Gli Ebrei hanno 10 comandamenti e 613 precetti. I principi di fede ebraica non esistono formalmente nell'ebraismo, come invece viene data una definizione in altre religioni monoteiste, per esempio nel cristianesimo.

Sebbene gli ebrei e i capi religiosi condividano un nucleo di principi monoteistici, e ci siano molti principi fondamentali citati nel Talmud per definire l'Ebraismo (spesso per quello che l'Ebraismo non è), non sussiste una formulazione tradizionale di principi di fede che siano o debbano essere riconosciuti da tutti gli ebrei osservanti.

Storia Nel corso dei secoli sono apparse svariate formulazioni di credenze ebraiche, e si dibatte tuttora sul numero di principi di base che esistono. Rabbi Joseph Albo, per esempio, nel suo Sefer Ha-Ikkarim conta tre principi di fede, invece Maimonide ne elenca tredici. Mentre alcuni rabbini successivi hanno tentato di conciliare le differenze, sostenendo che i principi di Maimonide sono compresi nella lista molto più breve di Albo, le liste alternative fornite da altre autorità rabbiniche medievali sembrano indicare un certo livello di tolleranza per prospettive teologiche varianti.

I vari principi che sono stati enumerati nel corso dei secoli passati, acquisiscono importanza secondo quella impartita loro dalla fama ed erudizione dei rispettivi autori, dato che tali principi diverrebbero più autorevoli solo se promulgati da profezia diretta, che si ritiene conclusa verso il IV o V secolo a.e.v.. L'autorità centrale nell'Ebraismo non è investita in una persona o gruppo specifici – sebbene il Sinedrio, la corte suprema ebraica, potrebbe adempiere al ruolo quando fosse ristabilito – ma negli scritti sacri dell'Ebraismo, le sue leggi e tradizioni. L'Ebraismo afferma l'esistenza e l'unicità di Dio e sottolinea il compimento di opere o comandamenti insieme all'adesione ad un rigoroso sistema di credenze. In contrasto con le tradizioni come il Cristianesimo, che richiedono un'identificazione più esplicita di Dio, la fede nell'Ebraismo richiede di onorare Dio attraverso un continuo confronto con l'identità divina.

L'Ebraismo Ortodosso ha evidenziato una serie di principi fondamentali nei suoi programmi educativi, soprattutto la convinzione che esiste un Dio unico, onnisciente e trascendente, che ha creato l'universo e continua ad interessarsene. L'Ebraismo tradizionale sostiene che Dio ha stabilito un'alleanza con gli ebrei sul Monte Sinai e ha rivelato loro le sue leggi e comandamenti, sotto la forma della Tōrāh. Nell'ebraismo rabbinico, la Torah comprende sia quella scritta (come ad esempio il Pentateuco ma generalmente tutto il Tanakh) che una tradizione di legge orale, in gran parte codificata in successive scritture sacre, come ad esempio il Talmud ed il Midrash.

Tradizionalmente, la pratica e osservanza dell'Ebraismo si concentra sullo studio della Torah ed il rispetto di tali leggi e comandamenti. Nell'Ebraismo normativo, la Torah e quindi la legge ebraica stessa è immutabile, ma l'interpretazione della legge è più aperta. Lo studio e la comprensione della legge vengono considerati una mitzvah (comandamento).

I concetti fondamentali Il monoteismo L'Ebraismo si basa su un rigoroso monoteismo unitario e la credenza in un solo Dio indivisibile. La Shemà Israel, una della preghiere ebraiche più importanti, racchiude in se stessa la natura monoteistica dell'Ebraismo: "Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno".Louis Jacobs, "Chapter 2: The Unity of God" in A Jewish Theology (1973), Behrman House.

