Vita e opere Nato da una famiglia di borghesi benestanti, dopo aver studiato teologia nella scuola giansenista per alcuni anni, a un tratto decise di abbracciare la professione di medico. Nel 1733 si trasferì a Leida per studiare con Herman Boerhaave e nel 1742 tornò a Parigi, dove ottenne il titolo di chirurgo delle guardie. Durante un attacco di febbre fece alcune considerazioni sulla sua fisiologia e fra l'altro registrò l'accelerazione della circolazione sanguigna. Questa ed altre osservazioni connesse ai suoi interessi filosofici (Epicuro e gli atomisti antichi, i cirenaici, Pierre Bayle e il libertinismo filosofico, Cartesio, John Locke e l'empirismo inglese) lo portarono alla conclusione che i fenomeni fisiologici dovevano essere considerati cambiamenti organici nel cervello e nel sistema nervoso. A seguito di queste osservazioni compilò il suo primo lavoro Storia naturale dell'anima (1745) in cui sosteneva la materialità dell'anima come elemento corporeo allo stesso titolo di altri organi. Lo scalpore per questa pubblicazione fu così grande che La Mettrie fu costretto a rifugiarsi a Leida nei Paesi Bassi.
In seguito egli sviluppò dottrine ancora più "estreme", caratterizzate da forte riduzionismo biologico e sensismo, e con argomentazioni originali, come L'uomo macchina (1747) e L'uomo pianta, trattati di carattere eminentemente materialistico. Nel primo, di gran lunga il più noto tra i suoi testi, egli si dichiara contrario ad ogni tipo di metafisica e sostiene che enti e principi spirituali siano inutili. Per l'autore l'uomo è un "apparato meccanico", una vera e propria "macchina". Anche l’anima, in quanto sorgente vitale dell'uomo, è definita un semplice "principio di movimento".
Tuttavia, quest'opera non rappresenta una pura e semplice ripresa del meccanicismo cartesiano. Infatti, a differenza di quest'ultimo, per La Mettrie tutte le parti del corpo possiedono la capacità di "sentire", ed egli rivaluta ampiamente gli istinti.La Mettrie, op. cit. pp. 201-202. Un'altra differenza rispetto a Cartesio è il diverso giudizio sugli animali non umani, i quali vengono consideranti assolutamente simili agli esseri umani. Una volta eliminata l'anima spirituale, o res cogitans, tutte le specie viventi vengono poste sullo stesso piano e considerate diverse solo quantitativamente e non qualitativamente. A differenziarle è solo un certo grado di organisation o complessità delle "circonvoluzioni cerebrali" presenti nella scatola cranica umana. A prova di ciò egli adduce l'esempio dell'addestramento degli animali che, come nel caso di alcuni di essi, possono persino imparare a parlare. Il segreto sta nell'istruzione, la quale potrebbe avere dei risultati, con certi animali, superiori a quelli che si ottengono con alcuni esseri umani.La Mettrie, op. cit. p. 190.
Allo stesso tempo, però, La Mettrie è contrario a considerare l'uomo come un mero automate, automa. La nostra specie si distingue soprattutto per la capacità immaginativa e di rappresentazione simbolica, che l'ha resa capace di progresso e di civiltà.La Mettrie, op. cit. p. 192.
La Mettrie fu chiamato anche l'Aristippo (fondatore dei cirenaici) del moderno materialismo e paragonato all'atomista Democrito.
Elaborò anche una cosiddetta "teoria del rimorso" in cui attaccava il senso di colpa e il libero arbitrio ma critica anche il libertinaggio estremo, distinguendo il "voluttuoso" dal "dissoluto", il quale è solo un trasgressore di norme che implicitamente riconosce:
La reazione contro di lui fu così violenta che nel 1748 fu costretto ad abbandonare anche i Paesi Bassi e a rifugiarsi a Berlino, dove Federico il Grande non solo gli permise di svolgere la professione di medico ma lo scelse come lettore di corte, in quanto considerato persona divertente e nonostante l'ostilità di Maupertuis - nemico anche di Voltaire che nello stesso periodo di La Mettrie era a Berlino anche lui in quanto ciambellano di Federico II dal 1749 al 1752 - scienziato a capo della Reale Accademia delle Scienze di Prussia, di cui il filosofo francese era membro. Qui La Mettrie scrisse lAnti Seneca (prefazione al volume delle opere di Seneca con la sua traduzione del De vita beata, pubblicato nel 1748 e successivamente divenuto uno scritto autonomo con il titolo Discorso sul piacere) che gli valse la disapprovazione anche dei pensatori illuministi, benché il sensismo di Condillac (secondo cui l'uomo attraverso i sensi ricerca esperienze gradevoli e fugge il dolore) fosse invece ben accetto tra i philosophes.
