreali e fu meta prediletta di botanici italiani e stranieri già dai primi dell'Ottocento. Kaspar Maria von Sternberg fu il primo a salire sul massiccio nel 1804, seguito da Francesco Facchini nel 1842; nel 1853 il botanico Friedrich Leybold vi riconobbe il primo esemplare di una specie allora sconosciuta, raccolta nel 1856 dallo svizzero Pierre Edmond Boissier e pubblicata nel 1859 da Adolf Engler con il nome di saxifraga tombeanensis. Altri ricercatori si avvicendarono in seguito, tra cui John Ball . Ball sostò a Magasa poco prima del 1866, proveniente da Storo e dalla Valle Lorina e diretto a Gargnano., Paul Friedrich August Ascherson, Henry Correvon e Andreas Sprecher von Bernegg.

Sul monte Tombea vegeta anche la nigritella, detta localmente pegnót o penót, «piccolo pugno», per la forma del tubero diviso in due: un fiore dal colore rosso vivo e dal profumo intenso, cui la tradizione popolare attribuiva proprietà magiche.

Fauna Nei secoli passati la presenza dell'orso bruno in Val Vestino fu pressoché costante, interrottasi solo negli ultimi decenni del Novecento a causa del ridimensionamento della specie in Trentino. Il ritorno del plantigrado nel Trentino e nel Bresciano è legato al progetto europeo «Life Ursus», attuato tra il 1999 e il 2002; secondo la Provincia di Brescia il fenomeno di espansione territoriale riguarda soprattutto giovani maschi in dispersione, mentre le femmine, pur ampliando il proprio areale, restano legate al territorio di nascita trentino..

I primi avvistamenti risalgono al settembre 2000, con la femmina Daniza (F43), osservata in Valvestino dopo aver razziato apiari a Magasa, in località Vanécle, e a Cadria; nel 2005 un giovane maschio, JJ2, frequentò la zona dell'Alto Garda tra Magasa, Tignale e Tremosine, e nel 2010 diverse segnalazioni furono attribuite all'erratismo dell'esemplare M6. Ulteriori indici di presenza sono stati registrati negli anni successivi in vari punti della valle, fino all'avvistamento del 5 settembre 2024 in località Crune di Magasa.

Le prime notizie storiche sulla frequentazione della specie risalgono alla metà dell'Ottocento, quando le cronache riferiscono di una colluttazione che il contadino Pietro Bertola di Magasa ebbe con un orso nella Valle del Droanello, da cui il soprannome di «L'orso del Fornel».; la presenza è ricordata anche dal toponimo «Tuf de l'Ürs» nella Valle di Campei. L'ultimo esemplare abbattuto nel Bresciano risale al 1967, sulle montagne di Vestone.

Origine del nome L'origine del toponimo è incerta. Secondo alcuni deriverebbe dal termine celtico mago, «mercato» o «campo», a indicare un villaggio circondato da campiFino a circa il 1970 l'abitato di Magasa era effettivamente circondato da campi coltivati principalmente a frumento, granoturco e patate. Secondo Arnaldo Gnaga, Vocabolario topografico-toponomastico della provincia di Brescia (1939), derivano dal termine mago anche due località chiamate Magon, una in Trentino e un podere a nord-est di Lumezzane Pieve.; secondo altri dall'unione di mag e Gaza, antico nome del monte TombeaL'etimologia è sostenuta da Bartolomeo Venturini in La leggenda del monte Tombea, conservata presso l'Archivio dell'Accademia degli Agiati di Rovereto, che ipotizza quindi un'origine come villaggio dei Cenomani.; altri ancora lo fanno dipendere da un elemento antroponimico, accostandolo al gentilizio barbarico «Magazzo», nella dizione locale Màgas, col significato di «territorio di Magazzo»..

Secondo la linguista Carla Marcato alla base del nome potrebbero esserci il gallico mago con il suffisso collettivo -eto, oppure il tema mageto, «potente», da mag, «grande», e il nome personale derivato da Magetiu e MogetiusMogetius era anche il nome di un dio gallico noto da due iscrizioni, una in Francia e l'altra in Austria; sembra trattarsi di una divinità marziale, come dimostra il suo legame con il romano Marte., e meno verosimilmente magu-mago, «servente, garzone»; la stessa studiosa non esclude una formazione in -atia o -asia dalla radice mac, «nutrire».. Un'ultima ipotesi rimanda al termine gallico maegiDa questo termine deriverebbero i toponimi di Magonza, Nimega, Magenta, Maslianico, Magadino, Masnago e Musadino., che indicherebbe i terrapieni con muretti su cui venivano costruite le baite, oppure a maegh, «villaggio campestre con molti ciottoli» o «terrapieno recintato per le capanne e il bestiame»..

