Biografia Carlo Marx Piccini si presenta sulla scena artistica con il nome di Marco che poi cambierà in Max: tale cambiamento è stato necessario durante il ventennio fascista per non far trasparire la simpatia verso l'ideologia comunista del padre. Egli entra a pieno titolo nell'arte friulana del ‘900 e fin dai primi anni della sua attività dà prova di un particolare gusto formale e un vivace estro artistico che lo colloca tra i personaggi significativi dell'arte friulana contemporanea. La sua formazione, iniziata molto presto, lo ha portato al raggiungimento della maturità artistica in breve tempo, egli infatti inizia a bottega a Udine con il padre Silvio Piccini (1877-1954) scultore e architetto che realizzò le proprie opere nell'ambito dello Stile Liberty, dal quale apprende le tecniche scultoree.
Gli anni della formazione Frequentò l'Accademia di Belle Arti di Venezia dal 1912 al 1915, allievo dello scultore Antonio Dal Zotto (Venezia, 1852 - 1918) e dell'architetto Guido Cirilli (Ancona, 1871 - 1954) fino allo scoppio della prima guerra mondiale, quando è richiamato alle armi. Finita la guerra si reca a Parigi, insieme all'architetto Giovanni Muzio (Milano 1893-1982), come membro rappresentante alla Conferenza di pace di Parigi 1919-1920; a Parigi Piccini esegue qualche lavoro, rimanendo dal 1918 fino al 1921; si trasferisce a Torino nel 1922 dove lavora presso gli studi di vari scultori tra cui Arturo Dazzi (Carrara 1881 - Pisa 1966); nel 1923 si reca a Roma come collaboratore dello scultore Aurelio Mistruzzi (Udine 1880 - Roma 1960)
Nel 1926 Piccini si trasferisce con la famiglia a Pistoia, qui lavora presso la fonderia d'arte Pasqualis dove apprende le tecniche della fusione a cera persa, con il metodo del Cellini; questa esperienza gli servirà per conoscere e gestire con perizia artigianale tutte le fasi di esecuzione di una scultura in bronzo, perché una volta rientrato a Udine, a seguito di questa esperienza, costruirà un proprio laboratorio specializzandosi appunto nella fusione a cera persa: egli è stato uno dei pochi artisti di questo periodo a possedere la competenza tecnica per poter operare autonomamente senza rivolgersi a officine esterne. Rientra definitivamente nello studio udinese nel 1930 con la moglie ed il figlio Giulio nato nel 1923.
Gli anni giovanili Al suo rientro a Udine porta un bagaglio di esperienze vario e multiforme che lo indirizzerà verso la sua scelta artistica; la sua personalità ricca di carisma, la curiosità della sperimentazione lo porta a realizzare opere ricche di tensioni in continuo scambio con l'esterno in un gioco di luci che accarezzano i contorni, “un artista puro” lo definisce Amedeo Giacomini. Il periodo in cui egli inizia la sua opera è caratterizzato da opere legate alla tradizione figurativa e alla rappresentazione della realtà, egli però non si limita a copiare e riprodurre ma cerca di cogliere ritmi e volumi, di rappresentare l'essenza dello spirito e della natura che lo ispira e lo circonda.
Comincia ad esporre nel 1925 in una collettiva alla Bevilacqua La Masa di Venezia; partecipa nel 1928 alla II Biennale Friulana d'Arte di Udine; intervenne dal 1928 a tutte le Sindacali, mostre organizzate a Udine dal Sindacato degli Artisti, dal 1935 oltre ad essere presente come espositore, ricopre vari ruoli all'interno del comitato organizzatore; durante questo periodo il suo impegno è condiviso con l'attività di insegnante e preside presso la Scuola di disegno professionale di Rivignano (Udine).
Allestisce nel 1929 la prima personale presso il cinema Eden insieme all'amico pittore Fred Pittino amico fraterno sul piano umano e artistico, col quale divide lo studio presso la Chiesa di S. Domenico. La mostra, segnalata per il buon numero di visitatori, riportava i temi della locale Scuola friulana d'avanguardia nella quale i rapporti di amicizia e di lavoro univano diversi artisti: la poetica era fondata su un impianto costruttivo basato sulla linea e sul chiaroscuro in grado di riprodurre i soggetti in modo chiaro ed immediato. L'esposizione suscita un certo scalpore per la novità delle opere esposte rispetto al clima artistico locale conosciuto fino a quel momento.
