L'ermeneutica talmudica (Middòt) è la scienza che definisce le regole ed i metodi di analisi e esatta determinazione del significato delle Scritture, sia legali, storiche, "mediche", ecc.
Poiché la Halakhah viene considerata una sintesi e spiegazione della Tōrāh, l'ermeneutica talmudica include anche le regole con le quali i requisiti della Legge orale sono interpretati e poi riportati come Legge scritta e da questa disciplinaticfr anche Torah scritta e Torah orale anche secondo le altre opinioni rabbiniche e/o i Minhaghim.
Alcune regole si riferiscono a: grammatica ed esegesi interpretazione di certe parole e lettere e parole/lettere apparentemente superflue o mancanti, e prefissi e suffissi interpretazione di quelle lettere che, in certe parole, sono provviste di punti interpretazione delle lettere in una parola secondo il loro valore numerico (cfr. Ghimatriah) interpretazione di una parola dividendola in due o più parole (cfr. Notarikon) interpretazione di una parola secondo la sua forma consonantica o secondo la sua vocalizzazione interpretazione di una parola trasponendo le sue lettere o cambiando le sue vocali deduzione logica di una halakhah dal testo scritturale o da un'altra legge
Classi di regole
Compilazioni di tali regole ermeneutiche furono intraprese in tempi antichi. La tradizione tannaitica riconosce tre particolari collezioni normative, come segue: Le 7 Regole di Hillel (baraita all'inizio di Sifra; Avot di Rabbi Natan xxxvii.) Le 13 Regole di Rabbi Ishmael (questa collezione è un'estensione analitica e correlata a quella di Hillel) Le 32 Regole di Rabbi Eliezer ben Jose HaGelili. Queste ultime regole sono contenute in una baraita indipendente (Baraita delle Trentadue Regole) che è stata incorporata e conservata in opere successive.
Sono intese anche all'esplicitazione delle interpretazioni haggadiche ma molte di loro sono valide anche per l'Halakhah.
Si deve comunque notare che né Hillel, né Ishmael o Eliezer ben Jose hanno cercato di dare una completa enumerazione delle regole di interpretazione o delle loro applicazioni: hanno omesso dalle loro collezioni molte regole che sono poi state seguite. Per qualche motivo si limitano ad una raccolta dei principali metodi di deduzione "logica" o analitica, chiamate "middòt" (misure), sebbene anche altre regole o applicazioni, anche ermeneutiche ebraiche, siano conosciute con quel termine.Sifre, Numeri 2 (cur. da Friedmann, p. 2a).
Datazione delle regole Tutte le regole ermeneutiche disseminate nei Talmudim e Midrashim sono state raccolte da Malbim in Ayyelet HaShachar, l'introduzione al suo commentario della Sifra, e sono state calcolate in un totale di 613 , corrispondenti ai 613 comandamenti. L'antichità delle regole può essere determinata solo dalle date delle autorità che le citano; in generale, non possono essere dichiarate con certezza più vecchie del Tanna a cui sono attribuite per primo. È certo, tuttavia, che le sette middot (regole esegetiche) di Hillel e le 13 del rabbino Ishmael sono precedenti rispetto al tempo di Hillel stesso, che fu il primo a trasmetterle. In ogni caso, non le inventò personalmente, ma le raccolse come correnti del suo tempo, anche se forse le ampliò.
Il Talmud stesso non fornisce alcuna informazione in merito all'origine delle middot, anche se i Geonim le consideravano sinaitiche (, "Legge data a Mosè sul Monte Sinai"; cfr. Rabbi Sansone di Chinon nel suo Sefer HaKeritot).
Le middot sembrano essere state stabilite in primo luogo come regole astratte dagli insegnanti di Hillel, sebbene non venissero immediatamente riconosciute da tutti come valide e vincolanti. Diverse scuole le interpretarono e modificarono, riducendole o ampliandole in vari modi.
Regole di Rabbi Akiva e Rabbi Ishmael
Rabbi Akiva e Rabbi Ishmael e i loro discepoli contribuirono in special modo allo sviluppo o consolidamento di tali regole. Akiva dedicò la sua attenzione alle regole grammaticali ed esegetiche, mentre Ishmael ne perfezionò la logica. Le norme stabilite da una scuola vennero spesso respinte dalle altre, perché i principi che li guidavano nelle rispettive formulazioni erano essenzialmente diversi.
