Fu cattedratico di Anatomia umana all'Università di Siena dal 1741 al 1744, incarico cui fu chiamato dal Granduca di Toscana.

Biografia

Figlio di un farmacista, Gerolamo, che gestiva a Rimini la Spetiaria del Sole, (scomparso nel 1701), compì i primi studi presso i Gesuiti. All'Università di Bologna arrivò nel 1717 e si sarebbe laureato in Medicina e Filosofia meno di due anni dopo, il 7 luglio 1719. Bianchi godeva allora di notorietà scientifica per un trattato apparso a Venezia nel 1739, il De Conchis minus notis liber, sui foraminiferi.

In un'autobiografia in lingua latina pubblicata a Firenze nel 1742, Bianchi si descrisse come un ragazzo prodigio, tutto rivolto agli studi e dotato di eccezionali capacità. In casa, invece, come emerse da lettere dei suoi familiari pubblicate nel 1993, era giudicato un perdigiorno che frequentava cattive compagnie. L'autobiografia del 1742 uscì anonima, impostata dal Bianchi come una vera e propria opera letteraria.

Studi Bianchi si occupò di diverse discipline scientifiche, dalla botanica alla zoologia, dall'idraulica all'antiquariato. Praticò la medicina come medico pubblico di Rimini. Dal 1720 gestì un liceo privato con sedi a Rimini e a Siena. Gli allievi studiavano come materia obbligatoria e comune medicina, oltre a logica, geometria e lingua greca.

L'anatomia fu la materia principe del suo operare scientifico e Bianchi la considerava «il fondamento della filosofia naturale, siccome lo è per certo della medicina e della chirurgia». Ma allo stesso tempo definiva la filosofia sperimentale come uno dei fondamenti «della vera medicina prattica» (come prima di lui disse Marcello Malpighi, maestro di anatomia comparata e di embriologia). Per Planco la filosofia, anziché della teologia, sarebbe stata ancella delle scienze mediche e naturali.

L'insegnamento e la pratica dell'anatomia da parte di Bianchi mettevano in crisi l'impianto aristotelico-tomista; ciò contribuì a suscitare attorno a Bianchi un clima di ostilità negli ambienti ecclesiastici.

Nel 1745, dopo il ritorno da Siena, Bianchi rifondò a Rimini la celebre Accademia dei Lincei, creata da Federico Cesi nel 1603, e silente dal 1630. Essa sarebbe stata attiva almeno fino al 1765, con ventuno accademici e trentuno dissertazioni documentate.Una completa storia dei Lincei riminesi è contenuta nel saggio Tra erudizione e Nuova Scienza. I Lincei riminesi di Giovanni Bianchi (1745) , apparso in «Studi Romagnoli» LII (Cesena 2004, pp. 401–492).

Messa all'Indice L'attività dei Lincei riminesi procedette apparentemente tranquilla sino al 1752, quando (per l'ultimo venerdì di Carnevale), Bianchi organizzò una radunanza speciale. Prima fece esibire una giovane e bella cantante romana, Antonia Cavallucci, poi recitò un discorso intorno all'arte comica. Il vescovo di Rimini presentò a Roma quelle che un corrispondente di Bianchi chiamò «illustrissime e reverendissime insolenze» per il concerto di Antonia Cavallucci. Pure il teologo domenicano, padre Daniele Concina si scagliò contro la giovane, definita «puttanella» in quanto attrice.

A Roma, presso la Sacra Congregazione dell'Indice, s'istruì un processo contro Bianchi, che si concluse con la condanna del discorso sull'arte comica. Bianchi ottenne da papa Lambertini, Benedetto XIV, (con il quale poteva vantare un'antica amicizia), che la condanna recasse soltanto il titolo dell'opera, e non anche il nome dell'autore.

Tra le carte di Bianchi nella Biblioteca Gambalunghiana, è stato rinvenuto un inedito sonetto anonimo, ma presumibilmente di sua mano (scritto o ricopiato da lui, ne esiste una copia ad Osasco anch'essa anonima nella collezione di Carlo G.B. Cacherano conte di Cantarana), una satira contro lo stesso Benedetto XIV la cui prima quartina recita:

, come un'epistola del 1749 (edizione a stampa di una dissertazione lincea), dedicata ai «mostri». In essa si metteva in dubbio il concetto di perfezione naturale del sistema aristotelico-tomista. L'opera sui «mostri» è oggi considerata il più importante scritto scientifico di Bianchi.