Nel dopoguerra inizia una stagione in cui gli vengono commissionate opere monumentali da committenza pubblica, anche in queste caso egli non si abbandona alla celebrazione ma conserva il proprio stile che restituisce una realtà in armonia con ciò che è rappresentato, conservando il chiaroscuro vibrante dei piani ed il ritmo della composizione; nel 1933 gli viene dato l'incarico per la realizzazione della statua del Fante in bronzo a Settimo (Venezia) per il Monumento ai caduti cui fa seguito nel 1935 il busto del poeta Enrico Fruch situato davanti al Municipio di Rigolato, comune di origine del poeta; con questo ritratto partecipò nel 1937 alla Mostra Interprovinciale di Venezia.
Se con la produzione privata dell'artista, composta principalmente da ritratti e bronzetti egli arriva ad un linguaggio ormai preciso nel quale la forma, il chiaroscuro, il sentimento, vengono espressi con un modellato rapido e sensuale, nelle commissioni pubbliche e cimiteriali dimostra di saper dare forma ai soggetti in modo asciutto e sicuro riferito idealmente ai ritmi monumentali, facendo trasparire inoltre la capacità di confrontarsi con temi diversi. La progettazione di strutture complesse quali cappelle o arredi di supporto delle opere lo porta a confrontarsi con diversi materiali; all'interno del suo laboratorio venivano eseguiti i progetti e la realizzazione delle opere veniva seguita in ogni sua fase, come accadeva nelle botteghe artigiane.
La maturità Nel 1937 e nel 1943 partecipa alle mostre della Bevilacqua La Masa a Venezia. Nel 1947 alla Mostra del Ritratto e nel 1960 alla Mostra Nazionale di Scultura Figurativa Contemporanea di Forlì. Nel 1940 realizza un bassorilievo lungo dieci metri a coronamento degli stalli del coro ligneo per la Duomo di Adria a Rovigo con le storie della Madonna; nel dopoguerra lo scultore entra nel consiglio direttivo del Circolo Artistico Friulano, istituito nel 1945 e che raccoglie letterati, artisti e musicisti, con lo scopo di promuovere le arti a Udine.
Nel 1946 realizza la prima via Crucis, per la chiesa di Urbignacco, in pietra di Aurisina. A questa seguono altre analoghe commissioni: la via Crucis per la Cappella del Seminario di Udine in bronzo nel 1956; la composizione si svolge intorno alla croce, le scene sono raccolte in un quadrilatero ed i personaggi sono quasi sempre due, al massimo quattro, per concentrare l'azione e rendere l'opera fortemente espressionista. Dal 1956 al 1958 esegue la via Crucis per il Tempio di Cargnacco: dove realizza un San Antonio, la Madonna del Conforto e le formelle dell'altare con i simboli degli evangelisti. Segue a distanza di qualche anno la via Crucis per la Cappella dell'Ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine in bronzo del 1961, oltre alle quattordici stazioni della via Crucis, Piccini esegue le figure angeliche eseguita a tutto tondo, che fungono da maniglioni dei portoni; i quattro piccoli bronzetti decorativi furono modellate in cera e fuse in bronzo a costituire quattro pezzi unici, presentano eleganti ali falcate, che fanno sporgere le figure nello spazio dando loro dignità scultorea e nel contempo assolvono alla funzione prensile delle maniglie, le loro forme furono riprese da Max Piccini nel 1971 in due bassorilievi bronzei, Fede e Carità, che ripetono l'elegante avvitarsi del movimento. I bronzetti e la via Crucis hanno una superficie modellata che mette in evidenza il movimento dei panni, conferendo alle figure una raffinatezza tardo gotica. Le quattordici stazioni della Via Crucis sono state modellate in cera da Max Piccini e sono state fuse in un unico esemplare; i pregevoli bozzetti sono simili alle stazioni della via Crucis della Cappella del Nuovo Seminario di Udine del 1955 riprodotti in bronzo analogamente sono costruiti entrambi intorno alla croce; ultima della serie è la via Crucis per il Duomo di Cividale del Friuli in terracotta nel 1964;
in quest'opera lo schema tradizionale della composizione è sostituito da un ritmo vitale dove la materia diventa instabile lasciando spazio alla luce; i bassorilievi hanno una superficie modellata che mette in evidenza il movimento delle vesti dando dinamicità alla composizione.
