L’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici, formalmente Associazione Nazionale per i Centri Storico-Artistici e nota con l'acronimo ANCSA, è un'associazione italiana senza fini di lucro fondata a Gubbio nel giugno 1961.

L'associazione opera nel campo della salvaguardia, del recupero, della valorizzazione e della rigenerazione delle città, dei centri storici, dei paesaggi e dei territori di interesse storico, artistico e ambientale. Promuove studi e ricerche, attività formative ed editoriali, convegni e seminari, iniziative di cooperazione internazionale e forme di consulenza rivolte alle amministrazioni pubbliche e agli altri soggetti impegnati nella conservazione e nella trasformazione del patrimonio urbano e territoriale.

La sua origine è legata al Convegno nazionale per la salvaguardia e il risanamento dei centri storici, tenuto a Gubbio nel settembre 1960, e alla dichiarazione conclusiva conosciuta come Carta di Gubbio. Tra le principali iniziative promosse dall'associazione figura il Premio Gubbio, istituito nel 1990.

Storia

Il Convegno di Gubbio e la fondazione

Durante il Convegno nazionale per la salvaguardia e il risanamento dei centri storici, svoltosi a Gubbio dal 17 al 19 settembre 1960, amministratori pubblici, parlamentari, architetti, urbanisti, storici dell'arte e studiosi affrontarono congiuntamente gli aspetti urbanistici, architettonici, amministrativi, legislativi e sociali della conservazione urbana.

L'iniziativa fu promossa dai comuni di Ascoli Piceno, Bergamo, Erice, Ferrara, Genova, Gubbio, Perugia e Venezia e raccolse complessivamente l'adesione di cinquanta amministrazioni comunali.

I lavori furono articolati in relazioni critiche e disciplinari, contributi sugli strumenti amministrativi e legislativi e analisi di casi urbani italiani. Gli atti del convegno documentano, tra gli altri, interventi di Giovanni Astengo, Giuseppe Samonà, Antonio Cederna, Mario Manieri Elia, Gaetano Badano, Domenico Rodella, Egle Renata Trincanato, Giovanni Romano, Ludovico Belgiojoso, Edoardo Caracciolo e Piero Bottoni.

Il convegno si concluse con l'approvazione unanime della Carta di Gubbio e con la decisione di trasformare il comitato promotore in un organismo permanente incaricato di proseguire gli studi, coordinare le iniziative e favorire l'applicazione dei principi elaborati.

L'ANCSA fu costituita a Gubbio nel giugno 1961. Lo statuto vigente riconosce come soci fondatori gli otto comuni promotori; l'elenco storico allegato allo statuto del 2006 comprende inoltre l'Ente Provinciale per il Turismo di Perugia, l'Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Gubbio, l'Istituto per le Case Popolari per la Provincia di Perugia e dodici persone: Giovanni Astengo, Vinicio Baldelli, Mario Belardi, Nicola Benedetti, Edoardo Caracciolo, Luigi Contenti, Gisberto Martelli, Vincenzo Parlavecchio, Camillo Ripamonti, Mario Roffi, Giovanni Romano ed Egle Renata Trincanato.

La composizione originaria rifletteva il carattere dell'associazione, nata dall'incontro tra amministrazioni locali, cultura urbanistica, tutela del patrimonio e politiche pubbliche.

Giovanni Astengo e il primo indirizzo culturale

Tra i protagonisti della fase fondativa ebbe un ruolo centrale l'urbanista Giovanni Astengo. Nel 1956 aveva ricevuto l'incarico di elaborare il piano regolatore generale di Gubbio, presentato al Consiglio comunale nel 1960; il lavoro svolto sulla città umbra contribuì alla preparazione culturale e operativa del convegno.

Astengo partecipò alla costituzione dell'ANCSA, della quale fu socio fondatore e vicepresidente nel 1962. Negli anni successivi sostenne la necessità di collegare le politiche per il centro storico alla pianificazione dell'intera città e ai rapporti tra tessuti antichi, espansioni urbane, abitazione e servizi. Propose inoltre una manutenzione programmata e continua degli edifici e dei tessuti esistenti, volta a contrastarne l'abbandono e la perdita di popolazione residente.