Per la dissertazione sull'arte comica, Bianchi ricevette nel 1761 gli elogi di Voltaire: «Vous avez prononcé, Monsieur, l'eloge de l'art dramatique, et je suis tenté de prononcer le votre», cominciava una lunga lettera del filosofo francese, in cui era esposta una difesa del teatro e della sua funzione nella società. Il messaggio di Voltaire forse infastidì ancor di più gli ecclesiastici riminesi che, alla morte di Bianchi, cercarono di ostacolare la pubblicazione dell'orazione funebre composta in suo ricordo da un ex allievo, il sacerdote Giovanni Paolo Giovenardi (famoso per aver sostenuto, assieme allo stesso Bianchi, che fosse il fiume Uso il «vero Rubicone degli Antichi»)Vedi Localizzazione dell'antico Rubicone.. Giovenardi racconta che, per il nipote di Bianchi, Gerolamo, medico all'ospedale della città, si temette una «vendetta trasversale» del vescovo di Rimini, nel caso avesse contribuito a diffondere l'opuscolo in ricordo dell'illustre zio.

Storia Medica Un altro lavoro, Bianchi poteva portare a proprio vanto: la Storia medica d'una postema nel lato destro del cerebello, dove dimostra che una lesione del cervelletto provoca segni neurologici nel corpo dalla stessa parte del lobo offeso, e non in quella opposta come accade per il cervello (oggi sappiamo che il ruolo principale del cervelletto è il coordinamento e l'apprendimento motorio). Per effettuare l'autopsia dell'involontario soggetto di quel caso medico (il contino Giambattista Pilastri di Cesena, di soli nove anni), Bianchi dovette scontrarsi con due chirurghi cesenati, che egli definisce sprezzantemente «barbieri».

La Storia medica è un testo del 1751 che trae origine da una dissertazione accademica lincea dello stesso anno, anticipata già in appendice alla seconda edizione del trattato sui mostri.

Il celebre Giovan Battista Morgagni affermò che già il suo maestro Antonio Maria Valsalva aveva sostenuto la diversità tra cervello e cervelletto, circa le conseguenze delle offese subìte, dandone «la vera dimostrazione anatomica e clinica». E Morgagni scrisse a Bianchi: «A me parve degna di lode la Diligenza di Lei in riosservare attentamente ciò che tanti altri Notomisti osservando, non avevano con pari esattezza descritto». Morgagni, in sintonia con il proprio carattere ilare, sembrò quasi sottintendere un ironico accenno ad una "scoperta dell'acqua calda" da parte di Bianchi.

Jano Planco e il vaiolo In tutte le biografie di Bianchi si ricorda che egli avversò l'inoculazione del vaccino contro il vaiolo. In una lettera di un suo allievo appare che Bianchi nel 1766 ritrattò «la sua contrarietà» all'argomento, cedendo «all'evidenza» dei fatti.

Questo allievo è Giovanni Cristofano Amaduzzi (1740-92), considerato l'ispiratore della Bolla con cui papa Ganganelli nel 1773 decreta la soppressione della Compagnia di Gesù. Amaduzzi fu anche autore di tre importanti discorsi filosofici, uno dei quali almeno merita di essere citato, quello sulla Filosofia alleata della Religione (1778). Per esso Amaduzzi finisce in sospetto di eresia, avendo sottolineato l'importanza del nuovo pensiero di Locke, autore già all'Indice dal 1734. Amaduzzi collabora intensamente con i cosiddetti giansenisti italiani, per usare una definizione ambigua, al posto della quale sarebbe meglio di parlare, come faceva Rodolico, di cattolici che si opponevano a condanne e persecuzioni. Il Giansenismo era stato condannato nel 1713 con la «bolla» Unigenitus di Clemente XI.

A salvare Amaduzzi è la protezione di un altro pontefice romagnolo, Pio VI, successore di Ganganelli. (Clemente XIV aveva nominato Amaduzzi docente di Greco a La Sapienza, e Sovrintendente alla Stamperia di Propaganda Fide, dietro raccomandazione di Bianchi).