"L'Ebraismo rigetta enfaticamente qualsiasi concetto di pluralità che riguardi Dio"Aryeh Kaplan, The Handbook of Jewish Thought (1979), e Maznaim, p. 9. esplicitamente refutando il politeismo, dualismo e trinitarianismo, che sono "incompatibili col monoteismo come inteso dall'Ebraismo". L'unità di Dio è affermata innumerevoli volte nella tradizione ebraica. È il secondo dei 13 principi di fede di Maimonide, e sempre Maimonide scrive in Yad, Yesode Ha-Torah 1.7, che "Questo Dio è Uno, non due o più di due, ma Uno l'unità del Quale è differente da tutte le altre unità che esistono. Egli non è uno come genere, che contiene molte specie, è uno. Né è Egli uno come corpo, contenente parti e dimensioni, è uno. Ma la Sua è un'unità della quale non esiste altra in nessun luogo".

Nella tradizione ebraica, concezioni dualistiche e trinitarie di Dio sono generalmente indicate come Shituf ("associazione"),ebr. traslitt.: Shituf (ebraico: שיתוף; anche traslitt. come shittuf o schituf; letteralmente "associazione") è un termine usato da fonti ebraiche per l'adorazione del Dio di Israele in una maniera che l'Ebraismo non ritiene essere monoteistica. Il termine connota una teologia che non è proprio politeistica, ma non deve esser considerata neanche puramente monoteistica. Il termine viene principalmente usato con riferimento alla Trinità cristiana dalle autorità legali ebraiche che desiderano distinguere il Cristianesimo dal vero e proprio politeismo. Sebbene sia proibito all'ebreo di accettare una teologia shituf, ai non-ebrei è permesso, in una data forma, di riconoscere tale teologia senza esser considerati idolatri dagli ebrei. Detto ciò, se il Cristianesimo sia shituf o un politeismo formale rimane una questione tuttora dibattuta dalla teologia ebraica. vale a dire una credenza errata, ma non idolatra.

Dio creatore dell'universo Gli ebrei credono che Dio sia il creatore dell'universo. Tuttavia gli ebrei non credono in un'interpretazione letterale della narrativa creazionista del Genesi, e l'Ebraismo non sta in contraddizione tramite discussioni, quindi non ancora affrontate apertamente, col modello scientifico che pone l'età dell'universo a circa 13,75 miliardi di anni. Il filosofo Norbert Samuelson scrive: "... la questione della data dell'universo non è mai stata un problema per la filosofia ebraica, anche perché tale filosofia... non ha mai considerato il significato letterale della Bibbia come il suo significato rivelato, vero."Norbert Max Samuelson, Revelation and the God of Israel (2002), Cambridge University Press, p. 126. Il rabbino Marc D. Angel scrive che "esiste una riluttanza generale nella tradizione ebraica a speculare sugli aspetti metafisici della creazione":

Moshe ben Maimon scrive che "per virtù dell'esistenza del Creatore ogni cosa esiste"Maimonide, Guida dei Perplessi, trad. rabbino Chaim Menachem (Hackett, 1995). e sostiene nella sua Guida dei Perplessi (2:13) che "il tempo stesso fa parte della creazione" e che quindi, "quando Dio viene descritto come esistente prima della creazione dell'universo, la nozione di tempo non deve essere intesa nel suo senso normale." Il filosofo del XV secolo Joseph Albo asseriva similmente nel suo Sefer ha-Ikkarim che ci sono due tipi di tempo: "Il tempo misurato, che dipende dal moto, e il tempo nell'astratto": quest'ultimo non ha origine ed è "lo spazio infinito del tempo prima che l'universo fosse creato". Albo sosteneva che "sebbene sia difficile concepire Dio come esistente in tale durata, è anche difficile immaginare Dio fuori dello spazio". Altri scrittori ebrei sono giunti ad una conclusione differente, come per esempio lo studioso del XIII secolo Bahya ben Asher, e lo studioso del XVI secolo Moses Almosnino, come anche l'insegnante chassidico del XVIII secolo Nachman di Breslov, che espresse l'idea - simile a quella espressa dallo scrittore neoplatonico Boezio - che Dio "vive nell'eterno presente" e trascende o è al di sopra del tempo.Dan Cohn-Sherbok, Judaism: History, Belief, and Practice (2003), Psychology Press, p. 359.