Superfluità nel testo? Secondo Akiva, il linguaggio divino della Tōrāh si distingue dal discorso degli uomini per il fatto che nel primo caso nessuna parola o suono è superflua/o. Stabilisce due principi che ampliano il campo di applicazione della regola del suo maestro Nahum di Gimzo, che aveva dichiarato che alcune particelle, come את ,גם e או, erano inclusive e alcune altre, come אך ,רק e מן, erano esclusive. Questi due principi sono:
אין רבוי אחר רבוי אלא למעט (= "una inclusione aggiunta ad un'altra è equivalente a una esclusione"; Sifra, Ẓaw, Pereḳ, 11 [cur. da I.H. Weiss, p. 34d]) לשונות רבויין הן (= "le parole sono amplificazioni"; Talmud gerosolimitano, Shabbat xix. 17a)
Perciò Akiva interpreta le seguenti forme di espressione come amplificazioni: un infinito prima di un verbo finito, ad esempio: הכרת תכרת (Sanhedrin 64b); il raddoppio di una parola, per esempio: איש איש (Yeb . 71a); la ripetizione di un termine da un sinonimo, ad esempio: ודבר ואמר (Yerushalmi Soṭah viii 22b). Ishmael, al contrario, stabilisce il principio: דברה תורה כלשון בני אדם = "la Torah parla nella lingua degli uomini" (Sifre, Num. 112.). La Bibbia potrebbe pertanto aver impiegato parole e suoni superflui, e valori forzati non devono essere assegnati loro al fine di dedurne nuove regole.
La stessa nozione vale per quanto riguarda la ripetizione di un'intera sezione. Ishmael è del parere che "la Tōrāh, a volte ripete un'intera sezione della Halakhah (Legge ebraica), al fine di darle una nuova applicazione" (כל פרשה שנאמרה במקום אחד וחזרו שנאה במקום אחר לא שנאה אלא בשביל דבר שנתחדש בה, Sifre, Num. 2, secondo la lettura di Elia di Vilna). Non è necessario quindi presupporre una nuova inferenza da ogni ripetizione. Così, ad esempio, in la Torah ripete la sezione אשם גזלות in (6:1-7, AV) al fine di insegnare la nuova norma che in certi casi la "ricompensa"... ...per il peccato è effettuata direttamente ai sacerdoti. D'altra parte Akiva afferma (in Sifre, LC, secondo la lettura di Elia di Vilna), che "Tutto ciò che viene detto in una sezione in modo ripetitivo deve essere interpretato" (= כל מה שנאמר בה צריך להדרש), e che nuove deduzioni se ne possono trarre. Secondo questa visione, in per esempio, un nuovo significato va ricercato nella ripetizione della Legge.
Vocalizzazione delle parole Secondo Akiva, la vocalizzazione tradizionale di una parola nella Bibbia ebraica, che può essere letta in vari modi, è ben fondata (יש אם למקרא), e ne deduce molte regole dai significati che tali parole possono avere secondo la punteggiatura tradizionale. Questa regola era stata formulata prima di Akiva da un Tanna di nome Rabbi Judah Ben Ro'eẓ, che non è menzionato altrove, e di cui di conseguenza nulla di più è noto (cfr. Sanhedrin 4a). Ishmael, in opposizione ad Akiva, segue il principio יש אם למסורת, cioè che la tradizione in merito al solo testo consonantico è autorevole, e che le regole devono essere dedotte solo da tale testo. Un singolo esempio serve ad illustrare la differenza tra i metodi delle due scuole: in , nella legge che vieta al sacerdote di contaminarsi toccando un cadavere, la parola נפשת è scritta in maniera difettiva. Dal momento che la lettura tradizionale indica il plurale, "nafshot", Akiva trae la conclusione che un quarto di misura di sangue, la quantità minima che può rendere impuro un sacerdote attraverso il contatto con un solo cadavere, lo contamina anche quando emessa da due corpi. Secondo Ishmael, tuttavia, questa quantità minima contamina il sacerdote solo quando è emessa da un solo cadavere, poiché la parola, secondo il testo consonantico, deve essere letta al singolare "nafshat" (cfr. Sanhedrin 4a, b, Hullin 72a, e Tosafot ad entrambi i brani).