Amaduzzi non fu soltanto un erudito raffinato, come aveva appreso alla scuola di Bianchi, ma sempre dimostrò un acceso spirito critico in campo filosofico, che non risparmia neppure il suo maestro. (Dopo la sua morte, Amaduzzi celebra Bianchi con un Elogio sull'Antologia Romana, in cui si legge: «Mancò di un certo criterio, per il che fu soggetto talvolta a qualche paralogismo», cioè a sillogismi falsi con apparenza di verità.) Con i propri discorsi filosofici, Amaduzzi rovescia le posizioni emergenti dalle leggi accademiche dei Lincei planchiani. In queste leggi, la lettura delle opinioni dei «dottissimi filosofi» ed «uomini eruditissimi» si antepone all'«investigazione della stessa natura».

Con questi princìpi Bianchi accantona il metodo della «sensata esperienza». Ne deriva una totale divergenza tra la sua pratica scientifica in campo anatomico, e il suo modus operandi di accademico linceo. In tal modo, Bianchi in ambito teorico nega i presupposti di quella stessa pratica scientifica. Per questo motivo egli si colloca tra vecchia erudizione e Nuova Scienza, in una posizione che ha parecchie ombre oltre a molte luci, e che rispecchia fedelmente il complessivo andamento di un processo più generale che caratterizza la storia del pensiero settecentesco. Sopravvive talora in lui una particolare concezione della cultura, intesa come riservato dominio dell'uomo dotto, il quale ha il privilegio di sentenziare grazie al suo ruolo di maestro, e non per il valore dei risultati a cui perviene.

Il superamento dei limiti teorici e dottrinali delle leggi lincee, avviene (in ambito locale) grazie ad un altro scienziato che fu allievo di Bianchi, oggi non molto ricordato, e che nel Settecento ebbe fama europea. Si tratta di Giovanni Antonio Battarra. Egli scopre che la generazione dei funghi procede «per semenza e non spontaneamente dalla putredine». Battarra applica correttamente il metodo di indagine sperimentale nei confronti di quella Natura che, con i suoi misteri, tanto appassiona Bianchi.

Al proposito, Bianchi scrive: «la Natura pare che ami di far palesi a poco a poco i suoi segreti». L'opinione di Bianchi rimanda al pensiero di Epicuro, secondo cui le cose si rivelano a noi attraverso il «flusso» che esse emettono; pensiero che Bianchi aveva conosciuto certamente attraverso Diogene Laerzio: «è per la penetrazione in noi di qualcosa dall'esterno che vediamo le figure delle cose e le facciamo oggetto del nostro pensiero».

Quanto l'immagine della ricerca scientifica offertaci da Bianchi, sia distante dalle pagine che in quegli anni apparivano nell'Encyclopédie, lo dice il confronto di essa con una semplice citazione da Denis Diderot: «Noi disponiamo di tre mezzi principali: l'osservazione della natura, la riflessione e l'esperimento. L'osservazione raccoglie i fatti; la riflessione li combina; l'esperimento verifica il risultato di questa combinazione. Occorre che l'osservazione della natura sia assidua, che la riflessione sia profonda e che l'esperienza sia esatta. Di rado si trovano uniti questi mezzi; ed anche i geni creatori non sono comuni.»

Jano Planco apprendista filosofo Nella vita culturale della Rimini settecentesca, la figura di Giovanni Bianchi emerge come quella di un protagonista: famoso in tutt'Italia per i suoi studi scientifici, per le sue polemiche, e per le sue raccolte naturalistiche e storiche, ebbe rapporti con intellettuali di ogni regione. Lo conoscono anche oltralpe. Il card. Lorenzo Ganganelli, suo ex allievo e futuro papa (col nome di Clemente XIV), gli scriveva il 15 settembre 1763: «...non passa un forestiero per Rimini, il quale non chieda di vedere il dottor Bianchi, e non abbia segnato il vostro nome tra i suoi ricordi».Cfr. Lettere, bolle e discorsi di fra Lorenzo Ganganelli (Clemente XIV), Le Monnier, Firenze 1849, p. 280. Lo stesso concetto esprime L. A. Muratori: «Mi rallegro... al vedere che non passa letterato per Rimini, che non faccia capo a lei». (2)