Il suo contributo fu pertanto rilevante sia nella fase istitutiva sia nell'elaborazione di una concezione urbanistica nella quale la conservazione del centro storico diventava parte di una politica generale della città.

Dal centro storico alla città esistente e al territorio

Durante gli anni Sessanta e Settanta l'attività dell'ANCSA contribuì ad ampliare il significato della conservazione urbana. Il centro storico fu progressivamente interpretato non come un insieme isolato di monumenti, ma come parte della città contemporanea, caratterizzata da relazioni sociali, economiche, funzionali e territoriali.

Il dibattito si concentrò sul rapporto tra risanamento conservativo, diritto all'abitazione, servizi pubblici, pianificazione comunale, sviluppo delle periferie e trasformazioni dell'intorno urbano.

Nel passaggio dalla fase fondativa alla successiva elaborazione dell'associazione ebbero particolare rilievo Bruno Gabrielli, Roberto Gambino e Cesare Macchi Cassia. Gabrielli, introdotto nell'ANCSA da Giovanni Astengo, fu segretario tecnico dal 1969 al 1978, membro del Consiglio direttivo dal 1978 al 1990, in seguito presidente fino al 2005 e coordinatore del Comitato scientifico fino al 2015. La sua attività accompagnò l'ampliamento dell'orizzonte dell'associazione dal centro storico alla città esistente, al territorio storico e al paesaggio urbano storico.

Roberto Gambino contribuì a estendere il dibattito alla pianificazione paesaggistica, alle reti dei centri storici e alla scala ambientale e territoriale; tale impostazione confluì nella Seconda Carta di Gubbio del 1990. Cesare Macchi Cassia sviluppò invece una riflessione sul progetto e sulla forma della città e del territorio urbano. Il confronto tra queste posizioni contribuì a superare una concezione della tutela circoscritta ai nuclei antichi e ad ampliare il campo d'azione dell'ANCSA.

A partire dagli anni Ottanta la riflessione dell'associazione si orientò quindi verso il concetto di città esistente, comprendendo il riuso del patrimonio costruito, la qualità dello spazio pubblico, la riqualificazione urbana e il rapporto tra conservazione e progetto. La letteratura urbanistica ha descritto questo sviluppo come il passaggio dalla salvaguardia del centro storico alla riqualificazione della città esistente.

L'attenzione si estese successivamente alla dimensione territoriale e paesaggistica, alle reti insediative, ai territori storici e alle relazioni tra patrimonio, trasformazioni economiche e mutamenti ambientali.

Le Carte di Gubbio

La Carta del 1960

La Carta di Gubbio fu il risultato collegiale dei lavori del convegno del 1960. Le sue formulazioni derivarono dal confronto tra urbanisti, architetti, storici dell'arte, amministratori ed esperti di diritto e finanza pubblica, oltre che dall'esame di esperienze maturate in diverse città italiane.

La relazione di Antonio Cederna e Mario Manieri Elia, intitolata Orientamenti critici sulla salvaguardia dei centri storici, formulò uno dei principali nuclei teorici del documento: il superamento della concezione ottocentesca del monumento isolato e il riconoscimento dell'intera struttura urbanistica della città storica come patrimonio da conservare. La stessa relazione sosteneva che la tutela non potesse essere perseguita mediante operazioni architettoniche isolate, ma dovesse essere inserita nella pianificazione generale della città.

Il contributo di Giovanni Astengo, maturato attraverso i piani di Assisi e Gubbio, pose in evidenza la necessità di integrare il centro storico nello strumento urbanistico generale e di mettere in relazione la sua conservazione con l'intorno urbano. Edoardo Caracciolo introdusse nel dibattito i principi della partecipazione ai processi di pianificazione e del rispetto delle esigenze degli abitanti dei centri storici.

Gaetano Badano affrontò gli aspetti tecnici, amministrativi e finanziari degli interventi, mentre Domenico Rodella esaminò quelli giuridici e legislativi. Le relazioni di Egle Renata Trincanato su Venezia, Giovanni Romano su Genova, Ludovico Belgiojoso su Milano, Edoardo Caracciolo su Erice e Piero Bottoni su San Gimignano misero a confronto i principi generali con differenti condizioni urbane.