Giustapposizione di sezioni Secondo Akiva si possono dedurre delle leggi dalla giustapposizione di due sezioni giuridiche, dal momento che "ogni passaggio che si trova vicino ad un altro deve essere spiegato e interpretato con riferimento al suo contiguo" (כל פרשה שהיא סמוכה לחבירתה למדה הימנה, Sifre, Num. 131). Secondo Ishmael "nulla" si può dedurre dalla posizione delle singole sezioni, poiché non è affatto certo che ogni singola porzione si trovi ora al suo posto giusto. Molti paragrafi che formano, in senso stretto, l'inizio di un libro e dovrebbero stare in quella posizione, sono stati trasposti nel mezzo. Ishmael spiega la presenza di una sezione in una posizione non appropriata (ולמה נכתב כאן) dichiarando che "non c'è prima o dopo nelle Scritture" (אלא מפני שאין מקדם ומאחר בתורה), senza una speciale ragione (Mekhilta, ndr, Weiss, p. 48a; Ecclesiaste Rabbah; cfr. Pesahim 6b, dove Rav Papa definisce questo principio in tale maniera che non contraddice le regole di Ishmael riguardanti "Kelal uferat"). Eliezer ben Jose ampliò questa regola nella sua baraita (Baraita delle Trentadue Regole) e la divise in due parti (nn. 31 e 32).
Tuttavia, questo metodo è utilizzato in molti casi, ad esempio: parla del comandamento che vieta l'uso di shaatnez, una miscela specifica di lana e lino. Il versetto successivo discute la direttiva per fare gli tzitzit, le frange legate a indumenti a quattro angoli. La giustapposizione di questi due versetti è usata per insegnare che la trasgressione di shaatnez non è commessa quando si indossa un indumento di lino a quattro angoli che porta tzitzit di lana (la lana qui è in realtà un filo di tekhelet,Tekelet (, "turchese" o "blu" (cfr. ) anche techelet o techeiles) è un colorante di tinta blu estratto da un crostaceo chiamato "Chilazon" citato 50 volte (o 48, cfr. ) nel Tanakh. Era usato per le vesti del Sommo Sacerdote, gli ornamenti del Tabernacolo e le frange (, tzitzit, plur. tzitziot) attaccate agli angoli degli indumenti a quattro angoli o ai quattro angoli del tallit (scialle di preghiera) sia allora che oggi; cfr. lana con colorante blu. Mentre le stringhe bianche dei tzitzit possone essere di qualsiasi materiale, il filo blu deve essere di lana, anche quando il relativo indumento è di un misto lana/lino).
La giustapposizione attraverso l'"esemplificazione" o משל, è stata descritta recentemente dal talmudista Daniel Boyarin come un sine qua non di ermeneutica talmudica (cfr. Boyarin 2003:93), poiché "fino a che Salomone inventò il Mashal (breve parabola), nessuno riusciva a comprendere la Torah" (Rabba Cantico dei cantici).Tale sistema è stato paragonato al più recente fenomeno del campionatore di musica moderna popolare, soprattutto hip hop, cfr. Levy 2010
Fusione delle metodologie L'opposizione tra le scuole di Ishmael e di Akiva diminuì progressivamente, e infine scomparve del tutto, cosicché i Tannaim successivi applicarono gli assiomi di entrambi indiscriminatamente, anche se l'ermeneutica di Akiva predominò. In questo modo tutti i succitati principi ottennero un generale riconoscimento.
Regole dettagliate
Una discussione più dettagliata delle sette regole di Hillel, e delle tredici di Ishmael, può ora essere intrapresa, insieme con alcuni altri importanti canoni dell'ermeneutica talmudica.
Kal va-Chomer (קל וחומר)
La prima regola di Hillel e di Rabbi Ishmael è "kal va-chomer" , chiamata anche "din" (conclusione). Questo è l'argomento "a minori ad majus" o "a majori ad minus". Nella Baraita delle Trentadue Regole, questa regola è divisa in due (nn. 5 e 6), poiché viene fatta una distinzione tra un modo di ragionamento portato alla sua logica conclusione nelle Sacre Scritture stesse ("kal wa-chomer meforash") e uno soltanto suggerito ("kal va-chomer satum"). L'argomento completo è illustrato in dieci esempi riportati in Genesi Rabbah XCII.