NellAntiseneca, ovvero Discorso sulla felicità L'opera venne pubblicata nel 1748 con il titolo Discorso sulla felicità (Discours sur le bonheur) e ripubblicata due anni dopo con il titolo Antisénèque. è compendiata però l'etica neo-epicurea di La Mettrie.
Secondo Sergio Moravia, l'opera "rappresenta, malgrado la brevità, uno dei testi più notevoli della letteratura illuministica francese"Introduzione a ; con La VoluttàLa volupté del 1745, ripubblicata nel 1746 con il titolo L'Ecole de volupté e, infine, nel 1751 col titolo L'art de jouir (L'arte di gioire), vedi Opere filosofiche (op. cit., "Nota bibliografica")., il fine della vita è trovato nel piacere dei sensi e la virtù è ridotta all'amore di sé stessi. In sintesi l'ateismo è il solo in grado di assicurare la felicità del mondo, che è preclusa dalle guerre scatenate dai teologi che propugnano l'idea di un'anima inesistente o composta di materia. Quando la morte arriva, la farsa è finita, perciò dobbiamo prendere il piacere quando e come lo troviamo:
Nel 1750 scrisse il Sistema di Epicuro in cui descrisse un meccanismo di mutazione delle specie per eliminazione degli individui non adatti (una teoria evoluzionista), ripreso da Lucrezio, e ipotizzò che l'uomo abbia avuto origine dagli animali. La sua raccolta di Oeuvres philosophiques apparve postuma in molte edizioni pubblicate a Londra, Berlino e Amsterdam. Il determinismo (per altro ripreso dagli stoici ma non da Epicuro, e in seguito da d'Holbach) per La Mettrie è un modo per esercitare la filantropia o comunque sopportare tutti gli esseri umani:
La Mettrie non crede al libero arbitrio. Egli adotta una posizione di fatalismo deterministaAntiseneca, p. 58: "Ho deciso di risolverla col fatalismo, sistema che mi è parso più probabile del suo concorrente; perché, a forza di osservare e di studiare l’uomo in tutti i suoi diversi stati, ho capito, o perlomeno mi è parso di capire, che nel mondo, come nell’ipotesi fatalistica, ciascuno recita la parte che gli fanno recitare gli ingranaggi di una macchina pensante che non è montata da lui" e sempre seguendo il materialismo e il determinismo, raccomanda moderazione nel sistema penale, improntato all'utilitarismo e alla mera difesa della società da individui considerati irrecuperabili, senza alcun giudizio morale. Questa visione è simile in parte a quella di Cesare Beccaria (ma come d'Holbach, La Mettrie ammette invece la pena di morte in alcuni casi), ma anticipa la criminologia utilitarista di Bentham e quella positivista (frenologia, antropologia criminale di Lombroso...): Il crimine è solo un costrutto sociale, tuttavia
Morte
L'amore di La Mettrie per i piaceri dei sensi, nel caso specifico per la buona cucina, fu considerata la causa della sua morte precoce, un mese prima di compiere 42 anni. Coloro i quali non condividevano la filosofia di La Mettrie usarono la sua morte per mostrare che la "voluttà ateistica" porta ad un decesso prematuro.
L'ambasciatore inglese e mediatore delle relazioni della Francia in Prussia Milord Tyrconnel era molto grato a La Mettrie per come lo aveva guarito da una malattia. Fu così organizzato un banchetto per celebrare il ristabilimento ed onorare il guaritore. Si racconta che La Mettrie per mostrare la sua robusta costituzione e la sua ingordigia divorò una gran quantità di pâté di fagiano ai tartufi. Come risultato ebbe un attacco di febbre causato da gastropatia, indigestione o intossicazione alimentare, cominciò a delirare e morì per scompenso cardiaco conseguente.
