Il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano si tenne al Teatro Carlo Goldoni di Livorno dal 15 al 21 gennaio 1921, inserendosi nel generale contesto di scontro in atto all'interno del movimento operaio internazionale tra la corrente riformista e quella rivoluzionaria.. Il dibattito, che venne seguito con grande interesse sia in Italia sia all'estero, si incentrò sulla richiesta avanzata dall'Internazionale Comunista (Comintern) di espellere dai partiti ad essa aderenti, o intenzionati a farne parte, la componente gradualista.. Al termine di giornate caratterizzate da un clima particolarmente tumultuoso e turbolento, il congresso fece registrare la scissione della frazione comunista che, di fronte al rifiuto della maggioranza del partito di accogliere la sollecitazione del Comintern ed estromettere i gradualisti dal PSI, abbandonò i lavori e diede vita al Partito Comunista d'Italia..

Premesse Le direttive internazionali

Nel luglio-agosto 1920, il secondo congresso dell'Internazionale Comunista aveva fissato in 21 punti rigidi e dettagliati le condizioni di ammissione dei partiti all'Internazionale stessa. In essi emergeva la necessità di allontanare dai partiti (che avrebbero dovuto tutti adottare la nuova denominazione di "comunista") gli esponenti riformisti, ritenuti controrivoluzionari.. Relativamente alla situazione italiana, tale esigenza era rafforzata dalla critica secondo la quale il partito, complice quello che veniva definito il "sabotaggio" attuato dalla CGL, non aveva saputo cogliere l'occasione rivoluzionaria creatasi durante il biennio rosso... Il PSI aveva di fatto lasciato tutta l'iniziativa al sindacato, che aveva portato avanti una tattica gradualistica culminata con l'accordo del 15 settembre 1920 con gli industriali: mediato dal presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, l'accordo aveva garantito aumenti salariali ma non aveva portato a significativi avanzamenti politici., evidenziando la sostanziale incapacità del movimento socialista di fronteggiare con strumenti adeguati l'egemonia della borghesia..

Il PSI aveva aderito all'Internazionale Comunista fin dal XVI Congresso di Bologna dell'ottobre 1919, che aveva ratificato quanto deliberato già a marzo dalla Direzione. e segnato uno spostamento a sinistra delle posizioni del partito, con l'affermazione della corrente massimalista su quella riformista e la centralità assunta dai temi della conquista violenta del potere e della dittatura del proletariato.. Tuttavia le richieste del II Congresso del Comintern, con particolare riferimento all'accettazione di tutti i 21 punti e alla conseguente espulsione dei riformisti, non trovarono la disponibilità della maggioranza massimalista di Giacinto Menotti Serrati, che temeva che la cacciata di figure come Filippo Turati, Claudio Treves o Ludovico D'Aragona avrebbe allontanato anche il cospicuo numero di lavoratori su cui essi avevano influenza. Serrati riteneva inoltre ingiusto l'allontanamento dell'ala destra del partito, perché essa non aveva né partecipato a governi borghesi né appoggiato l'intervento nella prima guerra mondiale, come avevano invece fatto i socialisti francesi ed i socialdemocratici tedeschi..

Nonostante tutto l'ala sinistra del partito – la futura frazione "comunista pura" – in settembre ottenne, al termine di tre giorni di accese discussioni, la maggioranza in Direzione intorno ad un ordine del giorno firmato da Umberto Terracini che recepiva senza riserve i 21 punti e prefigurava la rottura con i riformisti, nell'ottica di una scissione "a destra" che – aveva spiegato Terracini – «sarebbe rimasta diffusa per tutto il partito molto superficialmente» e «non avrebbe avuto larga influenza tra le masse». Il documento fu votato, oltre che dal proponente, da Egidio Gennari, Ivan Regent, Giuseppe Tuntar, Casimiro Casucci, Tito Marziali e Ambrogio Belloni, mentre cinque voti (quelli di Serrati, Adelchi Baratono, Emilio Zannerini, Giovanni Bacci e Gino Giacomini) andarono al documento da cui sarebbe originata la mozione congressuale della frazione cosiddetta "unitaria", che insisteva sull'unità del partito e rivendicava autonomia nell'applicazione delle direttive internazionali... Alla luce di tale risultato Serrati rassegnò le dimissioni da direttore dellAvanti!, organo ufficiale del PSI, ma la maggioranza comunista decise di mantenerlo temporaneamente al proprio posto.