Lungo gli anni quaranta alla nitida definizione dei volumi subentra una crescente foga espressionista, ben rappresentata da opere come Nudino in bronzo (Roma) del 1943, Ritratto di Ignazia Sabbadini in gesso patinato (Galleria d'arte moderna di Udine) datato 1943. Piccini ottiene il primo premio per la scultura alla Mostra d'Arte Sacra Contemporanea nel 1947 a conferma dell'impegno costante nella realizzazione di opere a soggetto religioso.
Nel 1949 insieme a Fred Pittino espone in una personale allestita all'Opera Bevilacqua La Masa a Venezia; Piccini fa sempre scelte motivate e proprie in linea con il suo rispetto per la realtà, questo aspetto della sua personalità lo porterà a passare quasi indenne attraverso alcune banali scelte novecentiste.
Nei primi anni cinquanta realizza per la Cattedrale di San Patrizio a Washington sei statue in marmo di Carrara: immagini solenni, vigorose e nitide nella purezza delle figure armoniose e raffinate, di grande impatto scenico, come il San Sebastiano e Santa Cecilia. Numerosi, al pari degli interventi per cappelle cimiteriali in particolare a Udine, i monumenti a personaggi pubblici quali l'erma di Giacomo Matteotti a Udine nei giardini di via Dante del 1950; sempre a Udine nel 1955 realizza la statua del poeta Emilio Girardini a fianco della chiesa di San Francesco, il piccolo bozzetto che è poi stato riportato in scala sembra più vibrante sostenuto da un ritmo più nervoso, la statua al vero appare invece più rivolta alla risoluzione psicologica e più intima del poeta. Nel 1951, come artista iscritto al sindacato prende parte alla prima mostra organizzata dall'Unione Artisti Friulani. Nel 1952 il Comune di Manzano gli commissiona il Monumento ai caduti per il quale realizza una Vittoria Alata; nello stesso anno per il bar “Ai Bagni” in piazzale XXVI Luglio a Udine esegue un capitello con raffigurato Noè e il baccanale; in quest'opera con modelli di memoria donatelliana la ricerca pittorica viene espressa con un modellato dal quale emerge una sfrenata gioia creativa. Nel 1957 ad Arta Terme realizza il monumento a Giosuè Carducci la cui qualità plastica tormentata ed intensa esprime una trascinante energia; all'inaugurazione partecipa anche il prof. Valgimigli allievo del Carducci; partecipa nello stesso anno alla Mostra d'arte friulana contemporanea con un'Annunciazione in terracotta, qui il rilievo è quasi inesistente ed il plasticismo è espresso da una vibrazione cromatica di chiaroscuro.
Del 1956 è l'altorilievo in cemento e mosaico per la facciata dell'Istituto Antonio Zanon di Udine che raffigura Lo studente di ragioneria che studia il Liber abaci, quest'opera mette in evidenza il suo estro che predilige per le opere pubbliche uno stile delle forme solide e severe. Nello 1959 Piccini partecipa alla VIII Quadriennale di Roma con un'opera di carattere ecclesiastico, produzione questa che occupa gran parte della sua attività, e alla XIII Biennale d'Arte Triveneta di Padova, nel 1966 è tra gli espositori della Mostra d'Arte Friulana Moderna presso il Centro Friulano Arti Plastiche di Udine, nello stesso anno organizza una personale alla galleria al Girasole di Udine ed espone alcuni bronzetti nei quali le figure perdono la definizione formale e si sviluppano attraverso piani spezzati e corrosi dalla luce tra di essi Leda e il cigno con il quale parteciperà alla Mostra del Bronzetto di Padova del 1967. In ambito ecclesiastico si ricorda il Crocifisso del Duomo di Cervignano del Friuli del 1967.