Anticamente l'abitato era diviso in tre rioni: Ir, Ar e Casar. Nel 1913 il glottologo Carlo Battisti riportò nella sua ricerca sul dialetto della Val Vestino che gli abitanti del luogo venivano soprannominati Trombù, «tromboni» ..

Storia

Dalle origini al dominio dei Lodron Il territorio risulta frequentato già in epoca preistorica: lo attesta il rinvenimento nel 2017, sul monte Denai, di un'ascia in bronzo databile alla prima Età del ferro, riferibile alle popolazioni di stirpe retica o euganea che occupavano il Trentino sud-occidentale. Seguirono la presenza romana — documentata dal peso di stadera rinvenuto in paese attorno al 1960 — e quella longobarda.. Il toponimo compare per la prima volta in due documenti del 1356, entrambi relativi a controversie sui diritti di pascolo e di transito con le comunità della valle del Chiese.

Dal XII secolo e per oltre seicento anni Magasa e la frazione di Cadria furono possesso dei conti Lodron, famiglia originaria della valle del Chiese soggetta al principe vescovo di Trento, che negli atti notarili si intitolavano «Signori della Val Vestino»: il primo documento che comprova l'appartenenza della valle alla consorteria risale al 1189. La scarsità di pascoli d'alta quota rese lo sfruttamento delle malghe una fonte costante di attrito con le comunità vicine: la lite con Storo per i confini del monte Tombea fu affidata nel 1405 a un compromesso arbitrale stipulato a Condino, mentre nel 1511, nella canonica di Turano e sotto la mediazione dei conti, si giunse alla più estesa divisione terriera mai avvenuta in valle, che interessò oltre un terzo del territorio e assegnò a Magasa il monte Tombea fino ai prati di Fondo..

Situata al confine con la Repubblica di Venezia, nel 1513 Magasa fu saccheggiata da mercenari al servizio della Serenissima al comando di Scipione Ugoni; vi transitarono inoltre i lanzichenecchi di Georg von Frundsberg nel 1526 e le truppe del duca Enrico V di Brunswick-Lüneburg nel 1528. Nel 1589 i conti confermarono gli statuti comunali, o «carte da regola», della comunità, mentre lo statuto di valle fu approvato nel 1693 dal conte Carlo Ferdinando Lodron. La giurisdizione feudale, abolita con l'occupazione napoleonica e formalmente ripristinata dal Congresso di Vienna, cessò definitivamente nel 1826 con la rinuncia dei conti a favore dell'amministrazione austriaca.

La comunità di antico regime La povertà delle risorse locali spinse i valvestinesi a una mobilità precoce e continua, documentata negli atti notarili trentini fin dal XIII secolo: emigrarono come muratori e lapicidi verso Riva del Garda, Verona e la Valpolicella, e stagionalmente come carbonai in Val di Fiemme, in Val di Ledro e in Val di Sole. Il Settecento fu un secolo difficile, segnato da carestie, epidemie e da una criminalità diffusa che indusse gli abitanti a fortificare l'abitato con cancelli sorvegliati e feritoie ricavate nelle case; l'episodio più clamoroso fu l'uccisione a scopo di rapina, nella notte fra il 24 e il 25 settembre 1759, del curato don Ascanio Glisenti di Vestone, decapitato dal mugnaio locale, che fu a sua volta processato e giustiziato a Lodrone.

L'isolamento e l'asprezza dei luoghi alimentarono inoltre una ricca tradizione di credenze popolari, che faceva della Val Vestino una dimora di streghe e di orchi ritenuti responsabili di grandinate e malefici, e di cui restano traccia numerosi toponimi del territorio comunale.. Nel febbraio del 1799 Magasa e Cadria furono presidiate da una compagnia di 120 bersaglieri tirolesi a difesa dei confini meridionali del Principato vescovile di Trento, minacciati dall'invasione napoleonica.

L'Ottocento austriaco