L'elaborazione delle mozioni

Alla vigilia del Congresso il partito era diviso in tre frazioni principali e due gruppi minori: l'ala destra era quella di "concentrazione socialista", vicina alle posizioni del gradualismo riformista di Turati; al centro si collocava gran parte dei massimalisti (i "comunisti unitari") di Giacinto Menotti Serrati; a sinistra i comunisti "puri" di Amadeo Bordiga. In posizione intermedia tra riformisti e unitari si collocavano i cosiddetti "rivoluzionari intransigenti" di Costantino Lazzari, mentre al fianco dei comunisti si trovava il gruppo della "circolare" di Antonio Graziadei e Anselmo Marabini che, pur fedele alle direttive del Comintern, intendeva lavorare per una mediazione..

I concentrazionisti costituivano una componente numericamente esigua, tuttavia avevano il controllo del gruppo parlamentare e della CGL.. La loro mozione, sottoscritta da Ludovico D'Aragona e da Gino Baldesi, essi stessi esponenti di primo piano del sindacato, fu elaborata nel corso di un convegno svoltosi dal 10 al 12 ottobre 1920 a Reggio Emilia: il documento rivendicava il buon lavoro quotidiano svolto fino ad allora dal Partito Socialista Italiano e chiedeva il mantenimento della sua denominazione; sosteneva la necessità dell'unità del partito, garantita dalla tutela della libertà di espressione a cui doveva corrispondere una rigida disciplina nell'azione deliberata dalla maggioranza; confermava l'adesione al Comintern, ma chiedeva autonomia interpretativa nell'applicazione dei 21 punti e – mettendo in discussione i cardini della mozione che aveva vinto il Congresso di Bologna – rifiutava i concetti secondo cui la conquista del potere dovesse avvenire con la violenza e che la dittatura del proletariato, intesa come «una necessità transitoria imposta da speciali situazioni e non come un obbligo programmatico», dovesse modellarsi inevitabilmente secondo quanto avveniva in Russia; sosteneva infine «tutti i possibili tentativi di approssimazione al regime socialista», pur giudicando puerile l'idea di sconvolgimenti rivoluzionari a breve scadenza nei paesi più ricchi..

La mozione massimalista unitaria, o "centrista", fu varata a Firenze e firmata da Serrati, Baratono, Bacci, Momigliano, Frola, Vella e Alessandri. In essa si sottolineava la necessità di «serbar l'unità del Partito per meglio e più presto giungere alla conquista di tutto il potere politico», da perseguire con ogni mezzo compatibile con l'«assoluta intransigenza di classe», al fine della rivoluzione comunista da preparare per «via legale ed extralegale». Anche il documento massimalista ribadiva l'adesione all'Internazionale, chiedendo tuttavia la possibilità di applicare i 21 punti secondo le condizioni dei singoli Paesi e di conservare provvisoriamente il nome "socialista", affinché non ne abusassero «fuorusciti di ieri e di domani»..