Natura di Dio

La credenza ebraica è che Dio sia eterno, "senza inizio e senza fine", un principio affermato in numerosi passi biblici. I rabbini insegnavano un concetto "letteralmente ... davvero semplice" dell'eternità di Dio: che "Dio è eterno, ma non è dato all'uomo di esplorare il significato completo di questa idea" e così "non ci si può, quindi, aspettare di trovare nella letteratura rabbinica qualcosa di simile ad un esame dettagliato di cosa si intenda per l'eternità divina". Una famosa dichiarazione nella Mishnah sui tentativi di "squarciare il velo", asserisce: "Chi riflette su [queste] quattro cose, sarebbe meglio per lui che non fosse venuto al mondo: "Cosa c'è al di sopra? Cosa c'è sotto? Cosa c'è davanti? Cosa c'è dopo?"Louis Jacobs, "Chapter 6: Eternity" in A Jewish Theology, Behrman House (1973), pp. 81-93.

L'opinione tradizionale ebraica è che Dio sia onnipotente, onnisciente e infinitamente buono.Clark M. Williamson, A Guest in the House of Israel: Post-Holocaust Church Theology (1993), Westminster John Knox Press: pp. 210-215.Louis Jacobs, "Chapter 5: Omnipotence and Omniscience" in A Jewish Theology (1973), Behrman House, pp. 76-77.

Tuttavia, diversi pensatori ebraici hanno proposto un "Dio finito", a volte come risposta al problema del male e l'idea del libero arbitrio. Louis Jacobs scrive che i pensatori ebrei moderni come Levi Olan, riecheggiando alcuni scrittori classici ebraici, come il talmudista del XIV secolo Gersonide, hanno "pensato a Dio come limitato dalla Sua stessa natura cosicché, mentre Egli è infinito sotto certi aspetti, è finito in altri", il che fa riferimento al concetto, presente nelle fonti classiche, che "esiste una materia primordiale informe coesistente con Dio da tutta l'eternità, su cui Dio deve operare, e che Dio conosce solo il futuro in senso generale, ma non come le singole persone esercitano la propria scelta". In tema di onniscienza e libero arbitrio, Jacobs scrive che nel periodo medievale, tre punti di vista vennero proposti: quello di Maimonide, che asserì che Dio ha prescienza e l'uomo è libero; quello di Gersonide, che scrisse che l'uomo è libero e di conseguenza Dio non ha una conoscenza completa, e quello di Hasdai Crescas, che ha scritto in Or Adonai che Dio ha prescienza completa e quindi Dio non è veramente libero.

Numerosi scrittori ebrei hanno affrontato la questione della teodicea: se e come Dio sia onnipotente e infinitamente buono, data l'esistenza del male nel mondo, in particolare l'Olocausto (Shoah). Lo studioso veterotestamentario Jon Levenson sostiene che la dottrina dell'onnipotenza non concede la "dovuta importanza alle forze formidabili di resistenza e contrasto che si oppongono alla creazione" (come lo stato primordiale del caos esistente prima della creazione) e "ciò porta a trascurare il ruolo dell'umanità nel formare e determinare l'ordine del mondo. Hans Jonas ha proposto il "mito ipotetico" che "Dio 'abbia scelto' in origine di concedersi la possibilità e il rischio e la varietà infinita del divenire, entrando così nell'avventura dello spazio nel tempo." Jones ha espresso il parere che "Dio non crea il mondo con un fiat (sebbene Dio lo crei), ma lo governa introducendolo a nuove possibilità di divenire. Jonas, che è stato influenzato dall'esperienza dell'Olocausto, crede che Dio sia onnipresente, ma non "a tutti gli effetti atemporale, impassibile, immutabile e onnipotente in assoluto."