Federico il Grande ebbe a dire nell'elogio funebre: In una lettera alla sorella Guglielmina, il re di Prussia scrisse: "Era una persona allegra, un buon diavolo, un buon dottore ed un pessimo scrittore. Chi non ha letto i suoi libri può essere felice". In seguito Federico II affermò che La Mettrie era morto per un'indigestione dopo aver mangiato un piatto a base di fagiano. La vera causa del decesso è però, secondo la medicina moderna, da imputarsi al salasso che egli stesso si prescrisse come terapia per la congestione digestiva. A tale proposito risulta che il re di Prussia lo avvertì che i medici tedeschi avevano sconsigliato tale pratica, ma La Mettrie volle dimostrare che si sbagliavano. Morì quindi probabilmente per collasso cardiocircolatorio da dissanguamento a causa di questa pratica medica errata.Il salasso se applicato in maniera eccessiva o in un paziente indebolito causa uno shock da dissanguamento eccessivo (ipovolemia) e un'ipotensione grave, quindi shock ostruttivo cardiocircolatorio e infine arresto cardiaco
Alcuni, basandosi sul fatto che La Mettrie si sentiva minacciato per i suoi scritti, hanno ipotizzato anche un possibile avvelenamento volontario da parte di qualche cortigiano. Scrive Bernd A. Laska che «indubbiamente La Mettrie non poteva fidarsi di questa pace finta: solo ateo conseguente a corte, si vedeva sempre più circondato, nel suo ultimo rifugio, di nemici segreti, che lo prendevano del tutto sul serio malgrado il suo ruolo di giullare e di persona divertente, così tanto e così bene che egli temeva che "un giorno la cicuta sarebbe stata la ricompensa del suo coraggio filosofico"».
Scrisse poco prima i fatti un'autodifesa ironica, Le petit homme à longue queue ("Il piccolo uomo dalla lunga coda"), in cui confessa il suo timore di essere la vittima della "rabbia delle anime pie". Fu la sua ultima opera. Alcune settimane più tardi, stando a quanto riferisce Laska, «quest'uomo sino ad allora pieno di salute morì per le conseguenze della sua smisurata intemperanza, secondo le voci, in verità, la causa della sua morte non è mai stata chiarita».
Gli sopravvissero la moglie e la figlia di cinque anni.
Influenza e posterità La Mettrie subì l'intolleranza dei tradizionalisti e l'ostilità degli stessi illuministi maggioritari, sia dei deisti che di quelli tendenti all'ateismo. L'Antiseneca suscitò la condanna di Voltaire, Diderot, d'Holbach (questi ultimi due fautori di un ateismo etico che potesse fornire una morale alle masse in luogo della religione, e contrari quindi alla teoria del rimorso espressa da La Mettrie, o comunque ad un edonismo così pubblicamente esplicitato), Lessing e dello stesso Federico II (che gli consigliò prudenza se voleva continuare a vivere presso la sua corte) e l'approvazione del marchese De Sade (da cui comunque lo dividono decisamente la concezione sulla natura umana come necessariamente malvagia esposta dal marchese libertino). Voltaire (che parlava pubblicamente di La Mettrie come un bevitore e di un folle), notoriamente poco in salute e ipocondriaco, scrisse sarcasticamente a Madame Denis che La Mettrie "grande e grosso come una botte" sia stato, contro la sua espressa volontà, "sotterrato nella Chiesa cattolica".
Diderot dal canto suo sostenne la tesi secondo cui «La Mettrie è morto come era giusto dovesse morire, vittima della sua intemperanza e della sua follia. Si è ucciso per ignoranza di ciò che professava. Questo giudizio è severo, ma giusto», (II, 6). definendolo inoltre "corrotto nei costumi e nelle idee". È da ricordare, curiosamente, che anche Diderot morì, nel 1784 - per problemi cardiaci - proprio al termine di un pasto, mentre si accingeva a mangiare una composta di ciliegie di cui era molto goloso.