L'ala sinistra si era consolidata in una struttura che poteva essere considerata di fatto «già un partito»: la frazione comunista si era costituita a Milano il 15 ottobre, pubblicando un manifesto-programma che si poneva in contrasto sia con i riformisti che con i massimalisti decisi a non separarsi dalla destra. Il documento era stato sottoscritto da Bordiga, Gramsci, Misiano e Terracini, dai massimalisti di sinistra Bombacci, Repossi e Fortichiari e dal segretario della Federazione giovanile socialista Luigi Polano. Le due principali anime della componente comunista risultavano dunque il gruppo torinese legato al periodico Ordine Nuovo e quello legato al settimanale Il Soviet di Napoli, guidato da Bordiga, che aveva nel frattempo rinunciato alla pregiudiziale astensionista, e che assunse un ruolo preminente nella frazione.. La mozione che la corrente avrebbe presentato a Livorno, votata in una riunione tenuta ad Imola il 28 e 29 novembre., era la più articolata: confermando l'adesione alla Terza Internazionale, ne recepiva in pieno le direttive, a partire dalla decisione «di cambiare il nome del Partito in quello di Partito Comunista d'Italia (Sezione della III Internazionale Comunista)» e di espellere tutti gli aderenti alla frazione di Concentrazione e tutti gli iscritti che al Congresso avrebbero dato voto contrario alla completa osservanza delle 21 condizioni di ammissione al Comintern e al programma comunista del Partito. Tale programma era parte integrante del documento presentato dalla frazione e si sviluppava in dieci punti, che evidenziavano, tra l'altro, il ruolo del partito politico di classe come organo indispensabile della lotta rivoluzionaria; la finalizzazione della lotta all'abbattimento violento del potere borghese e all'instaurazione della dittatura del proletariato; l'individuazione del «sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini)» come forma di rappresentanza nello Stato proletario; l'obiettivo della «gestione collettiva della produzione e della distribuzione» e infine dell'eliminazione della «necessità dello Stato politico».Sull'approccio al Congresso di Livorno da parte delle tre frazioni principali cfr. anche ..

Gli unitari in maggioranza

La frazione massimalista unitaria, la cui posizione in Direzione era risultata minoritaria, ottenne un'ampia maggioranza durante lo svolgimento dei congressi provinciali: la mozione serratiana ottenne circa 100.000 voti, contro i 58.000 della mozione comunista e i 15.000 di quella concentrazionista.. Per questo perse quota la prospettiva di una scissione a destra così come si era concretizzata recentemente in Francia e in Germania.: alla vigilia dell'appuntamento di Livorno, viceversa, si riteneva già irrevocabilmente decisa la "scissione a sinistra"... Infatti, mentre il grosso dei comunisti riteneva sempre più necessario rompere l'unità per salvare la prospettiva rivoluzionaria a breve termine., la maggioranza massimalista, su cui di fatto veniva a ricadere la scelta definitiva su quale minoranza avrebbe dovuto lasciare il partito, in italiano in ., seguitava a mostrarsi indisponibile all'espulsione dell'ala moderata.

Tale situazione alzò la tensione nei rapporti tra il PSI e l'Internazionale., e rimase senza esito uno scambio di missive del novembre-dicembre 1920 tra Giacinto Menotti Serrati e il presidente del Comintern Grigorij Zinov'ev: in esso era stato concordato un incontro a Reval (l'odierna capitale dell'Estonia, Tallinn) per chiarire la posizione degli unitari, ma la delegazione italiana aveva poi rinunciato ad un viaggio così lungo nell'imminenza del congresso.. Zinov'ev, in una successiva lettera datata 20 dicembre, ribadì il sostegno del Comintern ai comunisti puri e accusò Serrati di stare scivolando verso destra.

Anche Lenin, che pure ammirava il PSI per il suo stretto rapporto con le masse operaie e ne riconosceva sia il ruolo importante rivestito in occasione delle conferenze pacifiste di Zimmerwald e di Kienthal, sia il fatto che si fosse già epurato nel 1914 espellendo i massoni e nel 1915 gli interventisti come Benito Mussolini., in questa fase criticò a più riprese il leader massimalista.., «nell'erronea previsione che Serrati avrebbe finito col cadere».. Quest'ultimo invece, sentendo che l'Italia «evoluta» era con lui e che il consenso intorno alla sua posizione stava crescendo, ricapitolò i motivi del proprio dissenso sullAvanti! del 16 dicembre, in un lungo articolo in cui si difese dall'accusa di opportunismo e rivendicò la necessità di conservare l'unità per preservare «il Partito, il Proletariato e la Rivoluzione da un'insana mania di distruzione e demolizione», citato in ..