Le conclusioni del convegno furono affidate a Giuseppe Samonà. Sulla base dell'insieme delle relazioni e del dibattito, Cederna e Manieri Elia curarono la redazione materiale della dichiarazione finale, approvata unanimemente dai partecipanti.

La Carta affermò che la salvaguardia dei centri storici non poteva essere limitata alla conservazione dei singoli monumenti, ma doveva comprendere la struttura complessiva degli insediamenti e diventare parte integrante della pianificazione urbanistica generale.

Il documento proponeva la ricognizione e la classificazione dei tessuti storici, l'adozione di misure di salvaguardia e la predisposizione di piani di risanamento conservativo. Escludeva il ripristino stilistico, il rifacimento mimetico, le demolizioni degli edifici di valore ambientale, il diradamento dei tessuti e l'isolamento dei monumenti ottenuto mediante demolizioni nel contesto edilizio.

La conservazione fisica degli insediamenti era collegata alla permanenza delle comunità residenti e delle attività economiche e sociali: agli abitanti doveva essere garantita, dopo l'eventuale trasferimento temporaneo necessario ai lavori, la possibilità di rientrare nelle abitazioni e nelle botteghe risanate.

La Seconda Carta e gli sviluppi successivi

Nel 1990, a trent'anni dal primo convegno, l'ANCSA promosse la Seconda Carta di Gubbio, aggiornando l'impostazione del 1960 rispetto alle trasformazioni intervenute nella città e nel territorio.

La nuova elaborazione ampliò l'attenzione dalla tutela dei nuclei storici alla struttura storica complessiva della città, al territorio e al paesaggio. Alla sua definizione contribuirono, tra gli altri, Giulio Carlo Argan, allora presidente dell'associazione, Bruno Gabrielli, Roberto Gambino, Cesare Macchi Cassia e Antonio Cederna.

In particolare, Argan sostenne l'apertura dell'ANCSA ai temi del paesaggio; Gambino contribuì all'inquadramento delle reti di centri storici nella scala ambientale e paesaggistica; Gabrielli e Macchi Cassia svilupparono il rapporto tra conservazione, progetto urbano e trasformazione del territorio.

Nel 2017 l'associazione elaborò inoltre i Dieci punti sulla valorizzazione dei centri storici, proseguendo l'aggiornamento dei propri indirizzi rispetto alle trasformazioni sociali, economiche, ambientali e territoriali contemporanee. L'ANCSA presenta la Carta del 1960, la Seconda Carta del 1990 e i Dieci punti del 2017 come le principali formulazioni successive del proprio orientamento culturale.

Organizzazione, soci e dirigenza

Soci e articolazione territoriale

Lo statuto ammette come soci ordinari regioni, province, città metropolitane, comuni, altri enti pubblici, persone fisiche, enti e associazioni nazionali o locali attivi nei settori d'interesse dell'ANCSA. Il sistema delle quote associative contempla inoltre categorie specifiche per unioni di comuni, comunità montane, enti di edilizia residenziale pubblica, parchi e consorzi, ordini professionali, università e dipartimenti.

Tra gli enti soci documentati negli organi direttivi nazionali dal 2011 figurano i comuni di Asolo, Bari, Bergamo, Bologna, Brindisi, Gubbio, Livorno, Milano, Modena, Parma, Piazza Armerina, Ragusa e Vicenza. Tra le altre categorie istituzionali risultano la Regione Toscana, il Parco dei Colli di Bergamo e l'Associazione Nazionale Costruttori Edili.

Nel Consiglio direttivo per il mandato 2025-2027 sono rappresentati i comuni di Bergamo, Bologna, Gubbio, Livorno, Parma e Ragusa, la Regione Toscana e il Parco dei Colli di Bergamo, insieme a soci individuali provenienti dai campi dell'architettura, dell'urbanistica, della sociologia, della conservazione e della ricerca universitaria.